DA BELLI A TOTO’

DA BELLI A TOTO’ artisti e poeti romani e napoletani…

di   GIOVANNI  GRECO

Sei brevi profili di artisti € poeti romani e napoletani. Il primo, relativo a Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), appare profondamente ispirato da un pessimismo radicale circa le “magnifiche sorti” di una società che percepisce drammaticamente statica. Egli manifesta comunque una straordinaria, commossa attenzione verso le esigenze più vere e i bisogni più urgenti di quegli umili spesso dimenticati e, a volte, calpestati, che conosce perfettamente. La miseria, la fame, la malattia è la morte sono i temi ricorrenti nei suoi sonetti, ove i poveri vivono accumunati da una sorta di disperazione sommessa. 11 quadro delineato ne La bbona famijja, per esempio, vibra di un’umanità chè mai scade nel sentimentalismo lacrimoso. Dopo aver mangiato “due fronne d’inzalata” e una frittata “appena visto er fondo ar bucaletto, ‘na pisciatina, ‘na sarvereggina, €, in zanta pace, sce n’annamo a letto”. Fra gli umili protagonisti di una società ignorante e degradata come quella romana del suo tempo, il Belli non trascura certo le prostitute, che anzi rappresentano lo straordinario oggetto di tante sue analisi pioneristiche e spregiudicate, che si segnalano, fra l’altro, per la lucida penetrazione psicologica. Ad un ipotetico interlocutore/cliente, La puttana sincera ribadisce “Senta, nun fò ppe dillo,ma’un testone lei nu l’impiega male, nu l’impiega, e ppò rringrazzià Cristo in ginocchioni”. Non manca il personaggio del ruffiano ne La ppiù mejj’arte, che ha trovato così la sua piena realizzazione sociale, oltre ad una evidente gratificazione personale. Un tempo ortolano e poi “libbraro” senza poter tirare avanti bene, si decide a fare il ruffiano e così “Io servo monzignori, io padr’abbati, io maritate, io vedove, io zitelle…e ll’ho tutti ognissempre contentati … l’ommini mii so ricchi e intitolati, e le mi’ donne pulitucce e belle”. Nel suo “controcanzoniere” non manca la figura del popolano che dà voce a pensieri contro le nuove idee di libertà di coscienza: “Chiameli allibberali © fframmassoni, o ccarbonari, è sempre una pappina: è sempre canajjaccia ggiacubbina da levàssela for de li cojjoni”. In realtà qui prevale l’autoironia, lo sberleffo a se stessi, a ciò che si è voluti diventare, senza dimenticare perciò la vulgata popolare e i luoghi comuni. Nei suoi oltre duemila sonetti non manca di mettere costantemente alla berlina l’ipocrisia tipica della società romana del suo periodo, i suoi vizi, le sue ridicolaggini in maniera che, ogni sia pur breve componimento poetico, traccia un piccolo aneddoto, un affresco della vita di ogni giorno, uno schizzo con un finale a volte umoristico o ironico o moralistico. Il dialetto romanescoè stato la chiave essenziale con la quale ha affrontato le vicende della vita anche se una raccolta pressoché completa dei Sonetti romaneschi vide laluce oltre vent’anni dopo la sua morte e ci volle quasi un secolo — 1952 – per poter gustare l’edizione completa delle sue liriche. A volte i suoi personaggi si manifestano con caratteristiche assai diverse rispetto alla sua stessa concezione della vita in un miscuglio esasperato e coinvolgente di prostitute, preti e carogne d’ogni tipo. La Roma delle osterie, del gioco del lotto e dei piccoli fatti di cronaca è, parimenti, al centro della produzione poetica di Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri (1871-1950), che la contempla attraverso il filtro della sua bonaria, inconfondibile ironia e del suo scetticismo malizioso e conciliante. E’ una Roma che, al di là delle forme dialettali, rispecchia i problemi e le angustie dell’intera società italiana del tempo. Nei sonetti di Parla Maria, la serva…, per esempio, la condizione della protagonista è rappresentata attraverso le lagnanze sulla tirchieria dei padroni: “Pe’ cento lire ar mese che me dànnoio je lavo, je stiro, je cucino, e scopo, e spiccio, e sporvero, e strufino che quanno ch’è la sera ciò l’affanno”. Anche il tema della donna disonorata è caro al poeta (La tradita) laddove notevole è lo stupore dell’io poetante che unasera riconosce in un relitto umano un’allegra, spensierata ragazza che, un tempo, faceva la stiratrice: “Povera Rosa! Me pare jeri quanno faceva lastiratrice; rivedo sempre quell’occhi neri framezzo ar bianco de le camice, quanno cantava tutta contenta: fiorin de lilla, fiorin de menta!”. Trilussa iniziato dalla massoneria a Roma, dedicò all’istituzione massonica almeno due poesie, Li frammassoni di ieri, tesà a ricordare i meriti latomistici ai fini dell’unità d’Italia “e un’altra Liframmassoni di oggi, nell’incerta e amara realtà vissuta nel periodo fascista dopo la chiusura forzata delle logge. Anche l’argomento della massoneria viene quindi trattato con la consueta levità in modo che dell’antica società segreta esce un quadro simpatico e caricaturale: “Che credi tu? Ch’a le rivoluzioni fussero carbonari per davero, còr sacco su le spalle e er grugno nero? Ma che! E’ lo stesso de li frammassoni. So’ muratori, sì, ma mica è vero che te vengheno a mette li mattoni! Loro so’ muratori d’opinioni, cianno la pozzolana ner pensiero: Tutta la mano d’opera se basa ner demolì li preti, cor progetto de fabbricaje sopra un’antra casa”. Ma i tempi cambiano e quando anche i massoni vengono presi di mira dal fascismo allora alcuni di coloro che frequentavano la loggia sembrano quasi non riconoscersi più nei valori di fratellanza universale: “Perché la fratellanza universale che ce riuniva tutti in una fede finì co” la chiusura der locale”. Assai diffuso nella poetica di Trilussa la presenza degli animali, cani, gatti, scimmie, leoni, topi, maiali attraverso i quali mette in berlina i vizi e i difetti dell’umanità. Trilussa fece poi registrare una splendida collaborazione col noto attore e fantasista Ettore Petrolini, i cui rapporti si cementarono anche all’interno delle officine massoniche. Ad Ettore Petrolini (1884-1936) — nome d’arte Ettore Loris, figuradi surreale, rivoluzionaria e anarchica genialità a cui tanti protagonisti dello spettacolo debbono moltissimoè legata la macchietta di Giggi er bullo “Si nomini Giggetto, pe’ l’urione la gente ha da tremà. Ce n’ho mandati tanti all’ospedale. Ma tanti, che nun se sa”. Attraverso il registro dell’apparentemente becero e del non-senso, ironizza e infilza ogni tipo di regime descrivendo personaggi quali Fortunello, Sor Capanna, Mustafà. FE’ un umorista raffinato, uno dei grandi campioni dell’avanspettacolo e del varietà. Figlio di un fabbro, dopo piccole malefatte, la famiglia lo manda in riformatorio, uscito dal quale comincia a frequentare teatrini e caffé-concerto, creando COSÌ via via i personaggi di maggior successo, Nerone, Pulcinella, Chicchignola. Poi all’estero e al cinema, grandi successi sino al 1932 quando compone unadelle canzoni romane di maggior successo, ripresa anche da Gigi Proietti, da Gabriella Ferri e da Nino Manfredi, “Tanto pe’ canta”. Impareggiabile il beffardo Gastone: “ho le donne a profusione e ne faccio collezione. Sono sempre ricercato perché sono ben calzato, perché porto bene il fracche, con la riga al pantalone. Tante mi ripetono: sei elegante. Bello, non ho niente nel cervello. Raro, io mi faccio pagar caro. Gastone, con un guanto a pendolone, vado sempre a pecorone. Bice, solo io la fo felice. Gemma, ama solo la mia flemma. Rina, lei per me la cocaina…”’. Le sue battute fanno sbellicare dal ridere il pubblico degli anni del fascismo: “bisogna prendere il denaro dai poveri, ne hanno poco, ma :sono in tanti” oppure ad uno spettatore che lo fischia: “io nun ce l’ho cò te, ma cò quelli che te stanno vicino e nun t’hanno buttato de sotto”. Raccoglie le sue “sciocchezzuole” in alcune raccolte fra cui memorabile “Ti ha piaciato?” 1921. All’interno dello scenario massonico frequenta soprattutto Trilussa che scrive per [ui numerosi pezzi spassosi e beffardi. Sì sostiene che, in punto di morte, vedendo entrare in camera sua un sacerdote con l’olio santo per l’estrema unzione, esclamasse: “Mò sì che sonofritto”. Il registro del becero e del “basso” è la sua forza, è la sua chiave sarcastica e pungente per cogliere gli aspetti più ipocriti della società del suo tempo. Raramente si assiste ad una comicità meno immaginata a tavolino come quella di Petrolini, portato diretto delle istanze e degli umori della strada e della vita di tutti i giorni: “Sono un uomodei più cretini, sò Petrolini”. Petrolini, per Alessandro Blasetti, è prepotente, geniale e popolare, e larte sua è la satira politico-clericale, agguerrita e pungente, con una grande capacità di deformare la realtà. i Dopo i tre romani, tre napoletani e il primo è Ferdinando Russo (1866-1927) che rappresenta un mondo complesso e violento tendente ad un realismo disingannato e cinico, ma assai convincente. Il suo è uno scenario in cui non vi è nessuna speranza di cambiamento o di riscatto. In Belli tiempe un malvivente e lenone raccontava il suo passato, allorquando in carcere “pe emme nce penzava ‘a Surrentina: sempe ’o tabacco, ‘a carne e ‘o ppane frisco!”. Non manca nel sonetto Pascale ‘e bello il basso continuo di rapporti fra malavitosi e alcuni politici locali corrotti o corruttibili: “E quanno ha da saglì nu riputato, Pascale ‘e bello se sceta a matina, e va a fa ‘e patte ncopp”’ ‘o comitato”. Anche gli zingari sono oggetto della sua amara attenzione e sinanco un benestante rovinato da un fisco inesorabile che l’ha “fiscato sano sano”. Quando nasce Ferdinando Russo Napoli era una grande e bellissima città di circa 600.000 abitanti, ricca di giardini, palazzi e marine magnifiche e ammalianti. Il clima e il paesaggio l’avevano resa meta, sindai secoli precedenti, di tanti viaggiatori d’Europa, che ne avevano via via costruito un autentico mito, fatto essenzialmente di colori forti e musiche dolci, di profumi soavi e di sapori intensi, di un mare e di un sole incomparabili: il luogo d’elezione, in una parola, di molte delle più desiderabili passioni umane. Sappiamo bene che, peraltro, col passare del tempo e delle generazioni, siffatto topos splendido e seducente è stato spesso indebitamente trasformato in rappresentazioni oleografiche di vario genere, spesso tutt’altro che edificanti. Da Russo, da Viviani, da Totò veniva sempre auspicato un ritorno a un glorioso passato, vivificato dalla pittura e dalla civiltà letteraria del Seicento, la musica e il teatro e, in generale, tutta la vita culturale e civile del Settecento: due secoli in cui Napoli s’era apprestata a divenire una grande capitale europea, assieme a Parigi, Vienna e Londra, sino al tragico epilogo della Repubblica Partenopea. . Autore di testi teatrali, poeta, attore e macchiettista, Raffaele Viviani (1888-1950) riprende in uno stile schiettamente realistico — efficace soprattutto quando dipinge situazioni e figure “estreme” tragiche e grottesche insieme — e in tono popolaresco alcune tematiche caratteristiche della grande poesia dialettale napoletana. Il cuore dolente degli Emigranti, costretti a lasciare la patria, la casa e la mamma per cercare fortuna in America, trova un barlume di consolazione nella speranza di un domani migliore, ma rimane il fatto che “io lasso ‘a casa mia, lasso ‘o paese”. Oltre all’immagine squallida ed inquietante degli zingari, ricorrono frequenti le descrizioni delle varie tipologie di poveri: “Ce sta ‘o pezzente ru ‘vico, chillo ‘e chiazza, ‘o povero‘e città, chillo ‘e paese; chi va cu bastunciello, chi cu ‘a mazza. E’ n’arte comime a n’ata”. AI grande Petrolini deve molto anche Antonio De Curtis (1898-1967), che è stato forse l’ultimo vero protagonista della commedia dell’arte, e il principe dei comici del secondo dopoguerra, capace com’era di recitare magistralmente anche senza smorfie “con la semplice penetrante forza della sua umanità”, come osserva con acutezza Antonio Ghirelli. Ma la figura di Totò travolgente e complessa, merita attenzione anche per la sua produzione poetica. Attentissimo ai bisogni e al dolore della gente comune, egli mostra nei suoi versi una vena accorata e malinconica. In ‘A vita esprime unafulminante sintesi della sua visione della vita: “’A_ vita è bella, è stato un dono, un dono che ti hafatto la natura. Ma quanno po” sta vita è ‘na sciagura, vuie mm’ ‘o chiammate dono chisto ccà? E nun parlo pe’ me ca, stuorto o muorto, riesco a mm’abbuscà ‘na mille lire. Tengo ‘a salute, e, non faccio per dire, sòngo uno ‘e chille ca se fire ‘e fa. Ma quante n’aggio visto ‘e disgraziate: cecate, ciunche, scieme, sordomute. Gente can nun ha visto e maie avuto ‘nu poco ‘e bbene ‘a chesta umanità”. Le sue poesie sono eleganti e suadenti, misurate e profonde soprattutto in relazione alle storie di emarginazione, talora tragiche e finanche macabre. Totò venne iniziato a Napoli nel 1944 presso la loggia Palingenesi. Successivamente diventò il Maestro Venerabile della “sua bella officina” la Fulgor et artis di Roma, all’obbedienza della federazione massonica universale del rito scozzese antico e accettato e poi n. 47 all’obbedienza di piazza del Gesù. Arrivò al trentesimo grado del rito. Nel film “Letto a tre piazze” Totò fece chiaramente capire la sua appartenza alla massoneria: Totò e Peppino stanno compiendo una scalata e De Filippo invitò Totò ad aggrapparsi ad una mano e Totò rispose di stare tranquillo che lì c’era un massone di cui ci sì poteva fidare. Pubblicò poi “A [ivella, in latino bilancia, nel 1964, una delle poesie massoniche più celebri, dove tutti gli elementi sono tipici del simbolismo massonico, la morte legata alla terra, vissuta come rito di passaggio, e dove sono presenti le due anime di Totò, il principe e il povero, il marchese signore di Rovigo e di Bellunoe il povero “scopatore” napoletano, Gennaro Esposito. In effetti Totò proprio grazie alla massoneria riuscì ad affrancarsi dal suo personaggio, coltivando il sentimento della solidarietà: comico, buffone, marionetta disarticolata da un lato, gentiluomo generosissimo, libero muratore dall’altro. Un Totò ancora vivissimo nell’immaginario contemporaneo non solo un impareggiabile burattino disarticolato e “meccanico”, ma anche un ingegno ora arguto, ora aggressivo, ora commovente, talvolta galvanizzante e sempre sorprendente e coinvolgente. Questi sei straordinari personaggi, ognuno a modo suo, hanno magistralmente rappresentato vite spezzate, casi d’inopinata violenza e miseria, in uno scenario spesso tragico dove pullulano i bambini poveri e dimenticati, le prostitute, le sfregiate, il popolo dei vicoli, senza dimenticare l’indifferenza € l’incomunicabilità che regnano sovrani nei “quartieri nuovi” e non solo.

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