LE PAROLE

 LE PAROLE

C’è chi ha detto che “le parole sono come le frecce, una volta scagliate non tornano indietro”. È un invito a non sottovalutare il peso, in positivo e in negativo, che hanno le parole. Secondo il filosofo Gorgia sono come un farmaco, possono curare o avvelenare, dipendono molto dall’uso che se ne fa.

“Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo fino a quando non comincia a splendere scrisse la grande poetessa americana Emily Dickinson.

Noi massoni sappiamo bene quanto sia importante l’uso misurato, ponderato, tollerante e saggio della parola. Nei nostri templi si parla uno per volta dopo aver chiesto la parola al maestro venerabile e si ascolta in silenzio il fratello che in quel momento sta esternando il suo pensiero. Silenzio e ascolto sono per noi basilari quanto l’uso della parola che è e dev’essere sempre responsabile e volta al bene, all’elevazione spirituale del singolo e al miglioramento dell’Umanità. Tutto il contrario di quello che avviene nel mondo profano dove parlarsi addosso, prevaricare ed aggredire l’interlocutore ed imporre persino con la violenza il proprio punto di vista è ormai una prassi all’ordine del giorno.

Le parole feriscono e uccidono più della spada recita un antico e molto utilizzato proverbio. Sì, le parole sono pallottole che colpiscono l’anima, ed ogni sparo può essere brutale e mortale. Per capire il peso, la portata e le conseguenze di quello che le parole possono causare credo che sia opportuno leggere e riflettere su questo racconto molto bello che circola sul Web:

C’era una volta un ragazzo con un carattere irascibile. Un giorno decise di recarsi dal saggio del villaggio per chiedere il suo aiuto. “Saggio, aiutami. Non riesco ad avere degli amici. La gente non ama stare in mia compagnia perché sono spesso irascibile”.

Il saggio gli disse subito: “Prendi questa scatola di chiodi. Pianta un chiodo nella palizzata ogni volta che ti renderai conto di aver criticato qualcuno ingiustamente. Quando riuscirai a non piantare nemmeno un chiodo torna da me”. Il giovane annuì e se ne andò. I primi   giorni furono un disastro: arrivò a piantare fino a 37 chiodi. Poi gradualmente il numero diminuì sensibilmente. Era diventato sempre più consapevole delle sue reazioni e riusciva a controllarle. Scoprì anche che era più facile mantenere la calma che piantare chiodi nella palizzata! Finalmente arrivò quindi il giorno in cui il giovane non piantò alcun chiodo.

A quel punto ritorno dal saggio fiero del risultato ottenuto. “E’ stato difficile ma ci sono riuscito. Eccoti i chiodi che restano” gli dissi. Il saggio gli sorrise. “Bravo” gli disse. Ora sei pronto per la seconda parte. Torna dalle persone che hai accusato e chiedi scusa in modo sincero per il tuo comportamento. Togli un chiodo dallo steccato per

ognuna delle volte che lo farai. Quando avrai tolto tutti i chiodi torna da me”. Il giovane annuì e se ne andò soddisfatto. Questo gli sembrava un compito  davvero difficile ma decise di andare fino in fondo.

Dopo diverse settimane il giovane tolse anche l’ultimo chiodo dalla palizzata, ritornò dal saggio e gli porse la scatola dei chiodi con fierezza affermando: “Ecco, questi sono tutti i chiodi che ho tolto dalla palizzata, non ne è rimasto nemmeno uno”. “Bravo” replicò il saggio. “Ora vieni con me”. E lo portò davanti alla palizzata e il giovane fu contento di dimostrare che effettivamente non ci fossero chiodi rimasti.

Il saggio gli disse: “Che cosa vedi ora?”. “Uno steccato con i buchi dei chiodi che ho tolto”. “Ecco, questo è il punto. La palizzata non tornerà mai come prima. Quando dici delle cose preso dalla rabbia, esse lasciano una ferita, proprio come questi buchi.

Non puoi piantare un coltello nella carne di un uomo e poi estrarlo. Non ha importanza quante volte dirai “mi dispiace”, la ferita sarà ancora lì.

Anche se hai chiesto scusa ad una persona che hai ferito, il buco rimane. Le nostre parole restano nel tempo. E’ molto meglio comunicare con parole d’amore e di comprensione per poter vedere i frutti nel tempo. Ecco, prendi questi semi. Ogni volta che dirai parole d’amore e di comprensione pianta un seme nel tuo giardino. Non dovrai più tornare da me ma ricordati di ringraziare Dio quando potrai godere della compagnia dei tuoi amici all’ombra delle piante che saranno cresciute”.

Questo racconto sembra molto azzeccato per richiamare tutti ad una maggiore attenzione e coscienza nell’uso della parola e nella sua circolazione a tutti i livelli, da quello familiare, al posto di lavoro, alla vita politica, religiosa, ma anche nei rapporti fra Stati onde privilegiare la via del dialogo e del confronto delle posizioni e delle idee. Bisogna anche educare tutti ad una comunicazione misurata e rispettosa sui Social dove si registrano fenomeni divisivi e d’intolleranza sempre più allarmanti. Qui spesso si registrano scambi verbali che sovente raggiungono persino l’odio e l’ingiuria personale. Un occhio particolare andrebbe rivolto al mondo della scuola con un’educazione civica più incisiva indirizzata ai più giovani sul tema della sensibilità e del corretto utilizzo della parola in un mondo sempre più a digiuno di valori e vittima del bullismo. Formare gli uomini del domani significa anche educarli e guidarli all’uso ragionato della parola.

Non dobbiamo dimenticare che le nostre parole continuano a vivere nel tempo della nostra vita e anche dopo di noi al pari delle azioni che da esse sono scaturite. Espressioni, verbi, aggettivi, frasi che possono far sbocciare sorrisi, fiori, grandi idee oppure possono essere dispensatori e diffusori di veleno, razzismo e persino guerre come stiamo drammaticamente vivendo il conflitto russo-ucraino con continue dichiarazioni che allontanano, al di là delle precise responsabilità russe sullo scoppio

delle ostilità, ogni necessario e sperato tentativo di pace.

Siamo noi a decidere le parole e pronunciarle. Noi stessi siamo la somma di tante parole che abbiamo sentito, registrato e ascoltato da diverse persone. I nostri valori, le nostre credenze derivano da altre persone che ce li hanno trasferiti.

I massoni sanno la potenza della parola creatrice e quella della parola distruttrice. Sanno che essa come la pietra può costruire cattedrali e ponti e al tempo stesso può essere portatrice d’oscurità e caos. E per questo bisogna usarla con Saggezza, Forza e Bellezza perché possa splendere sempre il luminando i cuori di tutti.

grandeoriente.it2 – Hiram n.3/2022

Stefano Bisi

Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

Palazzo Giustiniani

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