IL GRANDE ORIENTE D’ITELIA – Un Ordine contro gli “ordini”: dal pogrom

Un Ordine contro gli “ordini”: dal pogrom

 
      L’antifascismo del Grande Oriente d’Italia in esilio era alimentato da tre fondamentali componenti: la formazione ideologica e le personali vicende dei suoi dignitari e, in genere, dei suoi affiliati; il retroterra storico dal quale esso – come istituzione – proveniva e l’incoraggiamento che in tal senso giungeva da quanti, sin dal 1925-26, avevano fiancheggiato l’azione dei massoni italiani, in numero crescente costretti all’esilio, in Francia, Belgio, Inghilterra e Americhe.
      Benché sian note, per maggior chiarezza vanno rievocate le fasi essenziali della determinazione dell’incompatibilità tra il regime dittatoriale instaurato in Italia e la Libera Muratoria: un contrasto che dal livello della dottrina morale si tradusse presto in norme statuali, lesive delle libertà civili, e in azione amministrativa e penale degli organi dello Stato, in spregio dell’ormai secolare evoluzione liberale del diritto 6 bis.
      Il 20 novembre 1925 il Senato del regno approvò la legge che vietava ai pubblici impiegati l’iscrizione ad associazioni segrete. Benché il testo non ne facesse menzione, presentandola alle Camere come « la più fascista » delle sue proposte, lo stesso presidente del Consiglio, Benito Mussolini, aveva dichiarato l’intenzione di estirpare la Massoneria dal corpo della nazione 7.         Su quella traccia s’erano poi mosse le relazioni che accompagnarono in Aula il disegno di legge e, di conseguenza, tanto alla Camera che al Senato, il dibattito era stato occasione per una pubblica riflessione – anche in chiave storica – sul ruolo trascorso e presente della Massoneria nella Terza Italia. Esso aveva anzi offerto modo a taluni autorevoli esponenti della vita intellettuale italiana – quali B. Croce e G. Mosca – di formulare sull’Ordine giudizi sostanzialmente diversi rispetto a quelli pronunziati all’inizio del Novecento, in tutt’altro clima politico.
      Alla vigilia della pubblicazione della legge sulla « Gazzetta Ufficiale » del Regno, il Gran Maestro, Domizio Torrigiani, emanò un decreto di sospensione dei lavori di tutte le logge del regno e delle colonie: misura cautelativa, atta a porre le officine al riparo dalla prevedibile rappresaglia di uno squadrismo che imperversava coperto dalla polizia del regime, orchestrata da un ministro degl’interni sempre pronto ad avallare le violenze antimassoniche con ordinanze, circolari e disposizioni particolari costruite sulle situazioni di fatto 8. L’obbligo per i pubblici impiegati di dichiarare su appositi moduli se, quando e per quanto tempo avessero fatto parte dell’Istituzione e altre misure gravemente persecutorie fugarono gli ultimi dubbi sulla possibilità di ritagliare qualche margine di sopravvivenza per la Massoneria in Italia, come associazione riconosciuta: prassi che, date le circostanze, si sarebbe tradotta in una petizione vassallatica del tutto inconciliabile con la tradizione liberomuratoria.
      Sospensione dei lavori e scioglimento delle Officine non significarono però dissoluzione del Governo della Massoneria, rimasto al suo posto per « continuare la vita dell’Ordine ». Nel maggio-giugno 1926 esso rientrò del resto in pieno possesso di sedi, arredi e archivi, temporaneamente sottoposti a sequestro inquisitorio. Di più: il Gran Segretario, Ulisse Bacci, per sottolineare che la Libera Muratoria italiana non si riteneva vulnerata dalla legge sull’appartenenza dei pubblici impiegati ad associazioni riprese anzi a pubblicare la « Rivista Massonica » pur tra sequestri e vessazioni 9.       La condotta del Grande Oriente si ispirò a due criteri, distinti e tuttavia convergenti. La persecuzione antimassonica rendeva pericolosa la convocazione di una Gran Loggia, che avrebbe esposto troppi Fratelli alle aggressioni delle squadracce. L’Ordine rifiutava tuttavia di subire l’illegalità, uscendo semplicemente di scena e risparmiando al governo l’impiego di mezzi straordinari. Se il regime voleva vietare la Massoneria doveva dirlo a tutte lettere, non con leggi ancìpiti o l’esercizio della violenza fisica: atta, certo, a sgomentare i singoli, ma dinanzi alla quale le Istituzioni non eran certo disposte a far getto di un patrimonio di storia secolare. Al tempo stesso, proprio perché impedito di radunare il popolo massonico, il Gran Maestro non poteva né restituire i poteri che ripeteva dalla Gran Loggia, né sciogliere alcuno dai vincoli contratti, con l’iniziazione, nei confronti non della sua persona, bensì dell’Ordine. Dal punto di vista giuridico la situazione non mutò quando Torrigiani, nel settembre 1926, incaricò un Comitato Ordinatore di curare gl’interessi materiali delle Officine e delle sedi centrali della Comunione, in via di liquidazione. Per aver ragione dell’Ordine il regime dovette quindi imboccare la via della manifesta violazione dello Statuto, mostrando in tal modo – proprio come la Massoneria voleva – che il fascismo non solo non era garante del ripristino dell’ordine, bensì esso stesso si fondava sulla pratica dell’illegalità, sia pure ammantata coi dubbi panni dei decreti legge e, peggio, di ordinanze ministeriali, circolari prefettizie, o, semplicemente, dei dispacci riparatori diramati dall’esecutivo, ai vari livelli, in spregio delle garanzie statutarie.
      Per tale via si giunse alle leggi speciali del 1926-27, proclamate all’indomani dell’oscuro attentato attribuito ad Anteo Zamboni, seguito da rumorose manifestazioni di piazza, orchestrate per far credere che il paese assecondasse l’estremismo governativo, culminante nel ripristino della pena di morte e nell’arbitrario scioglimento di tutte le organizzazioni politiche, sindacali, culturali non obbedienti al governo. Nei confronti della Massoneria le leggi speciali non aggiunsero però nulla alle norme in vigore: infatti le misure vessatorie assunte nei confronti di Palazzo Giustiniani (e, ormai, anche di Piazza del Gesù) non furono che applicazioni discrezionali ed estensive di provvedimenti che, nel loro enunciato originario, non menzionavano affatto i templi di Hiram. Per quanto intenzionato ad abbattere l’Ordine, il regime non riusciva dunque a percorrere se non le « vie di fatto »: proprio quelle, però, destinate ad avere le ripercussioni più irrilevanti nella continuità giuridica della Comunione italiana, il cui Gran Maestro, Torrigiani, nell’aprile del 1927 rientrò dalla Provenza, posponendo le cure della sua già malferma salute a quelle per il Fratello Luigi Capello, artificiosamente coinvolto nel processo per l’attentato Zaniboni. Condannato a cinque anni di confino – con una generica accusa di attività antigovernativa, tendente a identificare il governo con lo Stato, secondo la logica   del regime – e deportato nell’isola di Lipari 10, Torrigiani perdette l’ultima possibilità di una regolare restituzione all’Ordine del Supremo Maglietto, di cui, pertanto, rimase depositario.       L’interruzione dei lavori e l’impedimento del Potentissimo non comportarono né la perdita della qualità iniziatica da parte di quanti l’avessero regolarmente ottenuta, né il divieto, per i Fratelli d’Italia, di praticare le volte d’Hiram presso le numerose logge italofone tuttavia esistenti in altri Paesi (frutto di antiche vicende), né, tantomeno, di farsi ricevere presso Officine di altri Orienti, in nome della fratellanza universale della Famiglia.
      Al termine di un quinquennio di persecuzione, la Libera Muratoria italiana risultò dunque non sciolta, bensì congelata – come altre volte era accaduto nella storia della penisola -, tantoché il Supremo Consiglio scozzesista continuò i suoi lavori, pur nelle forme dettate dall’impossibilità di qualsiasi riunione, fosse pure riservata.
      Esso teneva acceso il pegno dell’Ordine, dal quale i professi dell’Alta Massoneria traevano iniziazione e legittimità, come già altre volte era accaduto nella storia d’Italia: segnatamente nella lunga vigilia dall’età napoleonica all’unificazione, quando, appunto, gli alti gradi scozzesisti eran rientrati tra le Colonne per riconoscersi nell’Ordine, non certo per seminare il disordine in poteri che nascono dalla Gran Loggia, né mai potrebbero surrogarla.
      L’offensiva antimassonica scatenata in Italia dal 1923 non aveva suscitato all’estero reazioni proporzionali alla gravità degli eventi, in molti casi ritenuti l’inevitabile scotto per la diffusa presenza nella contesa politica se non dell’Ordine in quanto tale di molti suoi affiliati. Il regime, del resto, almeno in primo tempo, non solo insisté nell’accusare il Grande Oriente d’Italia di indebito attivismo in campo profano, ma, oculatamente, lasciò che la tesi di una catarsi liberomuratoria attraverso un forzato bagno latomico venisse avanzata da volumi editi da case fiancheggiatrici del partito al governo 11.   6 bis. Cfr. Circolare antimassonica del P.F.N. (1925) (La Melagrana).

7. La Relazione Mussolini venne pubblicata da A. Luzio, in Appendice al vol. II di La Massoneria e il Risorgimento, Bologna, Zanichelli, 1925, pp. 281-86: uscita in coincidenza con l’approvazione della legge sull’appartenenza dei pubblici impiegati ad associazioni segrete. Manca un’opera esauriente sull’antimassonismo mussoliniano, da taluni ricondotto a un’asserito diniego di accoglierne l’iniziazione all’Ordine: spiegazione, codesta, riduttiva e niente affatto convincente, visto che a Mussolini non mancò certo l’appoggio della Serenissima Gran Loggia di Piazza del Gesù nella fase, cruciale, dell’assalto al potere (ottobre 1922). Quel contrasto, in realtà, era insanabile per il totalitarismo del regime, in antitesi col pluralismo tollerante della Massoneria: per la quale lo Stato è strumento al servizio degli uomini, non tiranno teso a strumentalizzarli a sua volta. V. altresì C. SCHWARZENBERG, Diritto e giustizia nell’Italia fascista, Milano, Mursia, 1977.

8. La legge sull’appartenenza degl’impiegati alle associazioni, approvata il 20 novembre, venne pubblicata sulla « Gazzetta Ufficiale » il 26. Il decreto di Torrigiani è datato 22. Un esempio vistoso della copertura accordata dal ministro degl’Interni, Luigi Federzoni, alle imprese squadristiche antimassoniche con misure d’emergenza è dato dalle disposizioni impartite all’indomani del criminoso pogrom fiorentino del settembre-ottobre 1925, quando il leader nazionalista intimò la cessazione delle violenze contro le logge e i Fratelli perché ormai – egli scrisse – il governo stesso stava per prendere adeguate misure repressive contro il Grande Oriente (in proposito vedasi la nostra Storia della Massoneria dall’Unità alla repubblica, pref. di Paolo Alatri, Milano, Bompiani, 1976, p. 505). Federzoni non faceva che imitare l’esempio già dato dal Ministero degl’interni nel 1923-24, come documenta MARCELLO SAIJA, Un soldino contro il fascismo, Istituzioni ed élites politiche nella Sicilia del 1923, Catania, Celuc, 1981. V. altresì il nostro Gaetano Mosca e la Massoneria, in La dottrina di G. Mosca ed i suoi sviluppi internazionali, a cura di E. A. Albertoni, Milano, Giuffrè, 1982.

9. Sin dal 10 gennaio 1925 Ulisse Bacci s’era rivolto a Franck Bellini, a New York, chiedendogli « se la Massoneria negli Stati Uniti di America si considera ed è considerata come una Associazione segreta, ovvero se lo Stato non se ne occupa e la ignora » (GOI, AS). La « Rivista Massonica » subì ripetuti sequestri nel corso del 1925. L’anno successivo – l’ultimo di quella serie – Bacci evitò di diramare i pochi fascicoli pubblicati nel timore di rivelare gl’indirizzi dei massoni, in molte città fatti segno a sanguinosi assalti, che meriterebbero di essere analiticamente ricostruiti.
Subito dopo l’attentato di V. Gibson, Bacci fece in tempo a pubblicare un ultimo fascicolo, nel quale veniva deprecato l’attentato al presidente del consiglio – una soluzione sbrigativa ma inadeguata alla profondità della crisi civile in corso in Italia -. Sin dal 2 novembre 1926 comparvero però in talune città (per es. Padova) dei « Bandi », nei quali si intimava agli avversari del regime (nominativamente citati) di dare le dimissioni « da qualsiasi impiego o carica entro 48 ore dalla affissione (…) », lasciando la città, la provincia e « possibilmente l’Italia ». « Passato tale termine – concludevano i loro autori – lo squadrismo, fedele alla rivoluzione fascista, non garantisce l’incolumità dei predetti ». Nel caso di Padova, su 38 “proscritti“, 17 erano massoni delle Officine « La Pace », « Galileo », « Pitagora ». Il « bando » padovano è pubblicato nel catalogo La Massoneria nella storia d’Italia, Torino, Assessorato per la Cultura, 1980, p. 140.

10. Sulla condanna di Torrigiani ACS, MI, DGPS, AA GG RR, Ufficio Confino Politico, fasc. pers. TORRIGIANI Domizio (ma v. anche i ff . di MEONI Giuseppe e FERRARI Ettore), utilizzato nella sez. VII (Un Gran Maestro a confino) nella nostra Storia della M., cit., pp. 731 e ss. e La “linea del Piave” della libertà, « Hiram », Grande Oriente d’Italia, Roma, 1982, n. 4, pp. 103-106. Tra le testimonianze più interessanti sulla permanenza di Torrigiani a Lipari v. LEOPOLDO ZAGAMI, Confinati politici e relegati comuni a Lipari, Messina, 1970 e GAETANO FIORENTINO, La mattanza, in Diavoli e Frammassoni, Longo, Ravenna, 1981.
Sul “clima” politico-giuridico nel quale vennero pronunziate le condanne nei confronti dei massimi dignitari dell’Ordine v. Ministero della Difesa, Ufficio Storico SME, Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, Decisioni emesse nel 1927, Roma, 1980.

11. È il caso di X.Y. 33, Espiazione Massonica, Milano, Alpes, 1927. « X.Y. » non è mai stato identificato con esattezza, malgrado non manchi di fornire particolari autobiografici che non conducono lontano dall’esatta individuazione (ex socialista e sindacalista, attivo in Loggia e in missione in paesi di lingua spagnola…). Esattamente individuata è invece l’Editrice « Alpes », controllata da Arnaldo Mussolini e dalla quale non sarebbe quindi mai stato pubblicato un libro non gradito a Mussolini stesso. Questi, intervistato da giornalisti stranieri, dichiarò che il governo combatteva il Grande Oriente d’Italia perché esso svolgeva attività politica e antinazionale. In realtà vennero impediti anche i tentativi – abbozzati da Raoul Palermi, di Piazza del Gesù – di trasformare quella organizzazione in un’Associazione culturale intitolata a San Giovanni di Scozia (ACS, Segreteria del duce, carteggio riservato, fascicolo Palermi Raoul).  
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