SULLA FRATELLANZA

SULLA FRATELLANZA

Considerando in quale misura vengano messi in rilievo i pregi della fratellanza presso la maggior parte delle organizzazioni iniziatiche, non appare privo d’interesse spendere alcune parole a questo riguardo, per cercare di stabilire quali siano le ragioni che possono trovarsi alla sua radice. Per rendere più semplice e chiara la nostra esposizione ci limiteremo qui a esaminare l’argomento dal particolare punto di vista delle forme iniziatiche occidentali, più familiare se non per tutti almeno per una parte dei lettori; ciò non vuol dire, tuttavia, che non ricorreremo ad altre fonti quando ciò ci sembri opportuno, allo scopo di meglio illustrare il nostro pensiero.

Risalendo agli Antichi Doveri della Libera Muratoria vi si scopre, inserita in modo più o meno velato tra le norme ivi elencate, una preziosa indicazione ai fini di questa ricerca: in essi viene affermato che «l’amore fraterno [costituisce] la pietra di fondazione e di volta, il cemento e la gloria di questa antica Fratellanza» .

Una tale formulazione, ad un tempo estremamente concisa e ricca di contenuti, rispecchia in modo ammirevole la dottrina tradizionale, sia pure applicata all’ambito proprio della Libera Muratoria. In essa i termini impiegati hanno un carattere tecnico che, nel caso degli antichi operativi, doveva essere in grado di richiamare immediatamente alla loro mente una serie di nozioni legate alla pratica del mestiere, ma anche e soprattutto suscettibili, almeno per coloro che ne erano in grado, di un adattamento altrettanto rigorosamente «tecnico» all’arte della vita.

Ora, è chiaro che assimilare l’amore fraterno alla «pietra di fondazione» non può corrispondere allo stesso significato che esso assume quando lo si assimila alla «pietra» o «chiave di volta», tra di essi intercorrendo tutta la distanza che separa la «virtualità» dalla «effettività». Invero, una tale discriminazione allude alla necessità di perseguire lo sviluppo dell’amore fraterno fin dall’inizio e lungo tutto il percorso della via iniziatica, il massone essendo tenuto a sforzarsi di portare a termine in se stesso l’opera di costruzione dello spirito di fratellanza affinché gli sia infine possibile stabilirsi nella «perfetta unione». Non v’è dubbio, inoltre, che un allenamento mentale e comportamentale volto a privilegiare ognora lo spirito di fratellanza sugli interessi egoistici, agisce quale «cemento» o collante tra i singoli componenti dell’organizzazione iniziatica, garantendo una maggiore o minore coesione del vincolo fraterno a misura del grado di maturazione raggiunto da ciascuno.

Si tratta, in fin dei conti, di un processo tutto interiore che non può se non trovare corrispondenza in una pratica metodica in grado di avviare verso la realizzazione iniziatica. A questo proposito è bene ricordare come gli Antichi Doveri forniscano una certa regola di vita richiedente, tra l’altro, di «evitare tutte le dispute e questioni, tutte le maldicenze e calunnie, non consentendo ad altri di diffamare qualsiasi onesto fratello, ma difendendo il suo carattere e dedicandogli i migliori uffici per quanto consentito dal vostro cuore e sicurezza e non oltre».

Ma, al di là delle norme tramandate per iscritto nei documenti pervenutici, ormai reperibili nelle varie raccolte pubblicate, negli Antichi Doveri v’è anche un’esplicita apertura a «doveri» comunicabili «per altra via», il che può alludere a qualcosa di ben più consono al carattere strettamente «riservato» e piuttosto personale che riveste un metodo di realizzazione iniziatica, del quale tutt’al più possono apparire all’esterno, cristallizzate in uno scritto, solo indicazioni di applicazione generale e che vanno perciò ritenute in qualche modo relativamente exoteriche.

Su questo punto, altre vie iniziatiche diverse da quella massonica possono offrire precisazioni più dettagliate e può essere utile, al fine di favorire la comprensione, riprodurre alcuni passaggi estratti da testi del Sufismo dovuti agli «Shuyukh» Muhammad at-Tâdilî e Jâlal-ud-dîn Rumî.

«Le qualità proprie del carattere del Sûfî – dice lo Sheikh at-Tâdilî – fanno sì che quando tu sei irritato con lui, egli ti risponde con l’equanimità (…). Esse lo portano anche a perdonare colui che gli ha fatto un torto, a sforzarsi di riallacciare le relazioni di amicizia con colui che le ha rotte, a soddisfare le richieste di colui che ha respinto le sue (…)».

«L’amicizia obbliga alla sincerità, sia esteriore che interiore, tra iniziati, secondo la massima: “Quando siete in compagnia dei Sûfî, siatelo con sincerità, perché essi sono le spie dei cuori. Essi entrano ed escono dai vostri cuori in modo per voi imprevedibile”. In effetti, tu sei lo specchio dei tuoi fratelli: essi vedono in questo specchio ciò che è nascosto in profondità (…). E v’è un adagio che dice: “Nessuno dissimula una cosa senza ch’essa traspaia dal suo volto e dalle parole che si lascia sfuggire” (…). Ma i Sûfî sono preservati dalla dissimulazione perché essi hanno indossato il mantello della purezza e proprio per ciò si chiamano Sûfî».

«L’amicizia implica la modestia (nelle relazioni) tra fratelli, il controllo degli impeti del carattere proprio di ciascuno, la convinzione di essere inferiori agli altri fratelli (…). Questa amicizia conduce a far finta di non notare i passi falsi dei fratelli, a nascondere i loro difetti, (…) a cercargli tutte le scuse possibili, mettendo in pratica la massima sufica che dice: “Cerca per tuo fratello settanta scuse e se non le trovi, rivolgiti all’anima tua con sospetto e dille: Quello che vedi in tuo fratello è ciò che è nascosto in te!” (…)».

A questo riguardo, Jâlal-ud-dîn Rumî dice: «Se scopri un difetto in tuo fratello, devi sapere che tale difetto esiste in te stesso (…). Elimina il difetto che ti ferisce: in realtà ti sei ferito da te stesso (…). Tutti i difetti: la prepotenza, l’odio, la gelosia, la bramosia, l’assenza di pietà, l’orgoglio, se esistono in te non ti feriscono, ma quando li scopri negli altri, ti spaventi e ne sei ferito».

«L’amicizia – continua a dire lo Sheikh at-Tâdilî – implica che ci si informi delle preoccupazioni dei fratelli, che si presti loro aiuto nella misura del possibile, che si vada sovente a trovarli per rendere loro visita e rinnovare l’alleanza (…)».

«La nobiltà del carattere è tutto il Tasawwuf (la via iniziatica). Essa presuppone la rinuncia al desiderio di comandare tra gl’iniziati, la rinuncia all’ostentazione ed agli onori. L’iniziato non dovrà vantarsi di essere superiore ai suoi fratelli per la scienza, per la conoscenza o per gli stati (spirituali), ma rifletterà piuttosto sulla lentezza con cui sbarazza la propria anima dalle passioni e con cui procede alla ricerca di quello che può accontentare i suoi fratelli (…)».

«In una parola, la via dei Sûfî è la via dell’Unione. I loro respiri e la loro condotta sono diretti all’amicizia nell’Unione. L’Unione è infatti il principio dell’esistenza e di ciò che si differenzia in tutti i mondi».

Queste citazioni, selezionate da una fonte che, in pratica, si rivela pressoché inesauribile a causa dei molteplici e via via sempre più sottili adattamenti alle varie possibilità, possono comunque bastare per capire che questo metodo insegue il superamento delle barriere limitative che determinano un «io» per opposizione agli «altri», tramite la progressiva rinuncia alle limitazioni derivanti dall’autonomia individuale.

D’altronde in Massoneria, almeno per un certo verso, le cose non sembrano stare in modo poi così diverso, se consideriamo che il simbolismo muratorio vuole che le varie pietre vengano squadrate e levigate sino a cancellare ogni singolo difetto che possa compromettere il loro assemblaggio, per concorrere così alla maggiore solidità dell’opera.

Riguardo al metodo di realizzazione dell’unione fraterna si può, per sommi capi, avanzare l’idea di un «processo di costruzione della fratellanza» che sia una conseguenza naturale del progredire dello sforzo teso a un parallelo «processo di demolizione» di quella tendenza all’individualismo che è propria dello stato profano; non vediamo altra possibilità e, tutto sommato, riteniamo che questo sia l’unico modo realistico e positivo di affrontare il problema, e per evitare che le buone intenzioni si esauriscano nel nulla.

Naturalmente, nel «lavoro collettivo» v’è uno strumento «operativo» coadiuvante a questo fine, a patto però che vengano rispettati determinati presupposti, tra i quali bisogna annoverare in primo luogo la qualità dell’ambiente collettivo. Inoltre, sul piano personale, non va dimenticato che l’attitudine che può considerarsi consona all’iniziato deve essere tutt’altro che passiva, almeno al proprio interno, e questo fin dai primi passi dell’apprendistato: attento al lavoro collettivo, egli deve essere pronto ad afferrare ogni occasione propizia per individuare i propri difetti; ciò è di gran lunga la cosa più difficile poiché richiede che egli sia dotato di una salda intenzione e di una grande sincerità anche verso se stesso; individuata l’imperfezione, in seguito si tratta solo di impegnarsi a cancellarla, il che appartiene esclusivamente alla sfera della volontà.

A questo punto diventa forse più facile capire perché in genere l’attività dell’iniziato deve essere principalmente rivolta verso l’interno: in effetti, anche quando siano i fatti esteriori a reclamare la sua attenzione, ciò avviene non in quanto essi possano come tali incuriosirlo e quindi trascinarlo a giudicare le faccende altrui, ma in quanto per loro tramite ne riesca a trarre un giovamento, un’indicazione atta a essere trasferita al proprio interno, in un’attività tutta tesa a progredire nello sgrossamento delle proprie asperità, dei propri difetti. A questo proposito ci viene in mente la figura del massone che, ripiegato su se stesso, si cimenta nella squadratura della propria pietra, ben conscio che giammai nessuno potrà dall’esterno supplire a questo suo sforzo, che è e rimane prettamente personale.

Beninteso, quanto testé detto si riferisce in particolar modo a ciò che chiamammo «processo di demolizione»; l’altra faccia della medaglia, e cioè il «processo di costruzione della fratellanza» che ne deriva, fa sì che la virtù dell’iniziato si riversi sull’ambiente più o meno effettivamente secondo il grado di sviluppo raggiunto e con caratteristiche che potranno anche differire in ordine alle attribuzioni qualitative che determinino le varie nature. Chiaramente, quanto più si riesca a progredire nella via della «demolizione» tanto più si sarà in grado di «vivere» la fratellanza.

Diciamo infine che, una volta superato un determinato limite del «processo di demolizione», si sarà passati da una certa visione della «realtà», colorata dal predominio disordinato delle passioni e dove tutto viene misurato in termini di opposizione al proprio «io», ad un’altra diversa dalla prima, caratterizzata dal prevalere della virtù, dove ogni cosa viene considerata sotto l’aspetto della complementarità e dove l’io cede il passo al «noi»; a questo punto, gli attributi manifestati dalle diverse nature si rafforzeranno a vicenda, rendendo possibile quell’armonia d’intenti necessaria per procedere spediti nell’opera comune. In un simile caso, si potrà quindi affermare che l’iniziale «opposizione» è stata ormai superata, operandosi la sua trasmutazione in «complementarità».

Non bisogna, tuttavia, ritenere con ciò che il traguardo sia stato raggiunto: come in qualche modo avevamo già anticipato all’inizio di questo studio si tratta in realtà di una tappa, sia pure importantissima e necessaria, ma una tappa soltanto lungo il corso della via massonica che porta all’unione fraterna, poiché, difatti, l’«unione» va ben oltre la «complementarità».

Ed è proprio per questo motivo che negli Antichi Doveri si giunge, alla fine, ad assimilare l’amore fraterno a una pietra da costruzione molto speciale, una pietra che, sia per la forma sia per la posizione che è destinata a occupare, è unica in tutto l’edificio: mi riferisco alla «chiave di volta», la cui posa sta a segnalare pure la conclusione, il «coronamento» vero e proprio dell’opera muratoria; collocata dall’alto, essa va a incunearsi nell’occhio della cupola o della volta, assicurando così, secondo le regole dell’arte, la massima solidità all’intera costruzione.

Capolavoro nel capolavoro, a un tempo fine dell’opera architettonica e principio della sua indistruttibilità, essa ne esprime la ragione ultima e come la sintesi di tutto l’operato.

Orbene, mettere in rapporto l’amore fraterno con ciò che viene raffigurato dalla «chiave di volta» implica verosimilmente la possibilità di una «esaltazione», non già soltanto virtuale, bensì pienamente effettiva, al di là di ogni forma, capace di trasporre colui che la realizza nella «perfetta unione» dove tutto diviene Uno.

Ancorché la lettura dei simboli costruttivi ci consenta di concepire una possibilità di questo genere, così estranea alla mentalità del mondo profano ma riscontrabile ovunque nelle tradizioni iniziatiche di cui abbiamo notizia, la sua presa in considerazione – se vuol essere seria -, pur senza perdere di vista l’estrema difficoltà che si trova a voler misurare dall’esterno un tale ordine di cose, richiederebbe quanto meno che ad essa facesse riscontro un qualche metodo che si dimostri, almeno in teoria, capace di favorire – per certi casi e in determinate circostanze – la sua messa in atto; altrimenti, bisognerebbe concludere che la questione si riduce a essere soltanto un «gioco di parole» più o meno ingegnoso che non porta da nessuna parte e che a null’altro serve se non a stimolare l’autocompiacimento ed a gonfiare il proprio «io».

Come può ben capirsi l’argomento introdotto è irto di difficoltà sotto più di un aspetto e una sua trattazione, per quanto succinta, comporterebbe sviluppi tali da evadere i limiti di questo studio, il quale peraltro deve avviarsi al suo termine. Ciò nonostante, forse potrà essere d’aiuto nel nostro caso rilevare quale sia l’indirizzo che in sostanza perseguono, in un modo o nell’altro, le diverse tecniche di realizzazione spirituale che si conoscono.

In generale, sia che si tratti di «meditazione» che di «contemplazione», o ancora di «invocazione», è possibile sostenere che ciò che viene invariabilmente favorito con tali mezzi non è altro che la «concentrazione». Che l’esercizio di mantenere sotto controllo la propria attenzione sia un modo per evitare di venire strattonati qua e là dagli stimoli derivanti dall’incessante e disordinato fluire dei pensieri, è una constatazione che chiunque – anche solo per qualche attimo – può fare da sé. Inoltre, è fuor di dubbio che una tale pratica sia in grado di assecondare e anche di accelerare quel «processo di demolizione» di cui parlavamo prima. Per ultimo, visto che la «concentrazione» viene metodicamente condotta sulla base di una simbologia di portata universale che cancella ogni volta dal campo di attività mentale qualsiasi riferimento alle cose sensibili, e tenendo conto che la frequenza della pratica può essere accresciuta fino a divenire abituale, anche senza scendere in maggiori particolari mi pare che sia possibile concepire come, al limite, essa possa disporre il soggetto nelle condizioni necessarie per permettere che si verifichi un cambiamento di mentalità tale per cui ogni cosa non venga più riferita alla propria individualità bensì alla sua vera origine.

In realtà, basta riesaminare con un po’ di attenzione le varie fasi abbozzate lungo questo studio per convenire coll’impossibilità pratica di emergere da un simile processo di purificazione nello stesso identico stato in cui si era al momento dell’entrata; così pure, quando tale processo sia stato spinto fino alle sue ultime conseguenze, non appare impossibile sperare che il cambiamento indotto raggiunga le caratteristiche di un capovolgimento nel modo di vedere le cose: in questo caso si sarà passati da una visione della realtà ancora relativamente frammentaria e individuale – dato che la complementarità non supera ancora la sfera formale – ad un’altra di ben diverso ordine. Questa metamorfosi intellettuale è proprio ciò che esprime, ad esempio, il termine greco «metànoia»: al di là di «nous», della mente individuale. Ma un simile passaggio, che nei confronti di chi si trova ad affrontarlo può, di fatto, assumere le sembianze di un pauroso salto nel buio, dov’è che conduce?

«Tutte le dottrine tradizionali – scrive René Guénon – mostrano come il mentale nell’uomo abbia una doppia sembianza, a seconda lo si consideri rivolto verso le cose sensibili, caso che è quello del mentale inteso nel senso abituale e individuale, o che si trasponga in un senso superiore, dove viene identificato con lo hêgêmon [la Guida o Maestro interiore] di Platone o con l’antaryâmî [l’Ordinatore interno] della tradizione indù; la metanoia è propriamente il passaggio cosciente dall’uno all’altro, da dove risulta in qualche modo la nascita di un “uomo nuovo”; e seppure sotto diverse formulazioni – ma che in realtà si equivalgono – tutte le tradizioni affermano all’unanimità la nozione e la necessità di tale metanoia». Codesto «Maestro interiore», che Platone identifica nella nostra «parte più divina» (theiòtatos), non è diverso dal nostro spirito o intelletto trascendente, il quale essendo d’ordine universale permette di conoscere tutte le cose in modo diretto nel dominio dei princìpi eterni ed immutabili.

Analogamente, se ci soffermiamo a considerare la struttura di un edificio terminato in una cupola, non si può non verificare che solo dall’alto dell’opera, ovverosia dal suo apice o «chiave di volta», diviene possibile una visione d’assieme altrettanto universale, capace di abbracciare i molteplici elementi che ne fanno parte.

Orbene, dato che nel nostro «processo di costruzione della fratellanza» l’equivalente di tale «chiave di volta» è ciò che nell’odierna Massoneria si chiama «perfetta unione», viene da chiedersi, arrivati a questo punto, se abbia senso parlare ancora di fratellanza, dal momento che, pur essendo vero che questa parola serve adeguatamente a esprimere quella tendenza verso l’unità che porta gli esseri a coagularsi nella ricerca del bene comune al di là di tutte quelle differenze che li separano, è comunque altrettanto incontrovertibile che, essendovi in essa un necessario riferimento alla molteplicità, appare certamente inadeguata a esprimere l’unità stessa, la quale non ammette nemmeno un’ombra di accenno alla separatività. Ragione d’essere della fratellanza, l’unità costituisce il principio che la determina e che in essa si rispecchia, nonché il fine ultimo verso il quale essa è ordinata. Proprio a causa di ciò in una massima sufica si dice: «I rapporti tra due fratelli non raggiungono la perfezione fin quando non si rivolgano l’uno all’altro dicendosi: oh, me stesso!»; difatti, in uno stato in cui l’intera molteplicità si vede nell’Unità, come potrebbero sussistere ancora delle distinzioni contrassegnate da un tu e un io?.

Con queste considerazioni dedicate alla fratellanza, materia che taluni, magari per ragioni di radicata familiarità con l’uso corrente del termine, liquidano frettolosamente come prodotto esclusivo della sfera sentimentale, in questo modo finendo per escluderla dalle questioni che collocano al centro del proprio interesse intellettuale – ciò che chiama alla memoria quella leggenda massonica riferita alla «chiave di volta», dove tale pietra viene scartata dai costruttori proprio perché essi non sono capaci di riconoscerla -, con queste considerazioni, dicevamo, speriamo d’aver contribuito a gettare un po’ di luce su di un altro tema, quello della realizzazione iniziatica, che manifestamente interessa a tutti coloro che non si accontentano del carattere virtuale dell’iniziazione ricevuta.

E per quanto sia vero che all’interno della Massoneria manca ormai da lungo tempo l’equivalente di quei mezzi a cui si accennava verso la fine di questo studio, ciò non vuol dire che si debba abbracciare la posizione di chi presume che la realizzazione spirituale sia il prodotto specifico dell’applicazione di una qualche specie di ricetta più o meno «magica»: vi è in tutto ciò una evidente confusione, dal momento che si attribuisce a un semplice mezzo il carattere di causa, quando quel che ci si può attendere da esso è che serva d’aiuto per porsi nelle condizioni richieste per raggiungere il fine perseguito; d’altro canto si dimentica altresì che in realtà non è affatto questione di produrre qualcosa che non esiste ancora ma, piuttosto, di giungere a prendere coscienza effettiva di ciò che già è e che giammai ha cessato di essere.

Per conto nostro, pur senza tralasciare di valutare l’incontestabile gravità della perdita subita, consideriamo sia di maggior costrutto dirigere l’attenzione sul fatto che una tale questione non intacca la prima parte del processo di purificazione che abbiamo esaminato e, se si tiene conto che, nella stragrande maggioranza dei casi, appare contraddittorio pensare di accedere direttamente alla realizzazione del fine ultimo senza dover passare prima per tutte quelle tappe collegate con le caratteristiche più specifiche di ogni individualità, non vediamo per quale ragione si debba rinunciare a mettere in pratica ciò di cui si dispone e che per se stesso richiede una capacità, un impegno e uno sforzo certamente considerevoli (fino al punto che ci si potrebbe chiedere quanti siano oggi gli aspiranti che posseggono le qualificazioni necessarie per portare a termine una simile impresa).

Concludendo, pensiamo che, invece di sperperare tempo e sforzi dietro le mille e una suggestioni che – malgrado quel che ognuno può credere – con ogni probabilità provengono esclusivamente dal desiderio incosciente di tutelare il proprio io dalla morte iniziatica, quei pochi che abbiano maturato l’intenzione sincera di impegnarsi in un processo di realizzazione spirituale faranno bene a cominciare, qui e ora, a dedicarsi per intero a combattere in se stessi la causa di tutte quelle contrapposizioni che scorgono nei loro rapporti con il mondo esteriore, le quali, se per un verso si manifestano come un fattore di divisione, per un altro verso invece costituiscono una effettiva opportunità per riuscire a superare i propri limiti, poiché, come dicono i Sûfî, «Se le creature sono i grandi veli che ci separano dal Creatore, la via che porta ad Allâh passa attraverso di esse».

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