SIMBOLISMO E RITUALITÀ INIZIATICA IN PINOCCHIO

SIMBOLISMO E RITUALITÀ INIZIATICA IN PINOCCHIO

Siamo Lieti presentare ai nostri Ospiti questo lavoro del Carissimo Franco Cuomo, passato all’Oriente Eterno a Luglio del 2007.

Pinocchio è un burattino che vuole diventare “un ragazzo come tutti gli altri” , possibilmente “un ragazzine per bene”.

Cioè: farsi uomo.

Il ruolo materno se lo assume una “fata dai capelli turchini”, già iconograficamente assai sospetta, che riesce a diventargli madre restando vergine.

Il padre è un vecchio falegname, che sicuramente non ha mai avuto né avrà mai rapporti con la Fata, del resto tanto giovane: è una Bella Bambina.

“Allora si affacciò alla finestra una bella bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale, senza muovere punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo:

“In questa casa non c’è nessuno. Sono tutti morti.”

“Aprimi almeno tu!” – gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.

“Sono morta anch’io.”

“Morta? E allora cosa fai costì alla finestra?

“Aspetto la bara che venga a portarmi via.”

Così piccola com’è, la Fata potrebbe essere soltanto – e così la storia simula sul principio – la sorellina di Pinocchio. Invece no. È lei stessa che, crescendo prodigiosamente in un limitatissimo arco di tempo (come per un improvviso concepimento), si immerge di prepotenza nel ruolo di madre:

“Ti ricordi? Mi lasciasti bambina ed ora mi ritrovi donna; tanto donna che potrei farti quasi da mamma.”

E Pinocchio, poco più avanti:

“Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo come tutti gli altri.”

Seguono altre indicazioni sconcertanti, che gradualmente ci introducono nelle spire di una grande metafora sacro-magica.

Il tradimento ha il suono delle monete d’oro che tintinnano sotto la bocca serrata di un impiccato. Due ladri camminano accanto al burattino che vuole farsi uomo. Un provvidenziale colombo prende sulle spalle Pinocchio per condurlo in riva al mare, dove il padre sta scomparendo tra i flutti. Ed è nel ventre di un grande pesce che i due si ritroveranno incolumi per vivere insieme l’ultimo stadio dell’iniziazione di Pinocchio alla condizione umana.

La metafora religiosa nella fiaba del burattino che deve “farsi uomo” si sposa dunque alla liturgia di un cammino iniziatico che prevede dure prove da superare, errori da compiere per poterli poi riparare, ma sopratutto penetrazione del mistero della morte per poter rinascere alla vita. E questo è tipico di qualsiasi rito di iniziazione, dai più elementari a quelli più elaborati: il passaggio a una condizione esistenziale rinnovata presuppone la morte simbolica di ciò che si era prima di arrivare alla soglia del mutamento. La trasformazione di Pinocchio in asino e il suo ritorno alla condizione di burattino, dopo essere precipitato in fondo agli abissi marini ed essere stato liberato della pelle asinina da una torma di pesci, risponde dunque a regole magiche precise. E così l’immagine dell’ultima metamorfosi, allorquando il ragazzo in cui si è trasformato Pinocchio indugerà a guardare “con grandissima compiacenza le spoglie senza vita del burattino che era stato:

“Com’ero buffo quand’ero burattino! E come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!”

Ma al di là dell’iniziazione, l’intero gioco della metafora è calato in un contenitore esoterico, nel quale tutto ciò che è straordinario viene dato per scontato, dagli scherzi stile poltergeist del legno animato che diventerà Pinocchio alla gran copia di animali parlanti. Il burattino insomma conversa in corretto italiano risciacquato in Arno con una varietà infinita di animali – per lo più moralisti saccenti e presuntuosi, ma anche imbroglioni e opportunisti, sempre coalizzati contro di lui implacabilmente – che vanno dall’insopportabile Grillo al Gatto e alla Volpe, al Pappagallo indisponente del Campo dei Miracoli, al Granchio raffreddato e alla serva Lumaca, ai Conigli becchini e al Merlo bianco. E come se tutto questo non bastasse, Pinocchio è già notissimo tra le creature (animate o inanimate, come le marionette di Mangiafuoco) che di volta in volta incontra nel corso del suo travagliato cammino. Lo chiamano tutti per nome, lo acclamano o lo ammoniscono, lo esaltano o lo umiliano, ma sempre con grande cognizione di causa ed identità.

 Siamo sicuri che, per “farsi uomo”, questo burattino debba davvero essere iniziato ad uno stadio superiore? Siamo sicuri che diventare “un ragazzo come tutti gli altri” costituisca per lui un progresso rispetto alla condizione in cui si trova? Non siamo forse di fronte al depositario di occulti segreti che la gente comune stenta a cogliere? Non è per caso, questo Pinocchio, l’adepto di una società segreta all’interno della quale sa muoversi con un’agilità che ai profani appare invece goffa ed illegale? Una cosa è certa: conosce segni e simboli che gli permettono di comunicare e farsi riconoscere con tutte le creature che incontra, soprattutto se lontane dall’universo degli umani.

 Molte tentazioni offre la zoologia fantastica di Collodi a chi volesse addentrarsi in una lettura simbolica della fauna rappresentata nel romanzo. Pensate a quali conclusioni potrebbe condurci un’analisi approfondita dei significati rintracciabili nell’immagine del serpente con la coda che fuma, o in quella del pescecane nel cui ventre il burattino ritrova il proprio padre per ricondurlo alla luce, o infine in quella del grillo che tanto si presterebbe a una spregiudicata riflessione psica-nalitica. Inesauribile potrebbe risultare l’avvio semplicemente – non dico la trattazione – di un discorso intorno agli animali che Pinocchio incontra lungo il suo fantastico itinerario dal legno alla resurrezione nella carne.

Volendo dunque soffermare su di uno di essi la nostra attenzione – uno soltanto, a scopo esemplificativo, in funzione del metodo più che dei risultati della ricerca – scelgo la lumaca. Perché?

In primo luogo perché è bella ed inquietante anche se abitualmente tali aspetti sfuggono all’attenzione di chi l’osserva, nella meraviglia della spirale che connota la crescita del suo fragilissimo guscio. In secondo luogo perché l’insieme dei suoi caratteri, dall’ermafroditismo al letargo, stimola più di una lettura simbolica.

Cominciamo dalla spirale, che imprime alla conchiglia la dignità della perfezione geometrica. In essa il tempo s’interseca con la dimensione fisica: la spirale non conta più di un giro e mezzo alla nascita della lumaca, ma poi, nell’arco di tra anni, raggiunge la quattro circonvoluzioni e mezza. E c’è una regola in questa evoluzione: salvo eccezioni rarissime, la spirala i sempre destrogira. Trovare una lumaca con la spirala inversa, rivolta verso sinistra, è come trovare un quadrifoglio, come ricevere dalla natura un segno bene augurante.

La spirale che segna la crescita della lumaca, inoltre, rappresenta geometricamente (al contrario della linea retta) il cammino più lungo per spostarsi, seguendo regole precise, da un punto a un altro. Ma è anche il cammino che scelgono gli esecutori di molte danze o processioni sacre, appartenenti a paesi ed epoche diverse. Spiralico è ritenuto il percorso della danza dionisiaca, ma anche quello di certi riti funerari primitivi, laddove la bara del defunto viene posta nel punto centrale perché i partecipanti possano gradualmente avvicinarsi alle sue spoglie ed altrettanto gradualmente allontanarsene.

Se ne potrebbe dedurre che il percorso del dolore segue l’itinerario spiralico dall’area esterna verso il centro, e viceversa, il percorso della liberazione (allontanamento dalla bara, ma anche ritualità orgiastica della danza) segua l’itinerario dal centro all’infinito.

Al di là delle deduzioni connesse alla lettura simbolica della spirale, c’è un altro aspetto da non sottovalutare nella lumaca, ed è la matura particolarissima del suo letargo, nel quale ricorrono molto più vistosamente che in molte altre specie animali i segni della morte e della rinascita. All’approssimarsi dell’inverno, infatti, la lumaca non va in letargo addormentandosi come una tartaruga o un plantigrado, ma letteralmente muore: la lumaca si crea praticamene una bara sigillando ermeticamente il proprie guscio con una secrezione mucosa che, al pari di calce, s’indurisce al contatto dell’aria. Il suo cuore quindi cessa di battere e, con l’intensificarsi del freddo, il corpo diventa duro come una pietra. Pronto a rianimarsi con il tepore della primavera.

E a queste punto, la lumaca rinasce nella schiuma della propria bava, che nelle analogie di certi riti della fecondazione richiama le secrezioni femminili. Così come la conchiglia è assimilata alla vulva, mentre il corpo molle che ne fuoriesce simboleggia il parto.

Ma sempre per quella sua secrezione, la lumaca è considerata ricettacolo di sperma, quindi fecondatrice della terra.

Per cui il suo guscio rappresenta un riferimento preciso nei riti del ciclo agricolo, al punto che la conchiglia tritata viene mescolata alla semenza, presso molte comunità primitive, a fini propiziatori. Al fine, insomma, di assicurarsi un buon raccolto.

Secrezione femminile – seme maschile: non v’è nulla di contraddittorio in questa lettura analogica. Al contrario

si tratta di una interpretazione che in entrambi i casi tiene conto di un dato naturale concreto: la lumaca è madre e padre, dimensione solare e lunare al tempo stesso, nella cui natura rivive correttamente il mite dell’androgino. Nella lumaca dunque (per la quale ci ostiniamo ad usare il genere femminile solo perché nel lessico italiane manca il neutro) si esprime un’idea perfetta di concepimento e di parte, di fecondazione e di nascita, armoniosamente fondata sulla simbiosi di elementi maschili e femminili.

Non possiamo tuttavia ridurre questo simbolismo unicamente alla fecondazione. Se il guscio della lumaca è presente nei riti propizia tori del ciclo agricolo, esso ricorre con altrettanta frequenza nei riti funerari. In numerose tombe di età arcaica sono state ritrovate conchiglie d’ogni dimensione, talvolta legate tra loro come una collana al colla del defunto, oppure disposte in funzione ornamentale.

A centinaia, i gusci di lumaca sono stati ritrovati accanto ai resti dei defunti nelle tombe paleo-cristiane e in quelle d’età carolingia. Che significato attribuire alla loro presenza se non un potere simbolico connesso alla speranza della resurrezione?

Non mancane le raffigurazioni artistiche che parrebbero sostenere tale tesi. Ma altri elementi, al di là della perfezione geometrica della spirale dei cicli vitali, suffragano il mistero della lumaca: le sue antenne retrattili, in primo luogo, che oltre a stabilire un contatto “intelligente” con l’universo esterno all’ermetico contenitore del guscio, lasciano intuire indecifrabili rapporti con entità (astrali?) non identificabili.

A quali segnali rispondono le antenne nell’emergere dal letargo? Innumerevoli sono le sollecitazioni che la matura provoca in direzione della fantasia più sfrenata. E non è detto che si debbano seguire ad ogni costo, ma registrarle – tenerne conte, filtrarle, sublimarle attraverso la nostra, immaginazione – questo sì.

Così, con le sue corna e la spirale, con la sua bava bisessuale, la lumaca è tra i protagonisti, a buon diritto, del bestiario simbolico d’ogni età.

 E qui mi accomiaterei dalla lumaca e da tutto ciò che simbolicamente rappresenta per tornare alla realtà (ripeto: realtà, non fantasia) del nostro burattino che vuole farsi uomo. Di questa creaturina che con la sua sfrenata urgenza di libertà finisce per turbare la quiete feroce della tranquilla società umbertina. Subendone le conseguenze più spaventose: Pinocchio comincia con l’essere affamato e costretto a mangiare torsoli di frutta (con motivazioni “edificanti” non bisogna sprecare niente), poi mutilato dei piedi bruciati in un braciere accanto al quale si è incautamente addormentato per ripararsi dal gelo, quindi perseguitato da gendarmi e malfattori, da magistrati e sfruttatori, tutti uniti in una sorta di congiura plenaria.

Anche la lumaca, nella fiaba di Pinocchio, è strumento di questa crudeltà. Una crudeltà che si esprime, nel suo caso, attraverso quelli che sono i limiti naturali della sua condizione, cioè la lentezza, ma di conseguenza anche l’indifferenza per quanto le accade intorno, su cui sa di non poter incidere.

Nel caso di Pinocchio, la crudeltà di cui è strumento la lumaca, va oltre l’indifferenza e l’impossibilità pratica di aiutarlo: è punitiva. La lumaca impiega nove ore a discendere dall’ultimo piano al portone, dove Pinocchio attende al buio, tremando di freddo e di paura, tutto infradiciato dalla pioggia. E a un certo punto perfino inchiodato al portone – fisicamente immobilizzato – perché in un impeto di rabbia ha dato un calcio ed è rimasto conficcato con un piede nel legno.

Pinocchio, dopo essere rimasto in queste condizioni per nove ore, implora la lumaca di aiutarlo. Ed ecco il loro dialogo: “Che cosa fate con codesto piede conficcato nell’uscio? – domandò ridendo (la lumaca) al burattino.

È stata una disgrazia. Vedete un po’, lumachina bella, se vi riesce di liberarmi da questo supplizio.

Ragazzo mio, ci vuole un legnaiolo, e io non ho mai fatto la legnaiola.

Pregate la Fata da parte mia!

La Fata dorme e non vuoi essere svegliata.

Portatemi almeno qualcosa da mangiare, perché mi sento sfinito.

Subito! – disse la Lumaca.

Difatti dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoio d’argento in capo. Nel vassoio c’era un pane, un pollastro arrosto e quattro albicocche mature.

Ecco la colazione che vi manda la Fata, – disse la Lumaca.

Alla vista di quella grazia di Dio il burattino senti consolarsi tutto.

Ma quale fu il suo disinganno quando, incominciando a mangiare, si dové accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro. Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttare via il vassoio e quel che c’era dentro: ma invece, o fosse il gran dolore o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto.”

Bene, questa cattiveria inaudita, questa perfidia raffinata nei confronti di una creatura (bambino o burattino) che ha freddo e fame, ci aiuta ad inoltrarci in un aspetto del romanzo – con il quale vorrei concludere – che non è secondario a quello esoterico. Direi anzi che, al di là della lettura simbolica, la fiaba di Pinocchio sottintende una denuncia storica e sociale che non può essere sottovalutata in termini di amore per il prossimo e di attenzione al progresso generale dell’umanità.

Umanità cui appunto il burattino si sforza in ogni modo di appartenere nonostante i motivi che essa gli da invece per discostarsene.

E qui, con ogni verosimiglianza, la lettura sociale (o d’amore, se così vegliamo chiamarla) si lega a quella esoterica (o dei simboli). Il fuoco e l’acqua, per esempio, saranno sempre presenti, nelle avventure di Pinocchio, come manifestazione esplicita di un’alleanza tra elementi contrapposti ed uniti nel fine comune di arrecare danno, sofferenza e paura all’indifeso burattino: il rischio di morire annegato o bruciato vivo è sempre presente nella storia. E sempre nei modi più atroci: Mangiafuoco vuol metterlo nel camino per cuocersi il suo montone, il Pescatore Verde lo infarina e lo vuole friggere in padella come un pesce, e quand’è ormai soltanto un ciuco azzoppato viene gettato in fondo al mare con una pietra al collo. E che farà l’uomo che ha tentato di annegarlo come asino quando lo vedrà riaffiorare in forma di burattino? Decide, subito di rifarsi del cattivo investimento rivendendolo “a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel caminetto”.

Tutte queste crudeltà sono tuttavia nobili da un punto di vista letterario perché rientrane nella pura retorica dalla fantasia. Ma è spaventoso come l’aspetto fantastico diventi secondario, per quanto predominante rispetto alle finalità “edificanti” del romanzo. Anche se infine le disavventure di Pinocchio, lungi dall’essere un monumento alla morale del secolo, finiscono invece per denunciarne le più aberranti crudeltà.

Vogliamo vedere? Ecco.

Se il ragazzo Pinocchio viene preso in una tagliola per avere tentato di cogliere un grappolo d’uva, il contadino che lo sorprende con la gamba mezzo massacrata non si darà da fare per curarlo, ma lo legherà alla catena e troverà il modo di sfruttarlo mettendolo a sostituire il cane da guardia. E nessun lettore s’indignerà, nessun precettore troverà in alcun modo deplorevole il comportamento del contadino, poiché è giusto in quella società punire un bambino affamato che ha tentato di cogliere l’uva non sua. Così, quel turpe individuo che meriterebbe di essere arrestato diventa un gran brav’uomo, di quelli sui quali i benpensanti umbertini possono fare pieno affidamento.

Allo stesso modo, se qualcuno approfitta della fame di Pinocchio per proporgli lavori pesanti come tirare un carretto di carbone o caricarsi sulle spalle un secchio di calce, nessuno è sfiorato dall’idea che in simili preposte si configurino gli estremi di un reato odioso come lo sfruttamento del lavoro minorile. Al contrario, se c’è qualcuno nei cui confronti mettere in moto meccanismi di austera condanna, questi è il bambino nonostante la fame, rifiuta di sottomettersi a tali angherie sociali.

La crudeltà del romanzo di Collodi è raffinata, in quanto metafora di un credo morale senza scampo, che perfino in chi ne subisce le vessazioni non suscita ombra di ribellione o pietà. È anche per questo, evidentemente, che la denuncia di Collodi ha un suo terrificante potere, che ogni coscienza di piccolo lettore non ha mai mancato di registrare in termini di smarrimento e di angoscia, senza bisogno di ricorrere a quella “lettura critica” che invece per un adulto è il più delle volte indispensabile.

In definitiva, Pinocchio è un esemplare saggio di occultamento della crudeltà dietro pretesti morali, una parabola il cui protagonista è perfino privato dell’elementare diritto – comune a tutti gli altri bambini – di dire le bugie. Non può farlo fisicamente: gli cresce mostruosamente il naso.

Ne colse il senso profondo Carmelo Bene, anni addietro, in una memorabile trascrizione scenica del romanzo.

Dalle sue note di regia:

“Sarebbe stato meglio ne avessero fatta una bara di questo legno, invece di una crocetta di bambino che non sa dire nemmeno una bugia.”

A conclusione di questo studio del carissimo F:. Franco Cuomo riportiamo alcune considerazioni del F:. Emilio Servadio sul “Pentimento di Collodi”.

Collodi, negli ultimi anni della sua vita, non ricordava di aver terminato le avventure di Pinocchio nel modo che tutti sanno, ossia con la trasformazione del burattino in un «ragazzino per bene». Lo hanno affermato vari Autori degni di fede e, ancora recentemente, quel buon conoscitore del mondo collodiano che è Renato Giuntini.

Dato che le facoltà di Collodi, morto non troppo vecchio, risulta fossero intatte anche nei giorni della sua non lieta senescenza, non si può non chiedersi a che cosa potesse esser dovuta l’anzidetta cospicua amnesia. L’ipotesi che ci sembra più plausibile è quella che in Collodi, nei riguardi della sorte finale della sua creatura, sia intervenuta una vera e propria «rimozione», ossia quel meccanismo automatico di difesa, per cui molti contenuti psichici sgradevoli vengono accantonati, e relegati nel buio dell’inconscio.

Ma se così è stato, per qual motivo Collodi si sarebbe, in un certo modo, «pentito» di aver mutato il burattino in ragazzo, a tal punto da cancellare, psicologicamente, l’accaduto?

A nostro avviso, non si può capire l’anzidetta «rimozione» se non si tiene presente che il vero senso di Pinocchio consiste, ai più vari livelli, per l’appunto nel suo presentarsi a noi come personaggio magico, erratico, surrealistico, appartenente a un mondo «tangenziale» rispetto a quello umano, e non identificabile con esso. Considerato come portatore d’istinti elementari, Pinocchio si dibatte fra «cose più grandi di lui», ma non vuole saperne della «ragione», rappresentata dal Grillo Parlante. Visto sotto il profilo religioso, Pinocchio è «senz’anima». Da un altro punto di vista, è dura «materia» (si noti che in Spagnolo madeira vuol dire legno), e come tale indistruttibile, ma incapace di spiritualizzarsi…

Verso la fine del racconto, la necessità di una tale trasformazione si è indubbiamente affacciata alla mente di Collodi. Con una di quelle intuizioni di cui sono capaci gli artisti, egli immagina allora Pinocchio come protagonista di una vera e propria prova iniziatica, del tutto analoga a quelle indicate in molte tradizioni spirituali, che sistematicamente descrivono la permanenza del profano in una caverna, o sepolcro, o ventre di un grande animale, e la sua finale uscita quale nuovo essere, «puro e disposto a salire le stelle», per citare soltanto un esempio, quello della fine dell’esperienza terrena nella Divina Commedia. Ci si chiede ovviamente qui se e quanto Collodi abbia attinto, e con quanta consapevolezza, al racconto di Giona, o a quel che ci è stato tramandato circa le discese iniziatiche nell’antro di Trofonio, o sui «sepolti vivi» di certe pratiche tibetane; o anche, più semplicemente, a quel che aveva potuto sapere circa il «gabinetto di riflessione» massonico…

Ma dopo? Dopo, Collodi non è stato all’altezza dell’impostazione, non è riuscito a far di Pinocchio un vero risorto, un illuminato, l’equivalente di un giovane cavaliere del Graal. Si è accontentato della soluzione più modesta e più borghese. Dopo la tremenda prova del mostro marino, la conquista di un’indipendenza che gli consente di reggere il proprio padre sulle spalle, la traversata magica delle «grandi acque» a cavallo di un pesce che parla… Pinocchio, approdato a nuove rive, diventa… nulla più che «ragazzino per bene»!

Ben si comprende come tale mortificante conclusione non soddisfacesse Collodi (sia pure a livelli profondi e non consapevoli); e come egli, pertanto, l’abolisse infine addirittura dalla scena delle sue riflessioni, e dalla sua coscienza.

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