CONSIDERAZIONI SUI SIMBOLI

CONSIDERAZIONI SUI SIMBOLI di A. Agerio

Vi è una questione importante, forse tuttora insoluta nello studio della massoneria, e riguarda la sua stessa origine storica.

Nella coscienza, nella speranza, nel sentimento e nella aspirazione di tutti noi molto più che in una sicura documentazione archeologica o storica è accettata l’ipotesi che la massoneria cosiddetta essenziale riconosca la sua più lontana origine nella notte dei tempi e che i più antichi popoli abbiano sicuramente in qualche modo avuto manifestazioni a carattere genericamente simbolico, rituale, iniziatico, in una parola a carattere massonico.

In tempi meno remoti è più riconoscibile una massoneria mitica, le cui leggende coeve al Vecchio Testamento costituiscono ancor oggi il fondamento stesso della vita massonica, come ad esempio la leggenda di Hiram ed infine una massoneria formale le cui tracce si possono far risalire alla abbazia di Westminster nel 1292, e diventano via via sempre più consistenti in varie forme fino alla codificazione di Anderson del 1717-1720, fino alle successive più recenti modificazioni del secolo scorso.

Ma tralasciando per un attimo il problema dell’inizio e venendo a quello della sostanza, non esiste alcun dubbio che la massoneria sia una istituzione diversa da altre perché basata fondamentalmente sulla ritualità e sui simboli.

E questo dovrebbe essere vero anche prima della sua nascita formale, ed anche prima della sua nascita leggendaria e mitica per quanto lontana nel tempo: la massoneria è, da sempre, rito e simbolo.

Ritualità e simbolismo dunque, eventi massonici, eventi umani, ancor prima della scienza, della scrittura, forse della stessa religione se non della religiosità aspecifica.

Bisogna allora ammettere che nella mente umana (massoneria essenziale) e nella natura attorno all’uomo esista da sempre un sistema simbolico e la capacità di esprimerlo e comprenderlo.

La natura perciò deve avere contenuto simbolico, può essere espressa in simboli, può essere conosciuta ed amata con un linguaggio simbolico, si deve poterla capire, parlare con essa, studiarla, utilizzarla in modo simbolico.

Ma gli stessi contenuti debbono essere naturalmente presenti ed identici nella nostra mente, tanto da poter definire il simbolo come un evento naturale.

I simboli quindi sono e nella mente e nella natura, non vengono costruiti sulla esperienza culturale della mente umana, perché allora sarebbero comunque artificiali e convenzionali, come il segno + o —, e debbono avere una loro intima essenza o almeno un loro universale, definito, non equivoco significato.

Ma esaminiamo un simbolo semplice: il sole che sorge ad ORIENTE e questo fa parte della natura. Il significato simbolico di ORIENTE è naturale, o è un prodotto della mente umana, una creazione, una estensione arbitraria, seppure affascinante, del concetto generale di INIZIO – NASCITA – CREAZIONE ecc. Simbolo quindi non naturale, non primitivamente insito e nel mondo e nella nostra mente, in fondo non corrispondente nemmeno alla realtà fisica dei fatti, specialmente considerando che il sole NON sorge ma è la Terra che ruota intorno.

Non può avere senso compiuto parlare di simboli naturali se la mente non può usare sempre e dovunque in ogni tempo, in ogni civiltà, in ogni cultura in modo automatico e spontaneo gli stessi simboli per le stesse situazioni.

Questo non è: noi stessi, da profani, eravamo assai meno o per nulla attratti dal concetto di oriente od occidente, di sud o di nord perché in effetti prima della iniziazione non possedevamo quell’artificio non naturale che è lo schema interpretativo del simbolo: è lo schema interpretativo che dà il senso simbolico all’evento di per sé naturale, non obbligatoriamente simbolico.

Da questo punto di vista non è facilmente immaginabile e sostenibile che un sistema così complesso di simboli e di rituali come quello mas-

sonico sia naturale e quindi di per sé immediatamente universale, transculturale, pan-umano, facilmente fruibile dalla nostra mente.

È difficile pensare che i simboli massonici giacciano da sempre naturalmente nel creato e nella nostra mente e che ogni uomo in ogni tempo

possa riconoscerli ed usarli così, all’improvviso, senza una specifica iniziazione.

Un sistema simbolico nasce e si sviluppa anche con regole interne proprie; su di esso agiscono i vari ambienti naturali e culturali aggiungendo delle specifiche differenze, infine una ulteriore variazione e strutturazione è imposta dall’influenza sociale.

Quanto è più avanzato, evoluto, strutturato un sistema sociale e culturale, tanto meno è possibile che i simboli ed i riti siano veramente naturali e che siano in rapporto solo con la natura.

Ma la mia, la nostra sensibilità di massoni istintivamente si oppone a tutte queste considerazioni: per me resta profondamente valida l’intuizione della continuità nel tempo dei simboli, che qualche cosa di naturale debbono avere o come minimo debbono aver avuto.

Consideriamo allora un altro aspetto del problema. I simboli, come la parola o la scrittura, non servono all’uomo singolo, isolato: essi hanno valore se il fulcro del sistema simbolico e rituale non è l’uomo solo, per il quale sarebbe inutile ogni forma di comunicazione con altri, ma il gruppo, la tribù, la società.

Il centro del primo schema di simboli, naturali o no, è quindi sempre l’uomo, anima e corpo, ma non da solo, bensì al cospetto ed in rapporto a qualcosa fuori di sé, cioè con la società dei suoi simili, con 1a natura, con FESSERE SUPREMO.

Simboli e rituali esprimono prima di tutto un rapporto con gli altri uomini, poi, se necessario, con la natura e con Dio.

I simboli ed i rituali sono perciò innanzitutto una forma di comunicazione naturale, anche se non derivano dalla natura, che si genera nel momento in cui entriamo in rapporto tra di noi, o desideriamo un rapporto con l’esterno fisico e con l’esterno metafisico.

Partendo da questo punto di vista, cioè dalla considerazione che simboli e rituali nascano dalla esperienza sociale di gruppi umani, lo studio di alcuni popoli primitivi fornisce dati interessanti.

I Pigmei costituiscono un esempio di raro valore. Nel loro sistema di vita non esiste una vera organizzazione sociale, una vera tribù e  nemmeno vere famiglie fisse. Non c’è un territorio di caccia determinato, non esiste agricoltura, i gruppi di cacciatori e di famiglie sono labili, non esiste una reale proprietà di beni durevoli.

I gruppi sociali si fanno e si disfano continuamente, gli spostamenti sono continui in un universo totalmente privo di vincoli, di formalità, di schemi.

Non debbono invocare nessuno per la pioggia, non hanno armenti da proteggere, non esiste un rapporto in qualche modo mercantile per costituire una famiglia.

Orbene questo popolo è totalmente privo di simboli, di riti, di magie, di religione. I Pigmei sembrano totalmente laici:

Se per laicismo si intende un diretto interesse per le cose di questo mondo, il rifiuto di assegnare obbligatoriamente spiegazioni trascendenti alle esperienze quotidiane, il tenere in poco conto le istituzioni religiose troppo specializzate e strutturate, e soprattutto la non necessità di una benché minima organizzazione sociale e di un rapporto stretto con la natura o con Dio ecco che si determina la assoluta mancanza di una simbologia, di una ritualizzazione, perché in fondo manca ogni necessità reale di regole sociali.

Del tutto diversa la situazione dei Navaho. La loro vita era basata sulla pastorizia, esercitata in condizioni lirnite in regioni aridissime come l’Arizona. Ogni Navaho dipendeva da tutti gli altri se per caso perdeva il suo gregge, tutti dipendevano dalla pioggia o dalla siccità: i più poveri dipendevano dai più ricchi, e dominava un’etica collettivistica, nella quale il fabbisogno di reciproco soccorso costituiva un dovere assoluto.

Ebbene questo popolo era dotato di un estremo ritualismo, con il terrore di sbagliare anche solo piccoli particolari dei canti o delle cerimonie che avrebbero invalidato tutto, provocando sanzioni sovrannaturali. Ogni simbolo se caricato di una efficacia pratica, viene esaltato in una ritualità estremamente rigida.

Non me ne vogliano i lettori se a questi concetti aggiungo anche quello del valore magico del rito, a cui è difficile sottrarsi.

Una delle azioni che viene compiuta meglio in Loggia è la Catena di Unione. Almeno è il simbolo al quale tutti prestano più attenzione, è il momento di maggior concentrazione specie se essa è dedicata in modo specifico. Questo è vero anche per situazioni più rare, come i Maglietti battenti, il cui valore di simbolico rispetto dell’autorità fa sì che vengano eseguiti meglio di altre cose.

Nella Catena e nei Maglietti battenti l’errore sarebbe considerato grave offesa, mentre il fare alzare prima la Colonna del Sud e poi quella del Nord raramente riesce bene, perché il fatto appare del tutto irrilevante, non dannoso alle persone ed all’insieme della cerimonia.

Tutto questo per dire che nel mondo moderno, quindi attorno a noi e forse anche dentro di noi figli di una società profana evoluta, esiste una tendenza all’antiritualismo, pari alla distanza che coltiviamo nei confronti della stessa società in cui viviamo, alla nostra presunzione di libertà individuale e di indipendenza dagli altri, oltre al nostro ridotto impegno religioso (Cattolico non praticante si legge in tutte le schede di proselitismo) al nostro distacco dalla natura che consciamente o no contribuiamo a distruggere.

Allo stesso distacco dalla famiglia massonica: mi sembra di poter affermare che tutte le Logge difficili sono quelle che negli anni hanno meno di altre lavorato ritualmente.

Quindi, ancora una volta, sia pure in modo indiretto, pur constatando nel mondo profano ed in noi un certo distacco dalla ritualità, non possiamo che ribadire quanto più volte affermato: cioè che senza simbologia e ritualità si perde l’essenza più vera della massoneria.

Ma un’altra contraddizione sembra essere ancor più evidente: oggi fra noi l’atteggiamento culturale verso la ritualità non è omogeneo, mentre in Italia, nella vita profana il senso comune, l’educazione della gente dovrebbe condurre, essendo generale, ad un atteggiamento unitario. Sicuramente la tenta tendenza verso il laicismo (vedi l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, attualmente non assoluto) ha ridotto la sensibilità verso i riti ed i simboli anche profani (la Bandiera, l’abito scuro, ecc.) ed una generale intolleranza verso essi per una pretesa mancanza di significato. Ma ancora una volta, tutto questo non è omogeneo.

Possiamo dare una spiegazione tornando all’assunto iniziale, quando abbiamo affermato che il modo di porsi di fronte ai simboli ed ai riti nasce dal rapporto tra singolo e società.

Ed il primo rapporto tra singolo e società è quello nell’interno della famiglia, e la famiglia nella nostra epoca non rappresenta una entità univoca ed universale.

In estrema sintesi possiamo distinguere due sistemi di comportamento educativo nelle nostre famiglie, ovvero due famiglie tipo.

Una è quella che il filosofo Bernstein definisce personale dove non esiste un rigido e prefissato sistema di ruoli, quella in•cui alle domande del bambino si risponde il più possibile in modo chiaro e completo, sfruttando la sua curiosità per dargli le nozioni sufficienti e necessarie ad avere un linguaggio preciso, appropriato, per chiarire il rapporto tra causa ed effetto, controllando la sua condotta, rendendolo sensibile a fatti concreti, usando anche i suoi sentimenti. Esempio: perché non devo fare baccano? Perché la sorellina dorme, il papà ha mal di testa, disturbi la signora vicina.

Un bambino così educato non diventa dipendente da schemi rigidi, ma da un sistema di princìpi astratti: ad esempio non avrà un orario rigorosissimo per mangiare, per dormire, in una parola sarà pieno di rituali e simboli.

Per contro in una famiglia definita come posizionale predomina un codice di comportamento più ristretto: pensiamo a quelle case dove il padre mangia sempre a quell’ora su quella sedia, dove il salotto non potrà mai essere usato per giocare, dove c’è un’ora per andare a letto, dove esiste un ordine rigido.

Ordine che in genere non viene motivato chiaramente, anche perché a volte vere spiegazioni da dare a un bambino non ci sono: cosa vuol dire non mangiar carne di venerdì per un bambino di tre anni?

Ed ecco allora che si crea un mondo rituale, per cui si forma nella fantasia e nell’intelligenza del bambino la necessità di adeguarsi alla forma, al rito, di accettare perciò i simboli con molta più facilità. Perciò non dobbiamo né vantarci né dolerci se sentiamo dentro di noi maggiore o minore attrazione per il nostro rituale; se ci sentiamo maestri delle cerimonie nati o incapaci di ricordare il segno del quarto grado.

Ho cercato di capire il perché fratelli altrettanto intelligenti sono più di un tipo rituale-posizionale che personale-antirituale.

Ma questo non sembri del tutto inutile: chiunque non sappia gioire un po’ di una ritualità ben fatta, non sappia emozionarsi di fronte ai simboli, non accetti la posizionalità intrinseca ai nostri regolamenti e statuti, per esempio per quanto riguarda all’obbedienza, ebbene questo è un fratello da aiutare, è un profano forse da non ammettere tra noi perché non si troverebbe bene.

Non credo di poter raggiungere una vera conclusione.

ln sintesi posso dire che difficilmente i simboli sono naturali, ma essi sono un prodotto artificiale della intelligenza umana. Non sappiamo né perché, né quando singoli simboli sono stati creati. Forse è troppo semplice ritenere che azioni come levigare la pietra grezza fossero un tempo solo reali ed abbiano in seguito assunto valore simbolico quando hanno perduto quello pratico.

Ma la massoneria forse da sempre aveva assegnato agli eventi pratici anche un valore simbolico, noto solo all’iniziato.

Mi piace pensare che Hiram non sia stato ucciso solo perché conservava un segreto quasi profano, quello del semplice muratore ma perché ha voluto nascondere una più grande verità simbolica che era celata nel cuore dell’arte muratoria già allora: il simbolo misterioso, non conoscibile, non comunicabile perché patrimonio solo dei veri iniziati.

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