PER ESSERE FELICI

PER ESSERE FELICI

carissimi,

Nei fascicoli 1 e 5 del c.a. di Erasmo Notizie, si parla di “Diritto alla Felicità”.

L’argomento è stato programmato dal G.O.I. in occasione del tradizionale appuntamento

annuale svoltosi, come è noto, a Rimini nei giorni 4/6 aprile scorso. Non tengo alcun conto di

quanto programmato e discusso dal G.O.I. nelle giornate riminesi in quanto quello che espongo è

solo frutto dei miei pensieri.

Da parte mia il diritto alla felicità è il tema di oggi, permettetemi di cambiare un termine

dell’argomento e cioè io parlerei di “dovere” alla felicità, ciò in virtù di quella dicotomia che non

vede un diritto senza un dovere, e ora spiegherò perché vorrei parlare di “dovere” alla felicità.

A differenza di quanto sostenuto dagli antichi filosofi, i moderni parlano di felicità non come

di sentimento appartenente all’uomo nella sua singolarità, ma all’uomo in quanto è membro di un

mondo sociale. Per gli antichi la felicità è un concetto umano e mondano dove felice è “colui che ha

un corpo sano, buona fortuna ed un’ anima ben educata” (Plotino); la felicità è anche connessa con

il piacere perché esso è desiderato di per sé stesso e quindi è il fine in sé; la felicità è anche possesso

della giustizia e della temperanza (Platone), la felicità, in fine, per Aristotele è “una certa attività

dell’anima svolta conformemente a virtù” che include la soddisfazione dei bisogni e delle

aspirazioni mondane.

Dagli umanisti in poi la nozione di felicità comincia ad essere legata, come per gli epicurei, a

quella del piacere, poi però comincia ad acquisire un significato sociale, la felicità diventa quasi un

piacere “diffusionale”, il piacere di un numero sempre maggiore. Infine, nasce la consapevolezza

che la felicità dipende da condizioni e da circostanze non legate alla nostra volontà ed è anche

dipendente dall’atteggiamento che ciascuno di noi può assumersi di fronte ai fatti della vita: essa,

quindi, appartiene all’uomo in quanto membro di una società. S’instaura quindi il concetto della

massima felicità come base del liberalismo moderno; non dimentichiamo che T. Jefferson nello

stilare la costituzione americana ha incluso fra i diritti inalienabili dell’uomo “la ricerca della

felicità”.

Sono, però, titubante nell’accogliere tutte queste nozioni, felicità per me è “lo star bene”,

prima di tutto con me stesso e poi con gli altri. Con me stesso, nella certezza di aver agito nella mia

vita in moda da raggiungere una certa tranquillità e la serenità che nasce dall’aver fatto il proprio

dovere e dall’aver dato a tutti ciò che potevo; con gli altri nella certezza di aver saputo offrire

amicizia ed aiuto a chi ne aveva bisogno, di aver aperto il mio animo a chi sentivo poteva

comprendermi, di aver agito come cittadino e membro della comunità in modo da contribuire ad

accrescere il bene comune.

Oggi, però, se mi guardo intorno, mi rendo conto che la parola felicità è spesso un contenitore

vuoto: si è felici se vengono soddisfatte certe esigenze (avere un figlio, avere una parte in un film,

avere una moglie, etc. ) o se si ottengono determinate cose. In questo caso è da ricordare che molti

“bisogni” sono indotti o fittizi o, comunque generati dalle esigenze di vendere determinati prodotti.

Queste “felicità”, quindi, appaiono assolutamente effimere e, certamente, non soddisfano, se non

momentaneamente il desiderio dell’uomo di essere felice. A volta qualche persona dice che è felice

quando non lavora, quando non ha obblighi o, come diceva mia moglie, quando il dolore n on si fa

sentire: la felicità è quindi una negazione, un’assenza ?

Non credo. Personalmente ritengo che la felicità sia prima uno stato d’animo e poi una realtà

vissuta. Ovviamente sto dando alla felicità una dimensione limitata e personale, una dimensione in

“divenire” quasi progettuale: per essere felice progetto la mia vita, la proietto nel futuro e poi cerco

di costruirla. Non so, però, fino a che punto posso raggiungere la felicità; quanto incidono, infatti,

gli errori? Quante volte sono costretto a dire: “ho sbagliato”. Oppure : “non avrei dovuto fare così”.

Nonostante gli errori, però, ritengo che, nell’aver costruito qualcosa di mio, nel aver realizzato il

mio progetto di vita, ci sia felicità.

Vi è però anche un altro elemento che contribuisce alla felicità che, per l’appunto è costituita

da vari fattori. Questo elemento è più difficile da determinare; il progresso e lo sviluppo industriale

hanno eliminato uno dei cardini della società del passato: la famiglia patriarcale che costituiva il

microcosmo all’interno del quale l’individuo si muoveva.

Alla famiglia patriarcale erano demandate funzioni sociali indispensabili: allevava gli orfani,

assisteva gli anziani, provvedeva al sostentamento dei più deboli.

Oggi si parla di famiglia nucleare e di “single” sempre più supportati dalla società dei

consumi che si adopera per risolvere facilmente eventuali problemi inerenti il quotidiano. Orbene:

costoro sono soli; questa solitudine può essere frutto di una scelta, ma per lo più è una sorta di

obbligo dettato da vari fattori; di qui la necessità per costoro di ricercare il sociale: cioè ricercare il

vivere con gli altri. Questo implica che con gli altri si debba vivere, se non bene, almeno

serenamente: ciò spiega tutte le iniziative che hanno successo e cioè quelle in cui gli individui si

incontrano, festeggiano, ascoltano musica o mangiano insieme. C’è anche un altro “sociale” e

quello implica, da parte di tutti, il provvedere a chi è meno fortunato; è, insomma, il concetto del

“Welfare State”: la necessità di dare a tutti un minimo di benessere chiedendo a chi più ha di aiutare

chi è meno fortunato.

È felicità condividere con gli altri l’eccitazione di una festa di paese, una ricorrenza o la vista

dei fuochi d’artificio sul Po? È felicità sapere che chi è più bisognoso può ricevere aiuto? Secondo

me, si: è felicità perché condivido, cioè: divido con gli altri ciò che ho, compresa la mia solitudine.

È difficile, per me, a questo punto tornare all’inizio della mia riflessione e cioè a quella famosa

voce della Costituzione Americana: il diritto alla ricerca della felicità…

Secondo me però, è questo il punto: se c’è un diritto, deve esserci anche un dovere; ciò

significa bandire l’egocentrismo e proiettarsi sulle cose e sul mondo, significa agire nel mondo e

impegnarsi nel rapporto con gli altri: quale maggior gioia e soddisfazione di quella che deriva dal

aver dato il proprio appoggio, l’amore, l’interesse ad un altro ed aver contribuito a renderlo più

sereno o più soddisfatto e felice?

Felicità, quindi, lontana dalla autosufficienza e dalla solitudine, lontana dalla frustrazione e

dalla insoddisfazione, lontana anche dal masochismo imperante di certe correnti che si ispirano al

dolore ed alla infelicità; quale felicità, dunque, possiamo aspettarci? Quella derivante da due

possibili fattori: interni ed esterni: la famiglia, gli amici, il lavoro, gli altri; tutto ciò, è vero, può

essere anche fonte di tristezza e dolori, ma è solo lì che potremo attingere alle gioie della vita.

Non dimentichiamo, inoltre, che sono le piccole cose a dare felicità: nella mia lunga vita io ne

ho avute alcune e sono quelle che mi hanno aiutato nell’ora del dolore e delle delusioni, infatti ci è

stato dato un grande dono: il dolore, con il trascorrere del tempo, illanguidisce e si consuma, la

felicità invece, nel ricordo, si alimenta e continua ad operare i suoi benefici effetti.

Permettete un’ultima osservazione, anzi un augurio: vorrei che tutti potessimo più volte dire,

come il Faust di Goethe: “attimo, arrestati: sei bello”.

 

 

 

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