RISPOSTA AD UN PROFANO CHE RICERCA LA VERITA’ ED IL
SIGNIFICATO DEL SEGRETO MASSONICO
Questo scritto vuole solamente essere una prova, un
esercizio, una riflessione sui propri ed intimi convincimenti ma, nello stesso
tempo, vuole anche es-sere una semplificata risposta alle legittime domande che
si pone e pone agli altri un profano che, venuto a conoscenza della Massoneria,
viene roso dal tarlo della curiosità e dalla sete del sapere.
\CHE COS’È LA MASSONERIA?
La Massoneria, della quale fanno parte uomini liberi e di
buoni costumi, è un ordine iniziatico tradizionale che persegue il Bene
dell’Umanità, senza distinzioni di razza, di religione e di credo politico.
I suoi adepti sono uomini che credono fermamente nei valori
della Patria e della Costituzione.
\COSA SIGNIFICA ESSERE MASSONE?
Essere massone vuol dire:
fare della condotta morale una regola di vita;
fare della tolleranza il proprio credo;
fare della fratellanza un dovere non solo verso i propri
“fratelli”, ma verso tutta l’umanità;
fare dell’uguaglianza il proprio traguardo;
fare della libertà d’ognuno il primo obiettivo.
Da queste affermazioni deriva che i massoni sono adusi,
ovvero sono tenuti ad ascoltare senza controbattere e senza assumere
atteggiamenti non consoni anche quando ciò che ascoltano li lascia interdetti,
vagliano, esaminano tutto ciò che sentono per prendere e fare proprie le parti
di un discorso e le idee mi-gliori con il solo fine di accrescersi moralmente e
di liberarsi dalle “scorie profane” e cercano di partecipare agli altri le
proprie idee con l’esempio e con una integerrima condotta morale.
Tutto ciò è ovviamente difficile da praticare, quindi i
“fratelli” lavorano indefessamente per sgrossare, squadrare quella pietra
grezza rappresentata dal proprio “IO”, il quale è tronfio, megalomane ed
egoista.
Il libero muratore, con un ininterrotto lavoro, aiutato dal
continuo confronto con i propri fratelli ed anche con sé stessi, procede alla
levigatura di detta pietra, la quale potrà in tal modo essere accostata
perfettamente a quella degli altri in modo da edificare il tempio comune
rappresentato da quei valori uni-versali e sempiterni come la fratellanza, la
tolleranza, la libertà e la verità.
Gli adepti ed iniziati della Massoneria, unica istituzione
esoterica che perse-gue la via iniziatica tradizionale, fanno proprio questo
insegnamento e cercano di darne dimostrazione nella vita profana con un
adeguato comportamento; in-fatti si obbligano, tra l’altro, ad ascoltare senza
controbattere, specialmente se hanno ragione, coscienti e sicuri che il
silenzio è più eloquente di tante grida.
Questi sono obiettivi lontani da raggiungere, in quanto la
strada che condu-ce alla vetta della verità è lunga, tortuosa, insidiosa ed
oscura, ma il premio per tutto ciò è grande e si può riassumere nelle parole
che gli altri pronunzieranno quando parleranno dei massoni e che sicuramente
saranno queste: «Sono uomini duri, principalmente con sé stessi, ma sono uomini
liberi e di buoni costumi, giusti, onesti e tolleranti.»
\QUAL È IL SEGRETO DELLA MASSONERIA?
Il segreto della Massoneria è che non c’è alcun segreto.
Il maggior segreto dei liberi muratori, infatti, è che non
ne hanno alcuno.
In un antico rituale si legge: «La Libera Muratoria è un
sistema particolare di morale, insegnato sotto il velo dell’allegoria per mezzo
di simboli, ed è altresì essenzialmente un’ascesi, un modo di perfezionamento
umano; solo le cerimonie massoniche rimangono riservate perché questa è la
condizione prima affinché si effettui, veramente, in profondità l’ascesi.
La Libera Muratoria ha avuto la sua leggenda dorata, per gli
antichi Massoni la loro arte si collegava misticamente alla costruzione del
tempio di Gerusalemme ed al Re Salomone, donde il termine di Arte Reale per
qualificare la Massoneria.
Al lavoro muratorio operativo della costruzione in pietra si
sostituì l’ideale di un cantiere simbolico; il lavoro sulla pietra informe allo
scopo di renderla cubica assunse il significato spirituale e morale di lavoro
su sé stessi, scopo principe di tutti i fratelli appartenenti all’Ordine, la
Massoneria quindi passava da operativa a speculativa.
Essa si richiama agli Antichi Doveri ed ai Landmarks della
Fratellanza, con particolare riguardo all’assoluto rispetto delle tradizioni
specifiche dell’Ordine, un Ordine al quale possono appartenere soltanto uomini
liberi, rispettabili e di buoni costumi che si impegnino a mettere in pratica
un ideale di pace, di amore, di fraternità, prescindendo dalla loro condizione
sociale.
I liberi Muratori credono nel Grande Architetto
dell’universo e coltivano nelle Logge l’amore per la Patria, l’obbedienza alle
leggi ed il rispetto delle Autorità costituite..
Essi considerano il lavoro il primo dovere dell’essere umano
e l’onorano in tutte le sue forme. La Libera Muratoria, attraverso il
perfezionamento morale dei Fratelli, si propone di conseguire quello della
intera umanità e richiede a tutti suoi membri il rispetto delle opinioni e
della fede di ognuno; proibisce nel suo seno ogni discussione politica e
religiosa.
La Massoneria è un centro permanente di unione fraterna ove
regnano tol-leranza e armonia tra uomini che, senza di essa, rimarrebbero
estranei gli uni agli altri.
I liberi muratori devono mutuamente, con onore, aiutarsi e
proteggersi fra-ternamente.
Essi praticano l’arte di conservare in ogni circostanza la
calma e l’equilibrio indispensabile a una perfetta padronanza di sé stessi.
Esercitano e professano la tolleranza in modo convinto e
senza sconfinare nell’acquiescenza. Un grande uomo, Voltaire, che ha fatto della
tolleranza la sua bandiera, rivolgendosi verso
chi aveva delle idee del tutto contrarie alle sue, si
esprimeva con termini il cui significato si può così riportare:
“Io non condivido minimamente le tue idee, ma mi farei
uccidere perché tu abbia la libertà di professarle in ogni momento ed in ogni
luogo”.
Quanta grandezza in queste poche parole, quanto rispetto per
le idee ed i convincimenti altrui.
Cinquant’anni dopo la scoperta vengono integralmente
pubblicati i manoscritti del Mar Morto, antichi testi biblici redatti dagli
ebrei esseni. Coi quali alcuni credono di poter scuotere l’edificio storico e
dottrinale di giudaismo e cristianesimo. Ma solo al prezzo di evidenti
manipolazioni. Peter Carsten Thiede, uno dei più autorevoli studiosi della
materia, controbatte: “I rotoli attestano la storicità del background culturale
e religioso dei Vangeli”
intervista a Peter Carsten Thiede a cura di Rodolfo Casadei
Oramai è solo questione di giorni. Ancora una breve attesa e
poi i papiri più famosi del mondo, quei manoscritti del Mar Morto che hanno
fatto accapigliare due generazioni di storici, ermeneuti, biblisti, archeologi,
ecc. si trasformeranno definitivamente nella prima grande impresa editoriale
scientifica del nuovo secolo. Alla fine di gennaio comincerà la pubblicazione
integrale dei 15 mila papiri (per lo più frammenti) di contenuto biblico
rinvenuti nelle grotte di Qumran, in Cisgiordania. Il piano dell’opera, a cura
della Oxford University Press, prevede ben 37 volumi. Molte voci si sono già
levate per annunciare l’avvento di rivoluzioni teologiche e dottrinali
sull’onda di questa pubblicazione. Per chiarirci un po’ le idee su quello che
ci aspetta ci siamo rivolti a Peter Carsten Thiede, studioso tedesco professore
di Storia del Nuovo Testamento presso la Scuola superiore di Teologia di
Basilea e grande esperto dei Rotoli del Mar Morto: è visiting professor per
questa materia presso l’università israeliana di Ber-Sheva nel Negev e
direttore per la Rilevazione danneggiamenti dei Rotoli presso l’Autorità
archeologica israeliana a Gerusalemme.
Professor Thiede, secondo alcuni studiosi l’imminente
pubblicazione completa dei “rotoli del Mar Morto” scuoterà dalle fondamenta
l’edificio della biblistica e costringerà a riscrivere intere parti della
Bibbia. È d’accordo con queste affermazioni?
Non sono d’accordo per nulla. Gli esperti conoscono tutti i
rotoli e i frammenti in questione da molto tempo. Non è affatto vero, come di
tanto in tanto si legge qua e là, che ad importanti studiosi è stato impedito
l’accesso ai testi. In parole povere, le principali teorie circa l’impatto dei
Rotoli sulla Bibbia, sul giudaismo e sul cristianesimo sono ben note da tempo e,
come si sa, sono piuttosto controverse. L’unica cosa che adesso cambierà
davvero è che nessuno dovrà più necessariamente recarsi a Gerusalemme per
leggere i rotoli. Tutti potranno farlo a casa loro, o in una biblioteca. Ma…
c’è un importante “ma” da tenere presente: questi testi sono scritti in
paleo-ebraico, in aramaico e in greco, e la maggior parte di essi sono molto
frammentari e danneggiati. Saranno sempre necessarie grande preparazione e
professionalità per capire il significato di questi frammenti di pelli e di
papiro. Nei prossimi mesi dobbiamo sicuramente attenderci l’apparizione di
molte teorie sensazionaliste basate sulla lettura dei Rotoli. Esse saranno
diffuse da autori privi della competenza per capire ciò che hanno letto, ma
dotati della volontà di nuocere alla Bibbia, oppure al giudaismo, oppure al
cristianesimo.
I Rotoli del Mar Morto sono stati scoperti fra il 1947 e il
1956. Perché c’è voluto tanto tempo per arrivare alla loro pubblicazione
integrale?
In realtà, i primi rotoli sono stati pubblicati già nel
1948! C’è voluto tutto questo tempo per arrivare alla loro pubblicazione
integrale perché ci siamo trovati di fronte a migliaia di frammenti, quasi
sempre molto piccoli, che dovevano essere ricomposti come in un puzzle. E
naturalmente molti pezzetti del puzzle mancavano. Non va poi dimenticato che la
maggior parte di questi testi erano in precedenza sconosciuti: ciò significa
che gli studiosi non avevano un testo base di riferimento con cui fare i
paragoni. Ricostruire e pubblicare un testo sconosciuto a partire dai suoi
frammenti non è certo un’operazione facile. All’epoca della scoperta solo un
pugno di studiosi era capace di un’impresa del genere. Fino al 1967 – cioè fino
al momento della riunificazione di Gerusalemme – gli studiosi ebrei, che
ovviamente sono i veri esperti della lingua ebraica, non erano autorizzati ad
esaminare la maggior parte dei rotoli e dei frammenti, che erano conservati
presso il Museo John Rockefeller a Gerusalemme est. Dopo il 1967 il vecchio
team di esperti e gli studiosi ebrei si sono impegnati a formare una nuova
generazione di studenti. E così grazie alla seconda generazione di studiosi dei
materiali di Qumran, molto più numerosi di quelli della prima, si è potuto
condurre a termine il lavoro.
Alcuni personaggi sembrano suggerire che le Chiese cristiane
dovranno revisionare le loro dottrine alla luce dei rotoli di Qumran. Per
esempio secondo Giza Vermes, uno degli studiosi di Qumran, le scoperte che ci
vengono dai rotoli dimostrerebbero che nelle più antiche versioni dei Vangeli
Gesù non era presentato come “figlio di una vergine”, ma semplicemente di una
“giovane donna”. Davvero andiamo incontro a una stagione di importanti
revisioni dottrinali?
Vermes sbaglia. Sulla “nascita verginale” di Gesù i rotoli
non aggiungono nulla che già non sappiamo. In tutti i manoscritti in lingua
ebraica contenenti la profezia di Isaia circa la nascita del Messia (Is 7, 14)
viene usata la parola alma. Tecnicamente significa “giovane donna”, ma in tutti
i casi in cui è utilizzata nelle Scritture, risulta riferita a giovani donne
vergini. La cosa non è affatto strana: in una cultura tradizionale come quella
degli antichi ebrei era ovvio che una giovane donna, se non era sposata o non
era una prostituta, doveva essere per forza una vergine. La parola ebraica che
significa “vergine” in termini biologici e anatomici è betula: la si può usare
per definire donne di qualsiasi età, donne anziane comprese, che non hanno mai
avuto rapporti sessuali. Ma Isaia usa la parola alma proprio per far capire che
la vergine di cui parla è una giovane donna, una donna in grado di concepire e
mettere al mondo un figlio. Quando, nel III secolo a.C., la Bibbia ebraica fu
tradotta in greco dagli ebrei stessi per quegli ebrei della diaspora che non
riuscivano più a leggere l’ebraico, per tradurre l’espressione alma di Isaia fu
utilizzato il greco parthenos, che significa precisamente “vergine”. Ben prima
che il cristianesimo facesse irruzione nella storia, per gli ebrei era
assolutamente ovvio che la “giovane donna” di cui parlava la profezia di Isaia
era una “vergine”. Matteo nel suo Vangelo non fa altro che citare la traduzione
greca di Isaia. Dunque ha ragione al 100 per cento quando afferma che Isaia ha
profetizzato una nascita verginale.
Alcuni anni fa lei ha preso parte al dibattito relativo al
contenuto e alla datazione del frammento 7Q5 che, secondo la teoria di padre
O’Callaghan, sposterebbe la data di redazione del Vangelo di Marco dall’inizio
del II secolo d.C. all’anno 50 circa, trasformandolo nel racconto di un
testimone oculare e in una prova importante della storicità dei Vangeli. Ma in
generale, la pubblicazione dei rotoli di Qumran rafforzerà la storicità dei
Vangeli oppure, al contrario, evidenzierà errori e incongruenze?
La pubblicazione finale di tutti i rotoli rafforzerà
ulteriormente la storicità del background culturale e religioso dei Vangeli. Su
questo non ho dubbi. Naturalmente i rotoli ci aiutano a capire certe parole ed
espressioni presenti nel Vangelo, e perciò, in un paio di casi, le nostre
traduzioni moderne potranno essere migliorate. Ma l’insegnamento o, come dice
lei, la “dottrina”, resterà immutata.
Secondo una certa interpretazione, sostenuta soprattutto in
alcuni libri di giornalisti anglosassoni, il cristianesimo non sarebbe altro
che una religione di seconda mano derivata dalle dottrine degli Esseni, i cui
monaci vissero presso il monastero di Qumran. La pubblicazione dei rotoli
smentirà definitivamente questa interpretazione oppure no?
Sì, la smentirà completamente. Ora siamo assolutamente certi
che Qumran non fu un “monastero”, ma un centro di formazione dove gli esseni –
che sono a tutti gli effetti una corrente dell’ebraismo – trascorrevano un
periodo che poteva durare fino a tre anni prima di uscire, insediarsi in qualche
altra zona del paese, fondare famiglie e “cellule” missionarie, incaricate di
diffondere la loro interpretazione delle profezie bibliche. I cristiani hanno
fatto proprie alcune delle interpretazioni degli esseni e ne hanno respinte
altre. Questa pratica non ha nulla di strano: i cristiani erano ebrei come gli
esseni, avevano in comune con loro gli stessi testi di riferimento, cioè la
Torah, i Profeti, i Salmi. Era normale che esistesse un “dialogo teologico” fra
loro e gli esseni. Tuttavia – e questo è un aspetto decisivo – per quanto
riguarda l’insegnamento circa Gesù di Nazareth come il vero, profetizzato e
atteso Messia, figlio di Dio e Salvatore, i cristiani non hanno copiato alcun
insegnamento esseno, ma proclamato una nuova, vittoriosa verità.
“Perché vale in generale l’atteggiamento di considerare
le questioni della matematica o della scienza da un punto di vista storico?…
Io credo che oggi più che mai abbiamo bisogno di questo modo di vedere le cose.
In particolare per quanto riguarda la scienza molto dipende da quanto i suoi
rappresentanti siano capaci di considerare se stessi e la loro sfera di azione
come elementi di una lunga serie di sviluppi, e fino a che punto siano in grado
di trarre un insegnamento per il presente e per il futuro dalla consapevolezza
di questo legame”. Richard Courant , 1926 (1)
“Nei giorni scorsi un eminente matematico, la
professoressa Emmy Noether, che in precedenza ha lavorato nell’Università di
Göttingen e negli ultimi due anni ha fatto parte del Bryn Mawr College, è morta
a cinquantatrè anni. Secondo il giudizio dei più competenti matematici
contemporanei Fräulein Noether è stata il genio matematico più importante da
quando le donne hanno avuto accesso all’istruzione superiore”.
Queste righe sono estratte da un necrologio a firma Albert
Einstein, apparso sul New York Times il 3 maggio 1935. Einstein conosceva bene
il lavoro di Emmy Noether, fin dai tempi in cui entrambi vivevano ancora nel
continente europeo, dove Einstein non aveva più fatto ritorno dopo il suo
arrivo negli Stati Uniti il 17 ottobre 1933. Il 30 gennaio di quello stesso
anno i nazisti erano giunti al potere e Emmy, come tanti altri, era fuggita
anche lei negli Stati Uniti, costretta, in quanto ebrea, pacifista convinta e
simpatizzante marxista, ad abbandonare l’Istituto di matematica dell’università
di Göttingen e tutto il suo mondo di colleghi, amici e allievi amatissimi. In
realtà Einstein non aveva mai frequentato la Noether. Principale ispiratore del
necrologio sembra infatti essere stato l’eminente matematico tedesco Hermann
Weyl, anche lui rifugiato negli Stati Uniti per problemi razziali. Weyl, che
era stato l’artefice della sistemazione di Emmy nel prestigioso College di Bryn
Mawr, vicino a Princeton, la conosceva invece benissimo, essendo stato a lungo
suo collega a Göttingen: “Nei miei anni passati a Göttingen, 1930-1933,
lei è stata senza dubbio il più forte centro di attività matematica, sia dal
punto di vista della fecondità del suo programma di ricerca scientifica, sia
riguardo la sua influenza su una vasta cerchia di allievi” (2).
Il genio matematico in questione è Amalie Emmy Noether, nata
a Erlangen, una piccola città del Sud della Germania, il 23 marzo 1882. In
questo importante centro universitario, una delle tre università “libere”
del Paese (non fondate dalla chiesa) insegnava suo padre Max, uno dei maggiori
rappresentanti della scuola algebrico-geometrica, che aveva svolto un ruolo
rilevante nello sviluppo della teoria delle funzioni algebriche. Max Noether
era un uomo di grande intelligenza, pieno di calore umano e di interessi. La
madre di Emmy, Ida Noether, apparteneva a una ricchissima famiglia ebrea. Emmy
era la primogenita di quattro figli. Suo fratello Fritz, di circa tre anni più
giovane, segue le orme di suo padre, mentre la vita di Emmy sembra inizialmente
seguire i canoni dell’educazione femminile dell’epoca: aiuta sua madre nella
cura della casa e frequenta con profitto le tipiche scuole per ragazze
studiando lingue ed economia domestica. La madre, che suonava il pianoforte,
aveva una grande passione per la musica e così Emmy prese lezioni di piano,
secondo un tipico cliché nell’educazione delle ragazze di buona famiglia, e
tuttavia non andò mai oltre l’esecuzione di una allegra canzoncina popolare.
Peraltro amava molto andare a ballare in casa dei colleghi del padre ed è
famosa la storia di come i genitori raccomandassero ai propri figli di non
dimenticare di invitare Emmy, una ragazza miope e molto poco attraente, seppure
simpatica e vivace, ma non certo la compagna ideale per un ballo. Nell’aprile
del 1900 Emmy sostenne brillantemente l’esame di stato per l’insegnamento del
francese e dell’inglese. Ma non divenne mai un’insegnante di lingue.
Nell’autunno dello stesso anno, insieme ad un’altra ragazza,
è la sola donna presente fra i circa mille studenti della popolazione
universitaria di Erlangen. Dal 1900 al 1903 frequenta come uditrice le lezioni
di matematica, romanistica e storia e nel frattempo si prepara per l’esame di
maturità. A quell’epoca non esistevano scuole superiori dove le ragazze
potessero prepararsi a sostenere questo tipo di esame; in Germania e in Austria
l’educazione formale delle donne finiva all’età di 14 anni e la loro iscrizione
regolare all’università era del tutto fuori questione. Nel 1898 il senato
accademico dell’università di Erlangen, dove il padre di Emmy era professore,
dichiarò che l’ammissione di studenti di sesso femminile avrebbe
“sovvertito l’ordine accademico”. Ma la discussione su questi temi è
molto infiammata e nel 1900, quando Emmy ha diciotto anni, l’università di
Erlangen consente finalmente alle donne di assistere alle lezioni, il permesso
rimane tuttavia subordinato al parere del titolare; anche la possibilità di
sostenere un colloquio finale per ottenere un certificato universitario dipende
completamente dalle simpatie dell’esaminatore. Fino alla prima guerra mondiale
esistevano in Germania professori che si rifiutavano di fare lezione se erano
presenti donne in aula! Eppure nel 1908 il ministro prussiano dell’educazione
si trovò nella necessità di ribadire che l’accesso delle donne alle lezioni
“non doveva essere subordinato al personale grado di disapprovazione
dell’insegnante riguardo l’educazione mista”! Nel luglio del 1903 Emmy
sostiene come privatista l’esame di maturità.
Nell’anno accademico 1903/1904 Emmy Noether frequenta
l’università di Göttingen, di nuovo come uditrice. All’inizio del XX secolo gli
studenti di matematica di tutto il mondo ricevevano lo stesso consiglio:
“Fai la valigia e vai a Göttingen”. La grande tradizione scientifica
di Göttingen aveva una solida posizione nel campo della matematica,
principalmente come risultato dei contributi di Carl Friedrich Gauss, Peter
Gustav Lejeune Dirichlet, Bernhard Riemann. All’epoca vi dominava la figura
leggendaria di Christian Felix Klein, il più celebre e venerato esponente della
matematica tedesca di fine Ottocento. Nel 1872, a soli 23 anni, era già
diventato professore a Erlangen e la sua lezione inaugurale, nota come
“Programma di Erlangen”, faceva ormai parte della storia della
matematica (3). La fama di Klein attirava a Göttingen studenti da tutto il
mondo, particolarmente dagli Stati Uniti. Il cuore della vita matematica si
trovava nella sala di lettura voluta da Klein, completamente diversa da
qualsiasi biblioteca di matematica esistente all’epoca. Gli studenti potevano
accedere liberamente ai libri messi a loro disposizione in scaffali aperti.
Prima della lezione Klein si preparava accuratamente uno schema mentale della
lezione organizzato in formule, diagrammi e citazioni controllando la lista
enciclopedica dei riferimenti bibliografici preparata dal suo assistente. Alla
fine della lezione la lavagna era ordinatamente ricoperta fino all’ultimo
centimetro, senza alcun segno di cancellatura. A Göttingen Emmy segue le
mitiche lezioni del “divino Felix”, di sicuro ben lontana
dall’immaginare che entro dieci anni lei stessa avrebbe in qualche modo fatto
parte di quell’olimpo.
Quello stesso anno nelle università bavaresi viene concessa
la possibilità di iscrizione alle donne che hanno sostenuto la licenza.
Nell’autunno del 1904 Emmy si iscrive regolarmente all’università di Erlangen,
Facoltà di filosofia, frequentando esclusivamente i corsi di matematica. E’
l’unica donna insieme a 46 uomini. Qualcuno sostiene che Emmy volesse far
piacere a suo padre studiando la matematica; ciò non toglie che il suo talento
fosse inequivocabile. Nel 1907 si laurea “summa cum laude”; suo
relatore di tesi è Paul Gordan, “il re della teoria degli
invarianti”, collega e grande amico di suo padre. A quel tempo ci si
poneva il problema di scoprire se esisteva una base, cioè un insieme finito di
invarianti, nei cui termini potessero esprimersi, attraverso una funzione
polinomiale, integralmente e senza eccezioni, tutti gli altri infiniti invarianti
(4). Vent’anni prima Gordan aveva ottenuto un risultato chiave nella teoria che
tuttavia era relativo a un insieme semplificato di forme algebriche. Gli sforzi
successivi di matematici tedeschi, inglesi, francesi e italiani non erano
riusciti in un ventennio a venir a capo della forma più generale del teorema,
nota appunto come “problema di Gordan” che era tra i più aperti e tra
i più dibattuti nei circoli matematici dell’epoca. Insieme a Max Noether,
Gordan fu certo una delle figure più familiari nella vita della giovane Emmy.
Gordan amava parlare e camminare, interrompendo le sue passeggiate con soste al
caffè o in birrerie all’aperto. Come matematico lo stesso Noether lo aveva
definito un “algoritmico”. I suoi lavori consistevano in venti pagine
di formule ininterrotte e si diceva che le poche righe di testo fossero
aggiunte dagli amici. Emmy conserverà sempre una profonda devozione per Gordan,
il cui ritratto campeggiò sempre sulle pareti del suo studio.
Rapidamente Emmy Noether inizia a lavorare, senza alcun
contratto né compenso, presso l’Istituto di Matematica di Erlangen,
collaborando con suo padre e con i due successori di Gordan. Uno di loro in
particolare, Ernst Fischer, ebbe un’influenza notevole sul suo lavoro nel campo
dell’algebra. Fischer diventa uno dei suoi più importanti interlocutori, con
lui poteva “parlare di matematica” a suo piacimento. Nonostante
vivessero entrambi a Erlangen e si vedessero di frequente all’università,
esiste un notevole carteggio fra i due fatto di cartoline contenenti argomenti
matematici, conservato con cura da Fischer, nonostante l’avventura della
guerra. Sembra quasi che Emmy, subito dopo aver conversato con lui si
precipitasse a buttare giù le idee di cui avevano discusso, vuoi per non
dimenticarle, vuoi per stimolare la prosecuzione del discorso. Fischer fu senza
dubbio il suo mentore; sotto la sua guida Emmy Noether passò dallo stile
algoritmico alla Gordan all’approccio assiomatico e astratto di Hilbert,
grandissimo protagonista della matematica a cavallo tra Ottocento e Novecento.
La Noether della maturità sarà chiamata la “madre” della moderna
algebra astratta e costituirà un estremo e grandioso esempio di pensiero
concettuale assiomatico in matematica: è difficile immaginare un contrasto maggiore
rispetto al più puro stile formale che aveva caratterizzato la sua tesi, un
lavoro che lei stessa liquiderà definendolo una “giungla di formule”,
una pura “faccenda di conti”.
La sua reputazione cresce insieme alle sue pubblicazioni:
nel 1908 viene eletta membro del Circolo Matematico di Palermo, l’anno
successivo viene invitata a far parte della Deutsche Mathematiker Vereinigung.
E’ la prima donna a partecipare alla riunione annuale della Società. Emmy ama
molto questi incontri annuali che soddisfano il suo naturale desiderio di
“parlare di matematica” come lei stessa diceva sempre. I primi anni
era praticamente l’unica donna attiva presente, a parte le mogli dei
partecipanti. Nel 1913 la riunione annuale si tiene a Vienna. 65 anni più tardi
viene ricordata così da un nipote del matematico Franz Mertens che ebbe modo di
incontrarla in quell’occasione: “Ricordo chiaramente una persona in visita
che, sebbene una donna, mi sembrò simile a un cappellano cattolico di una
parrocchia di campagna. Vestita con un indescrivibile pastrano nero che le
sfiorava la caviglia, un cappello da uomo da cui spuntavano capelli corti
(ancora una rarità all’epoca) e con una borsa a tracolla sistemata di traverso
simile a quella dei ferrovieri all’epoca dell’impero. Era una ben strana figura.
Avrà avuto circa trent’anni allora. L’avrei facilmente scambiata per un prete
di qualche villaggio dei dintorni” (5). In questa descrizione sono già
evidenti molti tratti caratteristici di quello che sarà il tipico stile “à
la Noether”. Negli anni fra il 1913 e il 1914 la Noether intensifica i
suoi contatti con Felix Klein e David Hilbert i quali all’epoca si stavano
interessando della teoria della relatività generale di Einstein. Hilbert era il
personaggio di punta della vita scientifica di Göttingen e dopo la morte di
Henri Poincaré era ormai considerato il più grande matematico dell’epoca.
Hilbert insegnava a Göttingen dal 1895, città dove sarebbe
rimasto per il resto della sua vita; durante il famoso semestre 1903/1904 Emmy
aveva seguito anche i suoi corsi. A differenza di Klein, un uomo piuttosto
bello, barba e capelli nerissimi, alto e distaccato nella sua tipica aria
regale, Hilbert era di media statura, vivace, quasi sanguigno, con una barba
rossiccia e dall’abbigliamento non pretenzioso; non aveva affatto l’aria del
professore. Anche il suo stile come insegnante era del tutto diverso da quello
di Klein: parlava lentamente senza “darsi delle arie” e con molte
ripetizioni “per essere sicuro che tutti fossero in grado di capirlo”.
Era sua abitudine fare una accurata rassegna degli argomenti della lezione
precedente, una tecnica ritenuta da liceo e disdegnata dagli altri professori.
A volte, senza dirlo in modo esplicito, Hilbert sviluppava una delle sue
personali idee spontaneamente, di fronte alla classe. Le sue lezioni erano
lontanissime dalla perfezione di Klein, eppure proprio le false partenze, le
asperità, il perdersi nei dettagli, rendevano gli studenti intensamente
partecipi del processo stesso della ricerca. Non era infrequente che le lezioni
si trasformassero in un fiasco. Hilbert borbottava che avrebbe dovuto
prepararsi meglio e lasciava liberi gli studenti. Fin dall’inizio Hilbert aveva
deciso che, attraverso la scelta dei soggetti, avrebbe educato se stesso
esattamente come i suoi allievi e che quindi non avrebbe mai ripetuto sempre le
stesse lezioni. A Hermann Weyl, anche lui, come Emmy, arrivato a Göttingen nel
1903, Hilbert apparve come il “Pifferaio Magico” della fiaba, che con
l’irresistibile richiamo del suo “dolce flauto” lo attirava “nel
profondo fiume della matematica” (6). Dopo i seminari andavano tutti
insieme a mangiare in un ristorante tipico, parlando tutto il tempo di
matematica. Hilbert selezionava gli studenti più brillanti con i quali faceva
delle passeggiate più lunghe. I suoi “ragazzi prodigio”, li chiamava.
All’inizio del secolo Göttingen era considerata la
“Mecca della matematica”, e Klein, sempre nel suo stile da dio
lontano che dirigeva tutto dall’alto delle nuvole, dedicava molto del suo tempo
e delle sue energie alla realizzazione del suo sogno di rendere Göttingen il
centro del mondo scientifico. Già alla fine dell’Ottocento aveva creato una
Società per lo sviluppo della matematica applicata e della meccanica e
parallelamente aveva gradualmente organizzato l’Università in una serie di
istituti scientifici e tecnici che sarebbero stati il futuro modello per i
complessi scientifico-tecnologici che in seguito si sarebbero sviluppati
intorno a varie università americane. Il forte interesse di Hilbert nei
confronti della fisica matematica contribuiva alla notevole reputazione
dell’università di Göttingen nel campo delle scienze fisiche. L’unità organica
di matematica e fisica era d’altra parte un risultato che la moderna Scuola di
Göttingen aveva ereditato da Friedrich Gauss e da Wilhelm Weber e Hilbert fu sempre
ben lontano dal disattendere le speranze di Klein in una rinascita della
tradizione. Dopo il 1900 Hilbert decise di mettersi a studiare fisica e si
occupò attivamente di fisica classica prima, e poi di teorie relativistiche e
di meccanica quantistica. Hilbert coltivava questi interessi in stretto
contatto con Hermann Minkowski, un altro degli astri di Göttingen. Questo
rapporto molto profondo, grazie al quale avranno una forte influenza reciproca
nel rispettivo lavoro scientifico, era maturato nel corso degli studi
universitari. La mente brillante e la precocità del timido Hermann, parecchio
più giovane di tutti i suoi compagni, avevano affascinato il giovane David.
Appena diciottenne Minkowski aveva vinto il Grand Prix des Mathématiques
dell’Accadémie des Sciences di Parigi con una memoria sulla rappresentabilità
di ogni numero come somma di cinque quadrati. L’entusiastico amore per la
matematica aveva unito Hilbert e Minkowski, in un’amicizia durata fino alla
morte precoce di quest’ultimo, avvenuta all’inizio del 1909.
Torniamo al 1915, anno in cui il lavoro di Einstein sulla
relatività generale gioca un ruolo importante nel destino di Emmy Noether. A
differenza della relatività speciale, che rappresentava la sintesi e la
conclusione delle scoperte di una generazione di scienziati, la relatività
generale è stata una creazione individuale, solitaria, una geniale intuizione,
poggiata però su solide basi matematiche. In primo luogo sulla geometria non
euclidea, elaborata nel secolo scorso da Riemann, ma anche sulla utilizzazione
di uno strumento matematico di difficile accesso, il calcolo differenziale
assoluto, che, sorto con le ricerche di Friedrich Gauss, Bernard Riemann e
Erwin Christoffel, in quel periodo era stato sistematicamente sviluppato da due
grandi matematici italiani, Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi-Civita.
L’estensione del principio di relatività al caso della gravitazione richiese un
lavoro durissimo. L’elaborazione matematica della teoria fu particolarmente
impegnativa e si protrasse per circa sette anni. Nel 1912 Einstein scriveva a
Arnold Sommerfeld: “Una cosa è certa, in tutta la mia vita non ho mai
lavorato tanto duramente, e l’animo mi si è riempito di un sacro rispetto per
la matematica, la parti più sottili della quale avevo finora considerato, nella
mia dabbenaggine, un inutile orpello. Di fronte a tale problema, l’originaria
teoria della relatività è un gioco da ragazzi” (7).
Nonostante i progressi la teoria non funzionava ancora. Nel
1913 Max Planck, in visita da Einstein, gli aveva detto: “Come amico di
vecchia data devo metterti in guardia; in primo luogo non riuscirai, e anche se
ciò dovesse accadere nessuno ti crederà”. Verso la fine del 1914 Einstein
tenne una proficua corrispondenza con Levi-Civita il quale, mostrandosi molto
più interessato di molti suoi colleghi alle idee di Einstein sulla relatività,
lo aiutò a risolvere alcuni errori tecnici relativi al calcolo tensoriale. Tra
la fine di giugno e i primi di luglio del 1915 Einstein viene invitato a tenere
sei conferenze a Göttingen. “Con mia grande gioia sono riuscito a
convincere completamente Hilbert e Klein”. “Sono entusiasta di
Hilbert: un personaggio autorevole”, scrisse a Sommerfeld al suo ritorno a
Berlino (8). Un entusiasmo apparentemente condiviso da Hilbert, che in quello
stesso anno propone Einstein per il prestigioso premio Bolyai “per l’alto
spirito matematico che permea tutti i suoi risultati”. A quest’epoca
Einstein non aveva ancora completato la teoria, che presentava alcuni problemi.
I progressi più importanti risalgono al periodo tra l’ottobre e il novembre di
quell’anno. Il passo finale verso il completamento della teoria generale della
relatività fu fatto quasi contemporaneamente da Einstein e da Hilbert. Tra il 7
e il 20 novembre i due hanno un fitto scambio di lettere – da cui traspare una
notevole cordialità – nel quale comunicano l’uno all’altro gli ultimi
risultati. Hilbert a Einstein: “Il tuo sistema [di equazioni] si accorda,
per quanto mi è dato di vedere, esattamente con ciò che ho trovato nelle ultime
settimane e ho esposto all’Accademia”. Il 25 novembre Einstein presenta
all’Accademia prussiana la versione definitiva delle equazioni del campo
gravitazionale – “la scoperta più preziosa della mia vita” – che
rappresentavano il completamento della struttura logica della teoria (9). Il 20
novembre Hilbert aveva sottoposto a sua volta all’Accademia delle scienze di
Göttingen una nota – “Grundlagen der Physik” (Fondamenti della
fisica) – nella quale derivava le equazioni definitive del campo gravitazionale
come soluzione di un problema variazionale. E’ difficile stabilire quanto
ciascuno avesse appreso dall’altro, tuttavia Hilbert ammise pubblicamente che
la grande idea di base era di Einstein. Alla fine del suo lavoro Hilbert
magnificava il “metodo assiomatico”, del quale era il re, che aveva
utilizzato impiegando “i più potenti strumenti dell’analisi, ovvero il
calcolo delle variazioni e la teoria degli invarianti” (10).
E’ interessante notare che nelle “Grundlagen der
Physik” Hilbert presentava anche il primo sforzo di formulare
esplicitamente una teoria di campo che unificava gravitazione,
elettromagnetismo e materia. Il tutto era nella linea caratteristica della
tradizione di Göttingen: il punto di vista assiomatico-deduttivo,
l’utilizzazione di teorie matematiche astratte (geometria differenziale, teoria
dei gruppi e calcolo delle variazioni), l’aspirazione alla costruzione di
teorie fisiche unificate. Gli aspetti sperimentali ed empirici e le questioni
di interpretazione fisica erano invece considerati di secondaria importanza
(11). All’epoca l’entusiasmo di Hilbert e dei suoi seguaci era alle stelle. Il
sogno di una legge universale che rendesse conto della struttura del cosmo nel
suo insieme, compresi gli enigmi della struttura atomica, sembrava quasi a
portata di mano. La formulazione di grandi teorie di unificazione volte alla
sintesi delle conoscenze seguirà un percorso ben più complesso, ma certamente
Hilbert restava un precursore dei primi modelli di teorie di campo unificate.
Lo stesso Einstein sembrava considerare fin troppo ambizioso il programma
hilbertiano. Nel 1917 disse a uno studente di Göttingen: “E’ troppo
temerario tracciare già ora una immagine del mondo, dal momento che vi sono
ancora tante cose che non possiamo neppure lontanamente immaginare”.
Eppure, di lì a poco, lui stesso, come ricorda Pais, “avrebbe dato inizio
a un proprio programma di costruzione di una immagine del mondo…” (12).
Nel XX secolo la natura dei rapporti fra matematica e fisica
si modifica profondamente. Nel caso della teoria della relatività di Einstein –
speciale e generale – interviene una forma inedita di interazione: la
matematica non è più un mero supporto “di calcolo”, ma assume ormai
un ruolo di struttura fondante per la descrizione della realtà fisica. Nel 1907
Einstein aveva avuto quello che lui stesso ha definito “il pensiero più
felice della mia vita”. “Ero seduto sulla mia sedia nell’ufficio
brevetti a Berna quando all’improvviso mi si presentò un pensiero: “Se una
persona cade liberamente non sentirà il suo stesso peso”. Ne fui colpito.
Questo semplice pensiero fece su di me una profonda impressione. Mi indirizzò
verso una teoria della gravitazione”. Dalla primitiva intuizione fisica
del principio di equivalenza tra massa inerziale e massa gravitazionale, il
cammino di Einstein verso la formulazione di una teoria generale dovette
passare attraverso la scoperta dell’esistenza di strutture matematiche che
forniranno un fondamento matematico alla teoria fisica. Nel primo paragrafo
della sua memoria del 25 novembre Einstein aveva esplicitamente affermato:
“I mezzi matematici necessari per la teoria della relatività generale
erano già pronti nel “calcolo differenziale assoluto”, che si basa
sulle ricerche di Gauss, Riemann e Christoffel sulle varietà non euclidee, ed è
stato eretto a sistema da Ricci e Levi-Civita e da essi applicato a problemi
della fisica teorica” (13).
La teoria dei gruppi, un tipo di matematica che gli stessi
matematici consideravano all’inizio troppo astratta per trovare applicazioni
nella fisica, costituisce un’altra eclatante dimostrazione di quella che Eugene
Wigner ha definito la ingiustificabile (unreasonable) applicabilità della
matematica alla fisica. Fu la teoria dei gruppi continui di trasformazioni,
elaborata da Lie intorno al 1870, quella che si dimostrò più fruttuosa nelle
sue applicazioni alla fisica. Essa condusse in maniera naturale a definire il
concetto di simmetria o invarianza delle leggi fisiche rispetto a un gruppo
continuo di trasformazioni, concetto che rappresenta una delle innovazioni più
significative della fisica del nostro secolo (14). Certamente Einstein, più di
ogni altro, comprese le conseguenze della simmetria delle leggi fisiche – e il
loro collegamento con la struttura matematica dello spazio-tempo – mettendone
in luce le profonde e rivoluzionarie implicazioni: “Le leggi della fisica
devono essere di natura tale da valere in sistemi di riferimento in moto
arbitrario” e non già solo in quelli in moto uniforme, come richiedeva la
relatività speciale. Già nel 1910 Klein aveva osservato che relatività
significa invarianza rispetto a un gruppo di trasformazioni e implica perciò
una particolare simmetria delle equazioni della teoria, a sua volta un riflesso
della geometria dello spazio-tempo postulata per l’insieme degli eventi fisici.
A questo punto entra ufficialmente in scena Emmy Noether, che a quell’epoca
aveva al suo attivo numerose pubblicazioni sulla teoria degli invarianti ed era
ormai considerata un’ autorità sull’argomento. Questo spiega perché avesse
attratto l’attenzione di Hilbert e di Klein i quali, immersi fino al collo
nella teoria della gravitazione l’avevano invitata a Göttingen. Emmy Noether si
trovava là dall’aprile del 1915.
Nell’autunno del 1915 Emmy scriveva a Ernst Fischer:
“La teoria degli invarianti qui va per la maggiore; perfino Hertz, un
fisico, studia il Gordan-Kerschensteiner, la prossima settimana Hilbert farà un
seminario sugli invarianti differenziali di Einstein, e allora sì che a
Göttingen bisognerà saperne qualcosa” (15). Le porte della
“Mecca” si erano aperte dinanzi a Emmy Noether che non lascerà più
Göttingen, se non per soggiorni di studio e di lavoro, e vi rimarrà fino ad
assistere alla fine di quell’epoca gloriosa a opera della Germania di Hitler.
Hilbert e Klein, ben determinati a farla restare, pongono immediatamente il
problema della sua collocazione accademica e già il 20 luglio del 1915 spingono
la Noether a fare richiesta per l’abilitazione. L’università di Göttingen era
stata la prima università tedesca a fornire il titolo di dottore a una donna,
ma concedere l’abilitazione era tutt’altra faccenda. Nell’intera Germania
nessuna donna aveva ancora ottenuto l’abilitazione all’insegnamento. L’intera
facoltà di Filosofia, che comprendeva filosofi, filologi e storici insieme ai
matematici e agli studiosi di scienze naturali, doveva votare l’accettazione
della tesi di abilitazione. Nel 1907 lo storico Karl Brandi aveva espresso la
sua profonda disapprovazione “Molti di noi giudicano l’accesso delle donne
agli organismi universitari come qualcosa di dannoso per l’influsso umano e
morale che può avere sul corpo insegnante maschile e su un uditorio fino ad ora
omogeneo”. E continuava su questo tono affermando che la presenza
femminile avrebbe compromesso il buon esito dell’insegnamento: “Non vorrei
rinunciare a quel tono di confidenza informale […] una condizione
fondamentale per una perfetta riuscita della lezione risiede nell’omogeneità di
sesso” (16). Naturalmente l’opposizione veniva in particolare dai membri non
matematici della facoltà. “Come si può consentire che una donna diventi
Privatdozent? Se diventa Privatdozent può diventare professore e membro del
Senato accademico. Si può permettere che una donna entri a far parte del
Senato?” Queste erano le ragioni formali. Ma altre inquietanti
preoccupazioni agitavano le menti: “Cosa penseranno i nostri soldati
quando torneranno all’università e scopriranno che gli si chiede di studiare
sotto la guida di una donna?” Hilbert, che non aveva peli sulla lingua ed
era sempre molto diretto nelle sue argomentazioni, sembra rispondesse così agli
argomenti formali: “Cari signori, non vedo perché il sesso della candidata
debba costituire un argomento contro la sua ammissione come Privatdozent. In
fin dei conti il Senato accademico non è uno stabilimento termale”. Per
ironia della sorte nessuno sembrava considerare Emmy come appartenente al sesso
femminile a tutti gli effetti. A chi gli chiedeva se ritenesse la Noether il
più grande matematico di sesso femminile, il matematico Edmund Landau, collega
di Emmy, dirà più tardi: “Non c’è alcun dubbio che sia un grande
matematico, ma che sia una donna non posso giurarlo”. Normalmente ci si
riferiva a lei con l’appellativo “der Noether” – der è l’articolo che
precede i nomi maschili in tedesco. Era stato uno dei suoi studenti più famosi,
Alexandrov, a ribattezzarla così. Lui stesso preciserà in seguito: “La sua
femminilità si manifestava in quel gentile e sottile liricismo che era al cuore
degli assai diffusi ma mai superficiali interessi nei confronti delle persone,
della sua professione, e dell’intera umanità”.
In ogni caso l’aspetto fisico di Emmy Noether sembra fosse
ben lontano dall’indurre in tentazione: “Nessuno potrebbe sostenere che le
Grazie abbiano presieduto alla sua nascita”, dice Weyl, che la frequentò a
lungo. Certo Emmy aveva poco in comune con la leggendaria Sonya Kowalewski, che
aveva stregato anche Weierstrass con il suo charme fisico e intellettuale.
Tutti quelli che hanno conosciuto Emmy sono concordi nel dichiarare che “aveva
una voce forte e sgradevole” e che “il suo abbigliamento faceva borse
da tutte le parti”. In contrasto con queste apparenze le sue qualità umane
e spirituali erano considerate notevoli e lo stesso Weyl ricorda che Emmy era
“piena di calore umano quanto una pagnotta di pane”. Nonostante gli
sforzi Hilbert e Klein non riuscirono nel loro intento. Alla richiesta
ufficiale di concedere l’abilitazione – “La nostra istanza non ha
l’obiettivo di andare contro il decreto ma chiede di prendere in considerazione
una dispensa per questo caso particolare, più unico che raro…” – il
Ministero rispose dopo due anni: “Non si possono concedere eccezioni,
anche se in un caso così particolare in cui l’eccezione è innegabile”. Nel
frattempo Hilbert aveva risolto il problema a modo suo. Le lezioni di fisica
matematica – Teoria degli invarianti – annunciate con il nome del professor
Hilbert, venivano tenute da Fräulein Noether. Nel corso del semestre invernale
1916/17 la Noether tenne lezioni sulla teoria degli invarianti e continuò a
lavorare su questi argomenti per i quali lo stesso Klein dimostrava un
fortissimo interesse che scaturiva dall’individuare una correlazione fra le
idee alla base della teoria speciale e generale della relatività e il suo
“Programma di Erlangen”, vero e proprio “manifesto”
sull’importanza dei gruppi di trasformazioni e dei loro invarianti per la
geometria. Il tutto si integrava con la sua grande ammirazione per Riemann, che
Klein vedeva così sorprendentemente giustificata dalla teoria di Einstein sulla
gravitazione (17).
Anche la connessione fra le leggi di conservazione della
meccanica classica (energia, impulso, momento angolare e moto uniforme del
centro di massa) e le corrispondenti simmetrie dello spazio-tempo (traslazioni
nello spazio e nel tempo, rotazioni e trasformazioni di Galileo e di Lorentz)
erano da diversi anni al centro degli interessi di Klein, come si deduce dal
testo delle conferenze da lui tenute negli anni 1915-1917 sugli sviluppi della
matematica nel XIX secolo. Nel frattempo Hilbert continuava a occuparsi di
relatività generale e in particolare dell’apparente venir meno delle leggi di
conservazione dell’energia-impulso. Questo restava il punto debole della
teoria. Hilbert lo aveva citato in un lavoro come “il venir meno del
teorema dell’energia”. In una lettera a Klein affermava che questo
sembrava una caratteristica distintiva della teoria generale. Hilbert dice
anche di aver chiesto a Emmy Noether di aiutarlo a chiarire la faccenda. Nel
1916 anche Klein stava lavorando a questo problema della conservazione
dell’energia – che lui definiva “vettore dell’energia di Hilbert” – e
a questo proposito scriveva a Hilbert: “Lei sa che la signorina Noether
continua a consigliarmi nel mio lavoro ed è certo grazie a lei che sono
diventato competente nell’argomento. Parlando di recente con Fräulein Noether
dei risultati ottenuti con il suo vettore dell’energia, mi ha detto di aver
derivato la stessa cosa a partire dalla sua nota di un anno fa [Grundlagen der
Physik] e di averne preso nota su un manoscritto che ho esaminato”. Nel
presentare i suoi risultati sul vettore dell’energia all’Accademia, Klein
ringraziava la Noether per i suoi contributi. Nel rispondere a Klein Hilbert
sottolineava a sua volta: “Emmy Noether, al cui aiuto ho fatto ricorso per
chiarire le questioni connesse alla mia legge dell’energia…”. L’
“esperto di teoria degli invarianti”, come Hilbert una volta si era
autodefinito, ricorreva all’aiuto dell’antica allieva del “re degli
invarianti”! Nello stesso periodo la Noether raccontava a un’amica che un
gruppo di Göttingen, al quale apparteneva anche lei, stava eseguendo calcoli
difficilissimi per Einstein. “Nessuno di noi capisce a che cosa possano
servire” (18). A questo punto sembrerebbe proprio che anche Emmy stesse
sguazzando in piena teoria della relatività.
Il 24 maggio 1918 Einstein scrive a Hilbert a proposito di
un articolo pubblicato da Emmy nel mese di gennaio (19): “Ieri ho ricevuto
dalla signorina Noether un lavoro molto interessante sugli invarianti. Mi
impressiona molto il fatto che qualcuno riesca a comprendere questioni di
questo tipo da un punto di vista così generale. Non sarebbe stato male mandare
la vecchia guardia di Göttingen a scuola da Fräulein Noether. Di sicuro conosce
bene il suo mestiere!” (20). Nel mese di luglio dello stesso anno un
lavoro di Emmy Noether (21) fu presentato all’Accademia reale delle scienze di
Göttingen da Felix Klein, presumibilmente perché la Noether non faceva parte di
quell’accademia. Viene perfino la tentazione di chiedersi se fosse presente
quando il lavoro venne letto! (22) Vi si presentavano due teoremi e i loro
inversi che rivelavano nel modo più generale la connessione tra simmetrie e
leggi di conservazione in fisica, generalizzando una serie di risultati
ottenuti in epoche diverse a tutti i gruppi continui finiti e infiniti. Il
lavoro della Noether incorporava in modo inedito differenti campi della
matematica e della fisica matematica:
1) La teoria degli invarianti algebrici e differenziali;
2) La geometria di Riemann e il calcolo delle variazioni nel
contesto della relatività generale, della meccanica e della teoria dei campi;
3) La teoria dei gruppi, in particolare la teoria dei gruppi
di Lie per risolvere o ridurre le equazioni differenziali per mezzo dei loro
gruppi di invarianza.
L’originalità di quello che si chiamerà il “Teorema di
Noether” consiste proprio nel fondare ciascun principio di conservazione
di una quantità fisica sull’invarianza formale delle leggi (23). Più
precisamente enuncia che, per ciascuna simmetria continua – come per esempio
una rotazione nello spazio – o una simmetria discreta – come l’inversione
temporale o riflessione spaziale – della funzione di Lagrange che rappresenta
il sistema fisico, esiste una quantità che si conserva nel corso dell’evoluzione
di questo sistema. Le conclusioni più interessanti del teorema si ottengono nel
caso di trasformazioni cosiddette euclidee, perché in questo caso le grandezze
conservate hanno una interpretazione fisica immediata. Le trasformazioni
euclidee hanno la caratteristica di non deformare gli oggetti: si tratta di
traslazioni temporali, traslazioni spaziali o rotazioni. In queste situazioni
semplici il teorema fornisce i tre risultati seguenti: se la lagrangiana che
rappresenta il sistema fisico è invariante (simmetrica) per una traslazione
temporale – ovvero se la sua espressione formale non cambia quando si effettua
uno spostamento sulla variabile tempo – l’energia totale del sistema si
conserva nel corso del movimento; nel caso di invarianza per traslazioni
spaziali, la quantità che si conserva è l’impulso (quantità di moto del
sistema); infine, se si ha invarianza per rotazione (i parametri necessari per
descriverla sono tre) si conserva il momento angolare (tre componenti).
Ciascuno dei tre grandi principi di conservazione della fisica si fonda quindi
in ultima analisi su una simmetria di tipo particolare. Il teorema di Noether
fa quindi apparire un legame del tutto inatteso fra il contenuto delle leggi
fisiche e la struttura dello spazio tempo stesso. La conservazione dell’energia
in particolare ha come diretta implicazione la costanza delle leggi della
fisica, e dunque l’uniformità del tempo. In effetti la costanza di alcuni
parametri base come la carica elettrica, la massa dell’elettrone, la costante di
Planck, la velocità della luce, ecc. è stata verificata ampiamente su tempi
lunghissimi e distanze enormi attraverso osservazioni astronomiche e geologiche
con una precisione di circa 10-8 sull’intera età dell’Universo. La
conservazione della quantità di moto ci rinvia a quella che si potrebbe
chiamare l’universalità delle leggi (l’invarianza per traslazione spaziale ci
dice che la fisica si scrive nello stesso modo a Parigi e a New York) e dunque
all’omogeneità dello spazio. La conservazione del momento angolare implica
invece che lo spazio è isotropo (non esiste una direzione privilegiata) (24).
Questi teoremi si allontanavano in qualche modo dalla
principale linea di ricerca della Noether, lo sviluppo della moderna algebra
astratta. Ma la caratteristica costante dei suoi maggiori contributi alla
matematica moderna consisteva proprio nella sua abilità nel derivare risultati
di importanza generale a partire da un caso specifico. Anche in questo caso il
risultato che Emmy aveva ottenuto era infatti del tutto generale, nel più puro
stile “noetheriano”. Nel primo teorema Emmy Noether mostrava infatti,
come caso particolare, che in teorie del tipo della relatività generale
esistono delle identità – nel caso di questa teoria sono le cosiddette identità
di Bianchi – che forniscono delle leggi di conservazione locali di tipo
differenziale le quali in uno spazio tempo piatto si trasformano nelle
ordinarie leggi di conservazione dell’energia e dell’impulso (25). La bellezza
e l’importanza straordinaria del Teorema di Noether sta proprio nella
combinazione di due proprietà: è estremamente generale da una parte e
dall’altra fornisce la possibilità di costruire immediatamente le quantità
conservate data la funzione di Lagrange e il suo gruppo di invarianza! Nel
lavoro di Emmy confluivano in definitiva una serie di ingredienti che ne
facevano l’apice dell’evoluzione di una serie di campi di ricerca rendendo
molto più profonda la comprensione dei principi di conservazione e fornendo lo
strumento per le grandi scoperte delle simmetrie di gauge che caratterizzeranno
il XX secolo, proprio grazie al fatto che il teorema si basa su una versione
generalizzata della teoria del gruppi. La generalità del teorema è infatti tale
che attraverso di esso la matematica ha acquistato una portata
“euristica” del tutto inedita: diventa possibile derivare a priori e
in modo del tutto stupefacente l’esistenza di entità fisiche ben determinate.
Tutto ciò non ha fatto che accrescere il mistero sulla natura del potere
creativo del linguaggio matematico, apparentemente una semplice concatenazione
di simboli, eppure così prossima alla natura delle cose.
Questo lavoro rappresentò la sua tesi di abilitazione. Nel
curriculum vitae che la Noether allegò agli atti lei stessa lo presenta come
uno studio che “in parte consiste in uno sviluppo del mio lavoro di
supporto a Klein e Hilbert nelle loro ricerche sulla teoria generale della
relatività di Einstein”. Ben cosciente degli scopi e dell’importanza dei
suoi risultati per la fisica, la Noether scriveva anche: “I risultati
generali contengono, come casi particolari, i teoremi sugli integrali primi
[leggi di conservazione]
in meccanica, oltre ai teoremi di conservazione e le
identità fra le equazioni di campo della teoria della relatività” (26). Questi
risultati così fondamentali furono comprensibilmente molto apprezzati da
Einstein, il quale, in una lettera a Hilbert, si riferiva al “penetrante
pensiero matematico della Noether”. Alla fine del 1918 Einstein scriveva a
Klein, a proposito del deplorevole protrarsi del caso Noether: “Nel
ricevere il nuovo lavoro della Noether ho riflettuto di nuovo sulla grossa
ingiustizia che le viene fatta negandole la venia legendi. Io sarei dell’avviso
di intraprendere un energico passo verso il Ministero. Se lei non lo ritiene
possibile, allora me ne incaricherò io stesso”. Alla fine della prima
guerra mondiale l’atteggiamento politico cambia, ha luogo un riconoscimento più
esteso dei diritti della donna e il ministero concede l’abilitazione a Emmy,
che nel 1919 divenne finalmente Privatdozent, una posizione che, oltre a
rappresentare il più basso dei gradini nella scala accademica, non comportava
alcuno stipendio. Nel 1923 Hilbert riuscì a ottenere per lei l’incarico di
nicht-beamteter ausseordentlicher Professor, di nuovo una nomina che non
implicava “alcun mutamento nella sua posizione legale”, in
particolare non comportava l’assegnazione di alcuna funzione ufficiale. In
altre parole era un mero “titolo senza mezzi”. L’unico piccolo
introito stabile le derivava da un contratto per l’insegnamento dell’algebra.
Tutto ciò obbligò sempre la Noether a vivere in modo molto semplice e modesto,
ma forse Emmy avrebbe mantenuto ugualmente uno stile di vita di questo tipo;
tutti i soldi che le avanzavano li utilizzava in genere per aiutare i propri
familiari.
Intanto le preoccupazioni dei membri più reazionari del
senato accademico venivano smentite in modo eclatante: intorno a Emmy Noether
ruotava uno dei più fertili gruppi di ricerca della Göttingen fra le due
guerre. I suoi rapporti con gli studenti erano leggendari. Come disse una volta
Norbert Wiener: “Sembrava una robusta lavandaia molto miope i cui studenti
si affollavano intorno a lei come una nidiata di anatroccoli intorno a una
chioccia materna e affettuosa”. Con autoironia lei stessa chiamava i più
brillanti “Trabanten”, i suoi “seguaci”. I “ragazzi di
Noether” venivano da tutto il mondo: Russia, Olanda, Israele, Cina e
Giappone. Erano la sua famiglia e un’offesa fatta a loro era per Emmy peggiore
di qualsiasi oltraggio fatto a lei stessa. La sua dedizione verso i suoi
studenti era enorme, ed essi ricorrevano a lei per qualsiasi problema, anche di
carattere privato. Emmy di certo non era adatta per l’insegnamento dei corsi di
base. Pensava a grande velocità e parlava ancora più velocemente tenendo l’uditorio
per tutto il tempo al limite dell’impegno mentale. Pur essendole ben chiaro ciò
che voleva dire, non era affatto sicura di quanto avrebbe detto. Scriveva
qualcosa sulla lavagna e la cancellava subito dopo. I pareri sono molto
discordi sulle sue qualità come insegnante. Molti dei suoi studenti divennero
essi stessi professori universitari, alcuni di loro molto eminenti, ma perfino
alcuni tra i più famosi ricordano di aver seguito con molta difficoltà le sue
lezioni, che il più delle volte non erano preparate in anticipo. Chi era già
addentro all’argomento le ricorda invece come un’esperienza indimenticabile. I
risultati non venivano presentati in modo chiaro e definito, ma in compenso era
possibile partecipare al loro processo di derivazione e perfezionamento. Uno
degli allievi preferiti di Emmy Noether, Bertel van der Waerden, racconta che
durante le lezioni di Emmy si assisteva a questa tipica scena: Emmy doveva
dimostrare un certo teorema e aveva in mente una prova diversa da quella
utilizzata correntemente, che tipicamente seguiva un approccio astratto, basato
su concetti e assiomi, senza calcoli e con pochissimi passaggi. Ma Emmy al
solito non aveva definito nei dettagli il procedimento e quando si accorgeva in
aula che le cose non funzionavano come previsto veniva sopraffatta dalla
rabbia. Lanciava via il gesso e calpestandolo urlava: “Ecco, ora non posso
farlo a modo mio!” e proseguiva a malincuore, seppure in modo impeccabile,
seguendo la “via tradizionale”.
Durante le lezioni si appassionava talmente che i suoi abiti
si scomponevano, le forcine cominciavano a sfuggire dai capelli. Alla fine
della lezione non c’era speranza di attrarre l’attenzione di Emmy sullo stato
pietoso della sua capigliatura, tanto continuava a essere assorbita dalle discussioni
con gli studenti. In ogni caso non gliene importava un bel niente
dell’abbigliamento: andava in giro con ombrelli dissestati e scarpe
terribilmente robuste – davano l’impressione di essere calzature maschili – e
così finiva con l’avere un’aria trasandata. La sua sciatteria finiva con
l’essere contagiosa e quando i suoi studenti russi – presso i quali era molto
popolare – cominciarono ad andare in giro per Göttingen in maniche di camicia –
una sorprendente trasgressione rispetto al canonico abbigliamento degli
studenti dell’epoca – lo stile fu ribattezzato “uniforme della guardia
Noether”. Il suo comportamento a tavola era ugualmente
“distratto”, come ricorda Olga Taussky, una studentessa cecoslovacca
che ebbe con lei dei rapporti molto stretti: “All’ora di pranzo io sedevo
vicino a Emmy, alla sua sinistra. Emmy era occupatissima a discutere di
matematica con il suo vicino di destra e con tutti coloro che sedevano nei
dintorni. Mangiava il suo pasto gesticolando violentemente per tutto il tempo.
L’operazione le teneva occupata anche la mano sinistra, con la quale spazzava
via del tutto imperturbata il cibo che faceva continuamente cadere sul
vestito”.
La sua generosità e la sua dedizione verso i propri allievi
erano proverbiali. In effetti Emmy non era portata all’insegnamento elementare
davanti a classi numerose, ma era capace di esercitare un’influenza eccezionale
su allievi particolarmente dotati e già avanti con gli studi o addirittura già
avviati nel lavoro di ricerca. Il significato del suo lavoro non può essere
valutato a pieno soltanto a partire dalle sue pubblicazioni. Emmy aveva una
enorme capacità di stimolare gli altri e molti dei suoi suggerimenti presero
una forma definitiva soltanto nel lavoro dei suoi allievi e collaboratori. Era
sempre pronta a condividere il suo patrimonio di idee con chiunque fosse in
grado di seguirla. Van der Waerden la definì: “Del tutto priva di egoismo
e libera da qualsiasi vanità, non reclamava mai nulla per sé, ma portava avanti
prima di tutto il lavoro dei suoi allievi” (27). Lei stessa affermava:
“I miei metodi riguardano il lavoro e la capacità di comprensione e quindi
il loro affermarsi avviene in modo anonimo”. Un tipico destino che ha
caratterizzato l’operato delle donne per secoli. Per anni curò la pubblicazione
di articoli per i Matematische Annalen. Pur non figurando ufficialmente svolse
sempre il suo lavoro con coscienza e precisione, riuscendo a essere amica
fedele e critico severo allo stesso tempo.
Molti concetti di base dell’algebra sono scaturiti dalle sue
lezioni. Nel 1930 lo studente olandese van der Waerden, che nel 1924 passò un
anno a Göttingen, ne tradusse le idee nel volume Moderne Algebra, che contribuì
in maniera essenziale a diffondere le concezioni della Noether e a farle
diventare patrimonio di ogni matematico. Il libro, che ha conosciuto non meno
di otto riedizioni, era da van der Waerden redatto “utilizzando le lezioni
di Emmy Noether e di E. Artin” ed è oggi diventato un classico. Vi si dava
un’esposizione dei concetti fondamentali dell’algebra astratta, dalla teoria
dei gruppi, agli anelli, ai campi, alla teoria degli ideali e delle algebre.
Nel corso degli anni Venti il lavoro di Emmy Noether cambiò il volto
dell’algebra e soprattutto da lei scaturì un nuovo modo di pensare in algebra, che
ha fatto epoca. Insieme ai suoi studenti, pochi e spesso stranieri,
rappresentava la tendenza verso l’astrazione e la generalizzazione che negli
anni successivi sarebbe diventata sempre più dominante. “Ci ha insegnato a
pensare in termini semplici e quindi del tutto generali […] non secondo
complicati procedimenti algebrici”, disse di lei Alexandrov. Molti dei
suoi allievi sono poi diventati matematici di fama mondiale. Intorno al 1930
Emmy Noether continuava a non essere professore, ma contribuiva in modo
decisivo all’ “atmosfera matematica” di Göttingen. Ogni domenica
pomeriggio faceva con i suoi “seguaci” una lunghissima passeggiata –
matematica e passeggiate erano una solida tradizione di Göttingen – che aveva
come meta finale la modesta casa di Emmy dove veniva preparato il delizioso
pudding “à la Noether” senza mai interrompere l'”algebrica”
conversazione. Una gran parte della vita sociale a Göttingen dipendeva dalle
festicciole che i professori davano in varie occasioni durante l’anno. Ciascuno
aveva il suo stile. Le riunioni di Landau avevano un carattere
“intellettuale”, si facevano dei giochi di abilità; Hilbert non vi
partecipava mai, mentre era sempre presente ai famosi “party per
bambini” di Emmy Noether. I coniugi Weyl davano dei tè danzanti la
domenica pomeriggio, molto eleganti e formali, pieni di ragazze carine. I
Courant invece organizzavano di continuo serate musicali, alle quali alcuni
studenti venivano invitati (28). Una volta emigrata negli Stati Uniti Emmy
conserverà il suo tipico stile, con i suoi immancabili occhiali spessi come
fondi di bottiglia e il suo modo caratteristico di girare la testa da un lato e
di guardare in lontananza nello sforzo di pensare, con il suo modo
anticonformista di vestire che attraeva l’attenzione – un effetto del tutto
fuori dalle sue intenzioni. Continuerà a fare le tradizionali passeggiate della
domenica pomeriggio finendo come al solito con l’essere talmente assorbita
dalla conversazione da rischiare di finire sotto un’auto se i suoi studenti non
l’avessero regolarmente protetta (29).
Alla fine degli anni Venti Göttingen era ormai il centro
della matematica mondiale. Vi insegnavano matematici di prim’ordine come Edmund
Landau – analista e teorico dei numeri succeduto a Minkowski – Hermann Weyl,
Richard Courant – l’antico assistente di Hilbert, ora direttore del nuovo
Istituto di Matematica -, Costantin Carathéodory e Paul Bernays, solo per
citarne alcuni. Matematici di ogni paese vi passavano periodi di studio.
Göttingen era diventata un centro importante anche per la fisica. Un gruppo di
giovani eccezionalmente dotati si era raccolto intorno a Max Born, che dopo la
guerra era diventato professore di fisica teorica. Fin dall’inizio era stata
sua ferma intenzione di creare un istituto all’altezza di quello di Sommerfeld
a Monaco. Quest’ultimo, per inciso, era stato a sua volta allievo di Klein… I
primi assistenti di Born furono Wolfgang Pauli e Werner Heisenberg,, entrambi
destinati a modificare radicalmente il modo in cui la fisica guarda il mondo.
Emmy Noether giocava ormai un ruolo di primo piano nel gruppo dei matematici.
Le sue idee e i suoi metodi si andavano decisamente affermando anche all’estero
e nel 1928-29 essa fu per qualche mese professore visitatore all’università di
Mosca, dove consolidò l’amicizia con P. S. Alexandrov, suo antico allievo e
influenzò il circolo dei matematici riuniti intorno a lui. Nel 1930 ebbe un
incarico a Francoforte. Tuttavia Hermann Weyl, nel succedere alla cattedra di
Hilbert nel 1930, ricordava con rammarico la penosa situazione accademica della
Noether: “Quando ebbi un incarico stabile a Göttingen nel 1930, cercai in
tutti i modi di ottenere dal Ministero una migliore posizione per lei, perché
mi vergognavo di occupare una posizione tanto privilegiata rispetto a lei, che
ritenevo superiore a me come matematico sotto molti punti di vista. Non ci
riuscii, così come fallì un tentativo di sostenere la sua elezione come membro
dell’Accademia delle Scienze di Göttingen. Tradizione, pregiudizio,
considerazioni esterne, fecero pendere la bilancia contro i suoi meriti
scientifici e la sua statura scientifica, che all’epoca non era negata da
alcuno” (30). Quando Emmy fu negli Stati Uniti, Weyl fece in modo che
divenisse membro dell’American Mathematical Society.
Nel settembre 1932 Emmy Noether è l’unica donna a
partecipare alle ventuno conferenze plenarie del Congresso internazionale di
matematica tenuto a Zurigo. Era il trionfo della sua linea di lavoro, il pieno
riconoscimento del suo programma di ricerca e il punto più alto della sua fama
scientifica a livello internazionale. Nello stesso anno ricevette l’ambito
premio Alfred Ackermann-Teubner per i suoi meriti scientifici. Ma la tempesta
si sta addensando sulla testa di Emmy Noether, su Göttingen, sulla Germania e
presto coinvolgerà il mondo intero. Nel gennaio dell’anno successivo il
presidente von Hindenburg nomina Adolf Hitler cancelliere del Reich.
Immediatamente vengono prese le prime misure destinate a distruggere il
“potere satanico” che “teneva in pugno tutte le posizioni chiave
della vita scientifica e intellettuale, oltre a quella politica ed
economica”. Alle università viene ordinato di rimuovere da qualsiasi
incarico di insegnamento tutti coloro che hanno sangue ebraico nelle vene. La
scuola di Hilbert riceve il colpo più duro. Nessun pregiudizio – di
nazionalità, di sesso o razziale – vi aveva mai avuto cittadinanza. Weyl prese
il posto di Courant, succedendo a Otto Neugebauer che, essendosi rifiutato di
giurare fedeltà al regime, era sopravvissuto come direttore dell’Istituto un
solo giorno. Weyl pensava che si potesse fare ancora qualcosa. Scrisse
innumerevoli lettere, incontrò membri del governo, ma nulla poté essere
cambiato. Sua moglie era in parte ebrea e gli amici, tra cui Einstein che era
già a Princeton, lo scongiurarono di partire prima che avvenisse il peggio.
L’ultimatum si applicava anche a Emmy Noether. Non si erano mai viste tante
firme illustri come quelle poste in calce agli appelli inviati al Ministero per
il caso Noether. Il nome di Hilbert era in cima alla lista. Hilbert aveva da
poco compiuto settant’anni e il giorno del suo compleanno era stato ben lontano
dall’immaginare sorte peggiore per la sua Göttingen (31).
Emmy morirà improvvisamente nel 1935, in seguito a
un’operazione. “Il suo cuore non conosceva la malizia, lei non credeva nel
male – in realtà non le passò mai per la mente che potesse avere un ruolo fra
gli uomini”. “Era al culmine dei suoi poteri, la sua immaginazione e
la sua tecnica avevano raggiunto il punto più alto di un perfetto equilibrio”
(32). L’avvento del nazismo segnò anche la fine della straordinaria stagione
matematica di Göttingen. Come Emmy Noether quasi tutti i membri della scuola di
Hilbert e moltissimi altri furono costretti a partire. La maggioranza emigrò
negli Stati Uniti. Altri, pur non essendo ebrei, li seguirono nell’emigrazione
per non sottostare al regime nazista. Gli Stati Uniti improvvisamente si
ritrovarono incredibilmente arricchiti del fior fiore degli scienziati europei.
Durante un banchetto Hilbert fu apostrofato dal nuovo ministro nazista per
l’educazione: “Come va la matematica a Göttingen, ora che l’abbiamo
liberata dall’influenza ebraica?”. “Matematica a Göttingen?”
rispose Hilbert. “Non se ne vede più nemmeno l’ombra” (33).
Attualmente il teorema di Noether è uno strumento
fondamentale nell’arsenale del fisico teorico e viene insegnato correntemente
in teoria quantistica dei campi e in fisica delle particelle, ma probabilmente
la maggior parte degli algebristi non ha mai sentito parlare del teorema di
Noether, che interessa solamente i fisici i quali, per la maggior parte,
continuano a loro volta a ignorare l’esistenza degli anelli di Noether…
NOTE
1) Cit. in Hans A. Kastrup, The contribution of Emmy
Noether, Felix Klein and Sophus Lie to the modern concept of symmetries in
physical systems, in Symmetries in physics (1600-1980), Proceedings of the 1st
international Meeting on the History of Scientific Ideas; a cura di Manuel G.
Doncel, Armin Hermann, Louis Michel, Abraham Pais, Universitat autonòma de
Barcelona (1987).
2) Hermann Weyl, Scripta Mathematica, 3, 201-221 (1935)
3) I. M. Yaglom, Felix Klein and Sophus Lie – Evolution of
the Idea of Symmetry in the Nineteenth Century, Birkhäuser (1988), pp. 22-27.
4) Dato che ogni punto del piano equivale a una coppia di
numeri reali, le figure geometriche possono essere formalizzate attraverso
equazioni algebriche e, viceversa, le equazioni algebriche possono essere
graficate come figure geometriche. Geometria e algebra sono strettamente
correlate: la prima diviene più astratta e più maneggevole e le idee algebriche
più comprensibili attraverso l’intuizione ed entrambi guadagnano in generalità.
Così come le dimensioni e la forma delle figure non cambiano quando la loro
posizione rispetto agli assi cartesiani viene modificata, così certe proprietà
delle corrispondenti forme algebriche rimangono invariate. Tali
“invarianti” (polinomi omogenei di più variabili che restano
invariati quando a tali variabili viene applicata una certa classe di trasformazioni
lineari) servono quindi a caratterizzare una determinata figura geometrica. In
modo del tutto naturale lo sviluppo della geometria proiettiva, che si occupa
delle notevoli trasformazioni indotte dall’operazione di proiezione, ebbe come
conseguenza uno sviluppo parallelo nel campo dell’algebra che riguardava
specificamente gli invarianti delle forme algebriche sotto vari gruppi di
trasformazioni. L’approccio algebrico, molto più sofisticato e più potente,
sopravanzò rapidamente quello geometrico, e la teoria degli invarianti
algebrici divenne oggetto di un crescente interesse fra i matematici.
5) Cit. in Auguste Dick, Emmy Noether, 1882-1935, Birkhäuser
(1981), p. 22.
6) Cit. in U. Bottazzini, Il flauto di Hilbert, Storia della
matematica moderna e contemporanea, Utet (1990), p. 5.
7) Il cuore della difficoltà stava nel fatto che, volendo
prendere in considerazione i sistemi non inerziali, non risultava più possibile
ritenere validi, per questi sistemi, i sistemi di coordinate abituali, nei
quali le coordinate hanno un significato metrico immediato, cioè differenze tra
coordinate spaziali o tra coordinate temporali equivalgono a lunghezze e
intervalli di tempo misurabili. Einstein si rese infatti conto che nei sistemi
non inerziali debbono valere sistemi di coordinate differenti da quelli validi
per i sistemi inerziali, cioè che la geometria dello spazio-tempo in cui
vengono rappresentati gli effetti gravitazionali non ha proprietà euclidee. Per
poter trattare lo spazio-tempo con sistemi di coordinate adeguate a tale
complessità di rappresentazione Einstein dovette ricorre a strumenti matematici
estremamente astratti e raffinati – in primo luogo al calcolo tensoriale, elaborato
dai matematici italiani – che resero la sua teoria oltremodo difficile per la
maggior parte dei fisici. Essa offriva un’immagine del mondo assolutamente
nuova: i corpi si muovono liberamente, seguendo dunque un moto inerziale, in
uno spazio tempo non-euclideo, “curvo”; le masse non esercitano
alcuna forza gravitazionale, ma determinano la curvatura dello spazio-tempo che
le circonda e con essa anche il percorso dei corpi che si trovano in movimento
al suo interno; solo approssimativamente, su brevi distanze, cioè localmente,
lo spazio-tempo può essere considerato di tipo euclideo.
8) J. Earman 1 C. Glymour, “Einstein and Hilbert: Two
Months in the History of General Relativity”, Archive for the History of
Exact Sciences, 19 (3) (1978/79), pp. 291-308.
9) Einstein a Sommerfeld, 9 dicembre 1915. Il 18 novembre
Einstein aveva scritto al fisico Paul Ehrenfest: “Per alcuni giorni sono
stato fuori di me per l’eccitazione e la gioia”. La questione riguardava
la precessione del perielio di Mercurio, per il quale Le Verrier, nel 1859,
aveva riscontrato uno spostamento residuo di 38” per secolo che non poteva
essere spiegato in base agli effetti della gravitazione newtoniana e per la
quale aveva ipotizzato “qualche azione sconosciuta”. Nel 1882 tale
avanzamento era stato fissato con precisione a 43” per secolo. Einstein
applicò la sua teoria della gravitazione e scoprì che poteva rendere
esattamente conto dell’avanzamento residuo senza ricorre a lune invisibili né
“ad alcuna speciale ipotesi”. Contemporaneamente Einstein aveva
calcolato con precisione l’entità della deflessione di un raggio di luce al suo
passaggio in prossimità del forte campo gravitazionale esercitato dal sole.
Questa predizione sarà confermata sperimentalmente in modo spettacolare nel
1919, anno in cui la fama mondiale di Einstein salirà alle stelle. Questi
calcoli furono appunto presentati da Einstein il 18 novembre 1915, in una
memoria che precede di pochi giorni quella contenente le equazioni definitive
del campo gravitazionale.
10) Il membro sinistro delle equazioni gravitazionali (Rmn –
1/2 gmn R = k Tmn ), soddisfa quattro identità (Rmn-1/2 gmn R);m= 0) dette
identità di Bianchi, dal nome del matematico italiano Luigi Bianchi, di cui,
fino al 25 novembre 1915, Einstein, era certamente ancora all’oscuro. Infatti
non si rese conto che i principi di conservazione dell’energia e della quantità
di moto conseguono automaticamente dalle equazioni del campo e da quelle
identità. Invece Einstein fece uso di questi principi di conservazione come di
un vincolo imposto alla teoria, piuttosto che una conseguenza quasi immediata
della covarianza generale! Le leggi di conservazione rimangono l’unico punto
debole del lavoro di compendio pubblicato da Einstein nel marzo 1916 (Annalen
der Physik 49, 769), le leggi di conservazione sono verificate mediante un
calcolo diretto anziché con una argomentazione basata sull’invarianza.
Apparentemente neppure Hilbert conosceva le identità di Bianchi. In pratica nel
novembre 1915 né Hilbert né Einstein erano ancora a conoscenza di questa strada
maestra per la deduzione dei teoremi di conservazione. (Cfr. A. Pais, Sottile è
il Signore…, Bollati Boringhieri, 1986, p. Nell’edizione del 1924 delle
Grundlagen der Physik Hilbert attribuirà uno dei teoremi principali che riguardano
le quattro identità di Bianchi a Emmy Noether. Nessuna prova viene fornita. Nel
1918 Emmy Noether dimostrerà che le identità sono in realtà conseguenze
particolari di un teorema molto più generale!
11) La natura della connessione tra gravitazione ed
elettromagnetismo nella toria di Hilbert segue il tipico modo di procedere
della tradizione teorica di Göttingen: le equazioni del campo elettromagnetico
vengono interpretate come equazioni di Euler-Lagrange di problemi variazionali
covarianti. La formulazione di Hilbert risultava naturalmente ben lontana dal
risolvere un problema che per anni occuperà la mente dello stesso Einstein.
(Cfr. Einstein and the History of General Relativity, in Einstein Studies Vol.
I, a cura di D. Howard, J. Stachel, (Birkhäuser, 1989), pp. 300-313.
12) A. Pais, cit., p. 284.
13) A. Einstein, “Grundlagen der allgemeinen
Relativitätstheorie”, Annalen der Physik, (4), 49, 1916, pp. 769-822;
trad. it. in A. Einstein, Opere scelte, a cura di E. Bellone, Bollati
Boringhieri (1988), p. 282.
14) Nel linguaggio della teoria dei gruppi si può dare in
particolare una definizione di simmetria assai più precisa e generale della
nozione comune strettamente legata a un’immagine geometrica: un insieme è
simmetrico se le relazioni fra i suoi elementi sono invarianti rispetto a un
gruppo di trasformazioni dei suoi elementi. Questa definizione non richiede in
alcun modo che gli elementi dell’insieme abbiano un’interpretazione geometrica,
né che le trasformazioni del gruppo siano rappresentabili come operazioni
spaziali. Si può quindi dire che un sistema di equazioni possiede una certa
simmetria se mantiene la stessa forma quando le grandezze che vi compaiono sono
assoggettate alle trasformazioni di un gruppo. Simmetria e invarianza rispetto a
un gruppo di trasformazioni diventano dunque sinonimi e di simmetria si può
quindi parlare in un senso assai più lato di quello comunemente attribuitole,
anche quando gli elementi cui la si applica non hanno alcuna rappresentazione
concreta. L’applicazione della teoria dei gruppi alla fisica iniziata da
Einstein trovò il suo terreno più fertile nella meccanica quantistica. Grazie
all’opera di Hermann Weyl e di Eugene Wigner fu possibile, già alla fine degli
anni Venti, dare un’interpretazione relativamente semplice della struttura
degli spettri atomici, tanto che Max von Laue poteva affermare che praticamente
tutte le regole della spettroscopia seguono dalla simmetria del problema. La
struttura dell’insieme degli stati atomici non dipende cioè dai dettagli della
dinamica, ma solo dalle proprietà di simmetria dell’atomo stesso rispetto alle
rotazioni e alle riflessioni spaziali e allo scambio degli elettroni.
15) Hans A. Kastrup, cit. p. 122.
16) C. Tollmien, “Emmy Noether 1882-1935, zugleich ein
Beitrag zur Geschichte der Habilitation von Frauen an der Universität
Göttingen”, Gottinger Jahrbuch 38 1990, p. 168.
17) Riemann aveva scritto negli ultimi paragrafi della sua
famosa lezione inaugurale tenuta il 10 giugno 1854: “Il problema della
validità dei postulati della geometria nell’infinitamente piccolo è
strettamente connesso al problema del fondamento interno delle relazioni
metriche dello spazio. […] Questo ci conduce nell’ambito di un’altra scienza,
nell’ambito della fisica…”. (Bernard Riemann: Über die Hypothesen,
welche der Geometrie zu Grunde liegen, trad. it. Sulle ipotesi che stanno alla
base della geometria, Bollati Boringhieri (1994), pp. 19-20.
18) Cit. in A. Pais, cit., p. 297.
19) “Invarianten beliebiger
Differentialausdrücke”, Nachr. d. König. Gesellsch. d. Wiss. zu Göttingen,
Math-phys. Klasse (1918).
20) N. Beyers, The Life and Times of Emmy Noether:
Contributions of Emmy Noether to Particle Physics in History of Original ideas
and Basic Discoveries in Particle Physics, a cura di H B Newmann e T
Ypsilantis, Plenum Press, New York, 1996, p. 950.
21) Emmy Noether, “Invariante Variationsprobleme”,
Nachr. d. König. Gesellsch. d. Wiss. zu Göttingen, Math-phys. Klasse (1918),
pp. 235-257.
22) E’ bene sottolineare che la Royal Society di Londra,
fondata nel 1662, ha eletto il primo membro di sesso femminile nel 1945 e
l’Académie des Sciences di Parigi, fondata nel 1666, ha ammesso per la prima
volta una donna soltanto nel 1962!
23) In meccanica un sistema viene formalmente caratterizzato
da una funzione matematica che dipende dalla sua posizione (coordinate
spaziali) e dalla sua velocità, oltre che dal tempo. Questa funzione, detta
lagrangiana – dal nome del matematico di origine italiana Lagrange – è uguale
alla differenza fra energia cinetica e energia potenziale del sistema. Il
problema fondamentale consiste nel determinare quali sono le leggi fisiche che
restano valide quando si cambia il sistema di coordinate effettuando delle
trasformazioni di simmetria: come nel caso delle rotazioni o delle traslazioni,
per esempio.
24) Oltre alle leggi di conservazione che seguono dalle
proprietà di simmetria dello spazio e del tempo ne esistono molte altre legate
a simmetrie più astratte come per esempio la conservazione della carica in
tutte le reazioni che si riferiscono a un sistema isolato. Secondo il teorema
di Noether questa legge di conservazione scaturisce da una simmetria della
natura chiamata “simmetria di gauge”. Uno dei risultati più
stupefacenti della fisica del XX secolo consiste nell’aver compreso che tutte
le forze conosciute attualmente in natura sono controllate da questo tipo di
simmetria, che in particolare è alla base dell’elettrodinamica quantistica, la
teoria più accurata e precisa che l’uomo abbia mai costruito, verificata con
una precisione di 10-12.
25) La teoria della relatività generale è appunto una
cosiddetta teoria di gauge, ovvero è caratterizzata da un gruppo di simmetria
continuo infinito, a cui appartiene come sottogruppo quello delle traslazioni
temporali. L’invarianza rispetto al gruppo di traformazioni che caratterizza la
relatività generale equivale a postulare che ogni osservatore possa scegliere
arbitrariamente i suoi sistemi inerziali. La fisica si trovava per la prima
volta di fronte a una simmetria locale anziché globale, la quale, invece di
dipendere da un numero infinito di parametri, dipende da sei funzioni
arbitrarie. Una invarianza così vasta è una conseguenza necessaria della
richiesta che la dinamica, e non soltanto la cinematica, possa essere
ricondotta alla geometria. Il teorema di Noether dimostra che l’invarianza
rispetto a trasformazioni dipendenti da funzioni arbitrarie dà luogo a leggi di
conservazione locali anziché globali, come avviene nel caso di trasformazioni
dipendenti da un numero finito di parametri. Questa località delle leggi di
conservazione riflette la possibilità di scegliere localmente, anzichà
globalmente, il sistema di riferimento, ossia l’impossibilità di dare una
separazione oggettiva fra inerzia e gravitazione. Nella teoria generale
l’energia non si conserva localmente, come avviene nelle teorie di campo
classiche – gravitazione newtoniana, elettromagnetismo, idrodinamica, ecc. –
dove si può dimostrare che il flusso di energia attraverso i confini di un
volume arbitrario equivale alla variazione di energia all’interno del volume.
Questo implica che c’è un trasferimento di energia verso e dal campo
gravitazionale e quindi non ha senso di parlare di una localizzazione
dell’energia. In regioni dello spaziotempo prossime a una sorgente
gravitazionale, dove la curvatura diRiemann è diversa da zero, viene meno il
principio di conservazione dell’energia. Il bilancio energetico non può esser
discusso indipendentemente dalle coordinate che uno utilizza per calcolarlo, e
di conseguenza si ottengono risultati differenti in vari sistemi di coordinate
– alcuni dei quali sono prodotti del calcolo stesso. Tuttavia, nonostante il
venir meno del principio di conservazione locale, esiste un principio di
conservazione su larga scala, come dimostrò la Noether nel suo primo teorema.
26) Nell’edizione del 1924 dei Grundlagen der Physik Hilbert
attribuisce appunto alla Noether la dimostrazione del teorema che riguarda le
quattro identità di Bianchi.
27) N.L. va, der Waerden, “Obituary of Emmy
Noether”, Math. Annalen 111 (1935), p. 472.
28) C. Reid, Courant, Springer Verlag, New York 1976.
29) C.H.Kimberling, “Emmy Noether”, Ann.Math.
Monthly 79 (1972, p. 148.
30) Hermann Weyl(1885-1955), brillante allievo di Hilbert
cui succedette nella cattedra nel 1930, fu uno dei molti matematici di primo
piano usciti dall’Università di Göttingen e diede contributi a parecchie
branche della matematica e in particolare contribuì ai due maggiori progressi
scientifici realizzati nei primi decenni del secolo. Nel 1913 era stato collega
di Einstein al Politecnico di Zurigo, e nel 1918 si fece sostenitore della
teoria della relatività in un libro che venne largamente letto, intitolato
Raum-Zeit-Materie (Spazio-tempo-materia). Nel decennio successivo scrisse una
serie di articoli sulle applicazioni della teoria dei gruppi alla meccanica quantistica,
cui anche Einstein aveva dato importanti contributi. Al culmine della sua
carriera, nel 1933, Weyl diede le dimissioni in segno di protesta contro
l’allontanamento di suoi colleghi da parte dei nazisti: questo fatto segnò la
fine del glorioso periodo di studi matematici che avevano caratterizzato quella
università. Weyl emigrò negli Stati Uniti, dove diventò membro dell’Institute
for Advanced Studies di Princeton, del quale, in quello stesso anno, anche
Einstein era stato nominato membro a vita.
31) Nel 1928, in occasione del Congresso internazionale di
matematica tenuto a Bologna, il primo incontro internazionale a cui i tedeschi
fossero stati invitati dopo la guerra, Hilbert aveva guidato una delegazione di
67 matematici tedeschi, in opposizione al parere di coloro che volevano
boicottare il congresso. L’entrata del gruppo tedesco, con alla testa la figura
familiare di Hilbert, era stata salutata con un applauso. Hilbert aveva detto:
“Quasiasi limite, specialmente di tipo nazionale, è contrario alla natura
della matematica. E’ un totale fraintendimento rispetto alla nostra scienza
costruire differenze in base a persone e razze[… ]. La matematica non conosce
razze e le ragioni per cui ciò è stato fatto sono molto meschine. Per la
matematica, l’intero mondo della cultura è un solo paese”. L’anno dopo
Hilbert aveva avuto anche la gioia di assistere a ciò di cui Klein sarebbe
stato orgoglioso: l’inaugurazione dell’edificio costruito appositamente con il
contributo della Rockfeller Foundation per ospitare l’Istituto di matematica.
(C. Reid, Hilbert , p. 188)
A
Giza siamo nel regno delle piramidi:Cheope si innalza per 146 metri, Chefren raggiunge i 144
e Micerino solo 65.
Fatto
stupefacente,quella che chiamano piana di Giza,non è naturale, ma fu spianata
dalla mano dell’uomo al termine di lavori di cui si può immaginare la
grandezza.
Le
tre piramidi furono disposte secondo un asse che andava da nord-est a
sud-ovest, con il limite nord occupato dalla Grande Piramide.
Il
territorio delle piramidi si chiamava in egizio Occidente, poiché era la
regione del tramonto in cui l’anima trova riposo, ma anche. «il sotto del
dio», cioè la terra sacra della necropoli posta sotto la protezione divina, e
infine «vicino all’alto», poiché Giza era il luogo che permetteva allo spirito
dei faraoni di accedere agli spazi celesti.
LE PIRAMIDI –
L’ORIENTAMENTO
Per
quanto riguarda l’orientamento delle piramidi ci troviamo davanti ad un’altra
inquietante coincidenza o a una perizia dei costruttori che anche oggi è
difficile imitare.
Le quattro facce della Grande piramide guardano esattamente verso il nord, il
sud, l’est e l’ovest del mondo. Secondo recenti calcoli la differenza con il
polo nord magnetico è di appena tre minuti di grado, uno scarto davvero
insignificante (0,015 %). Come è stato possibile ottenere tanta precisione
quando il più riuscito tentativo moderno di orientare un edificio
(l’Osservatorio astronomico di Parigi) registra una distanza dal nord magnetico
di ben sei minuti?
LE PIRAMIDI – IPOTESI SULLA COSTRUZIONE
Uno
dei grandi misteri dell’antico Egitto è il modo in cui le piramidi furono
costruite. A lungo si fece riferimento al racconto tendenziosa del greco
Erodoto, a cui piaceva diffondere chiacchiere e che si divertì a macchiare la
memoria dei faraoni dell’antico Egitto, facendo di Cheope e di Chefren dei tiranni
esecrabili. È sempre a Erodoto che si deve la sciocca favola secondo cui
centinaia di migliaia di schiavi, soffrendo al sole, sotto i colpi di fruste,
ridotti a bestie da soma, pagavano con la salute o con la vita il trasporto di
enormi blocchi di pietra. Questa stupida immagine è stata purtroppo diffuse da
un gran numero di manuali scolastici e persino di opere dalle pretese
scientifiche. La schiavitù esisteva in Grecia, ma non in Egitto. Il faraone non
lavorava contro il suo popolo. Architetti, costruttori artigiani costituivano
la «classe sociale» più rispettata e potente d’Egitto nell’Antico Regno. Nei
grandi cantieri dei faraone, come in quelli del nostro Medioevo, non c’era che
un piccolo numero di specialisti aiutati da un gran numeri di lavoratori,
pagati e considerati secondo il loro ruolo. La vita del popolino egizio ci è
perfettamente illustrata dalle scene e dalle iscrizioni delle tombe dell’Antico
Regno. Mal grado la pesantezza dei lavori degli artigiani e dei contadini non
c’era traccia di tirannia o di oppressione da parte dei nobili o del faraone.
Le
piramidi di Giza non sono l’opera di oppressi o di schiavi, ma di una élite di
architetti, di una civiltà all’apice del proprio genio, capace di una
straordinaria organizzazione del lavoro, dall’estrazione delle pietre sino al
loro sollevamento, passando per il trasporto. Durante i mesi di inondazione,
buona parte della popolazione stava in riposo. Allora, si reclutava molta
manodopera per lavorare nei cantieri delle piramidi. Senza ruota e senza
carrucole, sembra anche se queste tecniche erano conosciute, con trapani dalla
punta di selce, mazze di diorite, accette, asce e scalpelli di rame, le squadre
di artigiani, considerati come fari della loro società e remunerati di
conseguenza, costruirono monumenti immensi di cui, tuttavia, nessun testo
geroglifico sottolinea il carattere eccezionale.
Per
l’Antico Regno, la costruzione di una piramide era un atto normale, rituale, di
cui non ci si doveva vantare. Geometri e agrimensori dovettero risolvere
problemi di grande difficoltà per tracciare basi quadrate di più di duecento
metri, ottenere la perfetta orizzontalità degli strati di pietra a tutti i
livelli, calcolare orientamenti precisissimi, risolvere il rompicapo della
coesione delle masse perché le camere interne non fossero schiacciate,
sistemare rivestimenti di pietra in cui blocchi di più di due tonnellate sono
così ben posti che non si può quasi mai inserire uno spillo nella saldatura. .Sono
solo alcune delle tante prodezze tecniche.
Per
capire davvero il significato di una piramide, non bisogna considerarla come un
monumento isolato, anche se oggi i tre giganti di Giza sono privati di quello
che un tempo li circondava. Ai confini del deserto, al bordo della valle, c’era
un tempio basso, o tempio d’accoglienza, in cui si compivano i riti di
purificazione. Di qui partiva una galleria, con le mura adorne di rilievi, che
portava a un tempio alto, davanti al lato est della piramide. Questo complesso
simbolico era completato da una piccola piramide, di norma a sud di quella più
grande: era il luogo di pace per l’anima del re o per la regina sua compagna,
in quanto principio spirituale femminile. Intorno a questo complesso architettonico,
già in sé gigantesco, erano costruite le tombe dei nobili, le mastabe, che
formavano vere «strade di tombe». Così, la corte reale era ricostituita per il
viaggio in questo mondo e nell’altro, in modo che la vita continuasse a fare il
suo corso: in questo modo il corpo del faraone resuscitato avvolgeva l’universo
come un cerchio.
STORIA DELLA FILOSOFIA –
SINTESI DEL PENSIERO DEGLI AUTORI CITATI NELLE DISPENSE DEL PROF. A. AGUTI
A cura
di Anna Traverso
(Parte
prima)
SOCRATE
PLATONE
ARISTOTELE
STOICISMO
(Zenone, Crisippo)
SOFISMO
AGOSTINO
DI IPPONA
TOMMASO
D’AQUINO
LUTERO
CARTESIO
BARUCH SPINOZA
JOHN
LOCKE
DAVID
HUME
IMMANUEL
KANT
Per
Kant l’etica si riferisce alla capacità di dominare i propri impulsi. Libertà e
razionalità dovrebbero essere il presupposto di ogni azione umana
LUDWIG
FEUERBACH
KARL
MARX
FRIEDRICH
NIETZCHE
CHARLES
DARWIN
• La sua teoria è esclusivamente scientifica, ma viene trattata
nel corso di storia della filosofia perché fu presupposto della teoria
filosofica dell’evoluzionismo di Spencer
• Si oppone al creazionismo, grazie alla concezione
“trasformistica” (le specie animali e vegetali sono cambiate nel corso del
tempo e manifestano parentele tra loro)
• Le variazioni avvengono per due ragioni
o Per variazioni del tutto casuali (mutazioni)
o Per adattamento dell’organo o della funzione
• La selezione operata dall’ambiente fa leva soprattutto sul
secondo tipo di variazione, poiché promuove gli organismi meglio adattati
• Nella teoria darwiniana è assente qualsiasi tipo di concezione
finalistica: l’adattamento dell’organismo all’ambiente è il fine, ma non
operato da nessuno (teleonomia)
• Sulla base del trasformismo appare difficile pensare
all’esistenza di specie rigidamente definibili (Darwin preferisce parlare di
“varietà”)
• Darwin restringe il concetto di morale all’istinto di socialità
presente nell’uomo,ma anche egli animali e che dipende dalla simpatia che un
individuo può nutrire nei confronti del suo simile
MAX
SCHELER
• Lo spirito fa parte del fenomeno della vita e distingue nel
vivente vari gradi del vita psichica:
o L’impulso all’affezione vitale che si trova nella vita
vegetale
o L’istinto, ovvero il comportamento strutturale innato ed
ereditario proprio della specie, che è sempre costante e che si trova nella
vita animale
o La memoria associativa, cioè l’associazione di uno stimolo
con una risposta in grado di generare in modo casuale un comportamento nuovo
che soddisfa a degli impulsi e tende a diventare abitudinario, proprio degli
animali superiori
o L’intelligenza pratica, cioè la capacità di comportamenti
nuovi con l’obiettivo di anticipare una situazione, propria anch’essa degli
animali superiori
• Esiste un ultimo grado della vita che è proprio dell’uomo: lo spirito,
cioè la capacità di oggettivazione, capacità di determinazione, attraverso
l’essenza delle cose stesse
• L’uomo può oggettivare la realtà, ma non può a sua volta essere
oggettivato: come agente di atti spirituali lo spirito è persona
• Tra le idee che l’uomo elabora vi è un essere un essere
ultramondano, infinito e assoluto. Scoprendo la possibilità del nulla assoluto,
l’uomo supera il nichilismo attraverso il mito e il culto che lo protegge dal
nulla: la religione
HELMUTH
PLESSNER
CHARLES
DARWIN
• La sua teoria è esclusivamente scientifica, ma viene trattata
nel corso di storia della filosofia perché fu presupposto della teoria
filosofica dell’evoluzionismo di Spencer
• Si oppone al creazionismo, grazie alla concezione
“trasformistica” (le specie animali e vegetali sono cambiate nel corso del
tempo e manifestano parentele tra loro)
• Le variazioni avvengono per due ragioni
o Per variazioni del tutto casuali (mutazioni)
o Per adattamento dell’organo o della funzione
• La selezione operata dall’ambiente fa leva soprattutto sul
secondo tipo di variazione, poiché promuove gli organismi meglio adattati
• Nella teoria darwiniana è assente qualsiasi tipo di concezione
finalistica: l’adattamento dell’organismo all’ambiente è il fine, ma non
operato da nessuno (teleonomia)
• Sulla base del trasformismo appare difficile pensare
all’esistenza di specie rigidamente definibili (Darwin preferisce parlare di
“varietà”)
• Darwin restringe il concetto di morale all’istinto di socialità
presente nell’uomo,ma anche egli animali e che dipende dalla simpatia che un
individuo può nutrire nei confronti del suo simile
MAX
SCHELER
• Lo spirito fa parte del fenomeno della vita e distingue nel
vivente vari gradi del vita psichica:
o L’impulso all’affezione vitale che si trova nella vita
vegetale
o L’istinto, ovvero il comportamento strutturale innato ed
ereditario proprio della specie, che è sempre costante e che si trova nella
vita animale
o La memoria associativa, cioè l’associazione di uno stimolo
con una risposta in grado di generare in modo casuale un comportamento nuovo
che soddisfa a degli impulsi e tende a diventare abitudinario, proprio degli
animali superiori
o L’intelligenza pratica, cioè la capacità di comportamenti
nuovi con l’obiettivo di anticipare una situazione, propria anch’essa degli
animali superiori
• Esiste un ultimo grado della vita che è proprio dell’uomo: lo spirito,
cioè la capacità di oggettivazione, capacità di determinazione, attraverso
l’essenza delle cose stesse
• L’uomo può oggettivare la realtà, ma non può a sua volta essere
oggettivato: come agente di atti spirituali lo spirito è persona
• Tra le idee che l’uomo elabora vi è un essere un essere
ultramondano, infinito e assoluto. Scoprendo la possibilità del nulla assoluto,
l’uomo supera il nichilismo attraverso il mito e il culto che lo protegge dal
nulla: la religione
HELMUTH
PLESSNER
• Individua tra leggi fondamentali dell’antropologia filosofica:
o La legge dell’artificialità naturale: l’uomo non vive
nell’ambiente immediato, ma produce per sé strumenti artificiali (fa della
natura qualcosa di culturale)
o La legge dell’immediatezza mediata: l’uomo non può fare a
meno dell’immediatezza di ciò che gli è offerto dalla natura e tuttavia lo
media costantemente facendone il suo mondo umano
o La legge del “luogo utopico”: l’uomo sperimenta se stesso e
il mondo nella loro nullità e volge lo sguardo a Dio, come fondamento assoluto
del mondo (antropologia della religione)
• L’insieme delle tre leggi rappresenta la “libertà fondamentale”,
che non è libera scelta, ma la non-vincolatezza dell’uomo all’ambiente che
rende possibile l’attuazione del sé e l’autodeterminazione
NIKOLAJEWKA E I
100MILA MORTI DELL’ARMIR: IL SEME DI UNA ITALIA NUOVA
Pubblicazione: 30.01.2023 – Alberto Leoni
Alla fine di gennaio 1943 Nikolajewka rappresenta per ciò
che resta dell’Armir la porta della salvezza. Cronistoria di un dramma
spaventoso (2)
italia guerra russia armir 3 web1280 640×300 La ritirata
dell’Armir (Credit: LoanP8, da Wikipedia)
Il 24 gennaio nuova battaglia a Malakeevka. Le compagnie
alpine si battono ancora in modo magnifico e conquistano il paese ripulendo le
izbe una per una. Il geniere Tumicelli ne prende d’assalto una con una tecnica
inconsueta: butta dentro l’unica bomba a mano rimasta, poi entra armato con una
sciabola cosacca ed elimina tutti coloro che vi si trovano.
Il tenente Luciano Zani è laureato in economia e commercio
ed è stato richiamato alle armi: provetto sciatore, comanda il plotone
esploratori ed è uno tra gli ufficiali più arditi della divisione. Malakeevka è
solo una delle nove battaglie da lui affrontate durante la ritirata, manovrando
la mitragliatrice Breda. Ferito due volte, riuscirà a tornare in Italia e
diverrà un noto commercialista.
Il 25 gennaio, mentre la “Cuneense” e la “Vicenza” si
dirigono verso Valuiki, dove saranno annientate, la “Tridentina” prende
d’assalto Nikitovka e la conquista. Nella notte, però i russi circondano gli
alpini ad Arnautovo e ne nasce un nuovo combattimento e gli alpini di
retroguardia si sacrificano perché la testa della colonna possa arrivare a
Nikolajevka, fortemente presidiata. In soccorso arriva il battaglione “Tirano”.
Centinaia di morti e di eroi e tra i tanti ne ricordiamo appena due.
Il primo è il sottotenente Giuliano Slataper: figlio di
Guido, medaglia d’oro della Grande Guerra, e nipote dello scrittore Scipio
Slataper, si è comportato valorosamente per tutta la ritirata e non sa che suo
cugino Scipio Secondo è morto pochi giorni prima. Ora tocca a lui attaccare le
postazioni russe con le bombe a mano, correndo nella neve, inciampando, cadendo
e una pallottola gli attraversa le guance. Vincendo il dolore, Slataper si
butta in avanti e viene colpito a morte mentre annienta il nido di
mitragliatrice.
Il secondo nome che ricordiamo è quello del capitano
Giuseppe Grandi per la cui biografia si rimanda al bel libro di Marco Dalla
Torre Il testamento del capitano Grandi (Ares, 2021). Una sventagliata di mitra
gli squarcia l’addome proprio mentre i suoi uomini stanno ributtando indietro
il nemico. È la vittoria, ed è una vittoria decisiva perché la colonna
principale possa sfondare a Nikolajevka: ma il “Tirano” è praticamente
distrutto e Grandi, portato su una slitta dai suoi soldati, ha perso
conoscenza. Ciò che resta del battaglione si dirige verso ovest. Grandi
riprende i sensi, lo informano della vittoria. Vedendo che i suoi uomini
piangono davanti a lui Grandi mormora: “Cosa sono quei musi lunghi? Venite qui.
Cantate con me “Il testamento del capitano”. E lo stesso Grandi inizia a
intonare: “Il capitan della compagnia/ l’è ferito e sta per morir/ e manda a
dire ai suoi alpini che lo vengano a ritrovar”. Quegli uomini stremati si sono
fatti dappresso alla slitta e rispondono e il canto corale si innalza sulla
steppa gelata accompagnando un giovane, eccezionale talento verso una morte
immatura e ingiusta. Grandi morirà quella notte stessa.
Quale sarebbe stato il destino di Grandi se si fosse
salvato? Sicuramente avrebbe avuto successo personale e professionale come un
altro capitano, anch’egli valoroso ma notevolmente più fortunato: il capitano
Riccardo Pogliani della “Cuneense”, 9a compagnia, battaglione “Mondovì”.
Pogliani ha radunato alcuni sbandati della “Cuneense” fino a comandare trecento
alpini e il 26 arriva alla ferrovia che congiunge Walujki a Nikolajevka.
Attaccati dai russi, i resti della colonna Pogliani ricevono quasi per miracolo
un messaggio da parte di un ricognitore tedesco: la loro meta non è Walujki ma
più a nord, dopo Nikolajevka, per ricongiungersi con la “Tridentina”. Riccardo
Pogliani, come il più noto Peppino Prisco, diventerà un quotatissimo avvocato
di Milano, dotato di un carisma eccezionale che conserverà in studio e nelle
aule di tribunale, degno rappresentante di quella generazione che ha fatto la
guerra, l’ha perduta e ha ricostruito l’Italia dalle macerie in cui era
ridotta.
Il 26 gennaio è il giorno di Nikolajewka. Per passare gli
alpini devono prendere la rotabile che va a ovest, ma la strada incrocia la
ferrovia con un sottopassaggio e per controllarla bisogna prendere la stazione
e, dopo, il paese e la chiesa. Per arrivare alla stazione bisogna fare almeno
due chilometri di marcia allo scoperto, quando è certo che ci sono almeno un
migliaio di russi bene armati trincerati nel paese. L’attacco viene portato dai
battaglioni “Val Chiese”, “Verona” e “Vestone” ed è un urto frontale perché
mancano le munizioni e, soprattutto, manca il tempo. Bisogna agire subito prima
che le forze russe ricevano rinforzi.
Il “Verona” subisce perdite spaventose ed è ridotto a
ottanta uomini quando riesce ad arrivare al terrapieno. Gli alpini riescono a
passare lo scalo ferroviario ma sono bloccati, bisognosi di rinforzi e di una
potenza di fuoco che si sta esaurendo. La 255a compagnia di Zani e Ferroni
conquista la stazione e la trasforma in un centro di fuoco ma anche quei
valorosi non riescono ad andare avanti. Il “Vestone” più un battaglione genio
attaccano sulla destra ma sono anche loro bloccati.
Il maggiore Adami con i superstiti del “Tirano”, reduci dal
combattimento del giorno prima, arriva in vista di Nikolajevka e Reverberi
comanda loro di sostenere l’attacco. Il tenente Frugoni racimola quanti più
uomini si possono trovare, specie fra quelli dei servizi: ormai si sta
raschiando il fondo del barile ma gli alpini si chiamano l’un l’altro: “Il 6°!
Andiamo ad aiutare il 6°!” e altri ancora si staccano dalla massa degli
sbandati per andare all’assalto con il poco che hanno. È pomeriggio inoltrato
quando arriva il battaglione “Edolo” che viene subito lanciato nella mischia.
Il generale Giulio Martinat, valdese, veterano di tutte le guerre a partire da
quella libica del 1911, lascia lo stato maggiore e si pone alla testa del suo
vecchio battaglione imbracciando il mitra. “Ragazzi, lo vedete quel
sottopassaggio? Dopo c’è l’Italia, quindi dobbiamo andare. Con le armi e senza
le armi. Tutti assieme per le nostre famiglie e per la nostra patria”. Mentre
carica con l’“Edolo” anche Martinat viene ucciso da una raffica al petto. È un
assalto disperato ma l’“Edolo” riesce solo a mantenere la pressione sui russi
che non cedono ancora. Cadono a decine, a centinaia e, solo in quell’assalto
restano uccisi il tenente Giovanni Piatti, il tenente Alessandro Frugoni, il
tenente colonnello Carlo Calbo, il capitano Angelo Orzali, il maresciallo
Ferruccio Tempesti e Donato Brisce del genio pontieri.
Ma il coraggio non basta e Reverberi lo sa. Sono le 15.30
del pomeriggio e le munizioni dei cannoni sono finite, dei blindati tedeschi ne
resta solo uno. Resta soltanto una risorsa, l’ultima: la massa dei 35mila che
aspettano la salvezza dagli alpini. E allora, quel metro e sessanta di
generale, balza sullo scafo del blindato germanico e chiede a un gruppo di
alpini: “Voi chi siete?” “Val Piave!”; “E allora avanti Val Piave!”, poi grida
a coloro che gli stanno attorno “Tridentina avanti! Tridentina avanti! Di là
c’è l’Italia!”. E gli alpini rispondono all’appello e non solo della
“Tridentina”: c’è gente della “Cuneense”, della “Julia”, della “Vicenza” ma ci
sono anche sbandati della “Cosseria”, della “Ravenna”, dei “Lancieri di
Novara”, i cavalleggeri del “Savoia” e tedeschi, ungheresi, romeni. Quasi tutti
sono disarmati ma l’eroismo di chi ha combattuto per loro tutto il giorno
ispira riconoscenza e rabbia per quell’ultimo ostacolo che non si riesce ad
abbattere. Una massa urlante di uomini, molti congelati e zoppicanti si
avventano giù per il pendio allo scoperto e i russi sparano nel mucchio con
tutto quello che hanno, dalle mitragliatrici agli anticarro. C’è anche chi
avanza lentamente, per la stanchezza, conversando di cose strane con le mani in
tasca (per il freddo!) come se si andasse a passeggio. La discesa si copre di
fagotti insanguinati, di corpi fatti a pezzi ma la carica folle continua
ugualmente e l’onda umana va avanti. Carica anche don Gnocchi, corre anche don
Lino Pedrini che viene stroncato da un proiettile e a chi lo soccorre riesce a
dire: “Non perdete tempo, andate avanti. Dite a mia madre che muoio da cappellano
e da soldato”. E quando il maremoto umano arriva alla ferrovia i russi
scappano, fuggono senza voltarsi indietro perché non possono fermare la forza
inumana di una disperazione maturata in dodici giorni di sofferenze, in
duecento chilometri di piste innevate, notti e giorni senza dormire, facendo i
propri bisogni nei pantaloni per non congelarsi l’ano.
È la vittoria degli straccioni, degli “zingari italiani”
come con disprezzo vengono chiamati dai tedeschi che non hanno conosciuto le
vicende di quella ritirata. Ma è una vittoria dell’Italia più vera, di quella
che si trova in guerra e vuole tornare a casa, sacrificandosi per coloro che
non ce la fanno più.
Nikolajevka è l’ultimo combattimento ma altre centinaia di
uomini moriranno nei giorni successivi prima che il 31 gennaio la colonna
incontri i primi elementi tedeschi. È in questa occasione che si distingue una
figura che ritroveremo più avanti: quella del beato Teresio Olivelli,
venticinque anni, due lauree, un carisma e una fede smisurati. Olivelli
soccorre i feriti senza badare mai a sé stesso, usa il pugno di ferro con
quelli che possono camminare quando sottraggono spazio ai malati gravi e il 31,
dopo dieci giorni di quell’inferno, è capace di tornare indietro a cercare due
dei suoi uomini, cessando ogni ricerca solo quando è sicuro di non poter
trovare più nessuno. Perché un giovane lascia cinquanta dei suoi e va a
cercarne due? Perché il Buon Pastore lo fa per le sue pecore e Olivelli,
dell’Azione Cattolica, conforma la sua vita a quella dell’unico Signore che
riconosce, ultima e unica speranza in un mondo impazzito per l’ideologia del
superuomo.
Il prezzo di questa vittoria è immenso. Su 57mila effettivi,
il corpo d’armata alpino ebbe 34.670 morti, dispersi o prigionieri e 9.400 tra
feriti e congelati. E, come in una famosa canzone alpina, “il colonnello che
piangeva/ nel veder tanto macello” esiste davvero: il 1° febbraio il colonnello
Paolo Signorini constata le enormi perdite subite. Mentre parla con Reverberi
ha un infarto fulminante e si accascia sul pavimento dell’isba: don Gnocchi può
appena benedire la salma. Il corpo del colonnello Carlo Calbo, caduto a
Nikolajevka, è stato portato fuori dalla sacca e viene seppellito col tricolore
gli onori militari: perché? Perché i suoi glielo dovevano, per onorare chi
aveva speso la propria vita per loro guidandoli alla salvezza.
La terribile avventura dell’Armir era conclusa al prezzo di
quasi 100mila morti, quasi la metà di coloro che ne facevano parte. I
superstiti erano quasi tutti debilitati e furono fatti rientrare in Italia, in
condizioni così pietose che il loro arrivo fu tenuto nascosto alle popolazioni
e solo nei mesi successivi poterono tornare a casa. Di quell’epopea mostruosa
restò il ricordo del valore profuso e non c’è da meravigliarsi se le imprese
del Corpo d’armata alpino hanno ispirato una memorialistica così sterminata.
Se, però, gli alpini godono in tutto il mondo di una fama imperitura di eroismo
e abnegazione una ragione c’è: ed è bello e giusto pensare che quell’ultima
carica sul pendio di Nikolajevka segna, in un certo qual modo, l’inizio di una
nuova Italia in cui una massa di sbandati si getta all’attacco sull’esempio di
battaglioni e compagnie che si sacrificarono per loro senza sapere se il loro
esempio sarebbe stato seguito. Tanti di quei sopravvissuti costruirono
un’Italia migliore di quella che avevano trovato, più giusta, più ricca, più
sazia: perché esser sazi non è peccato quando si esce da secoli di miseria,
riempiti soltanto da retorica militarista. Zani, Prisco, Pogliani sono solo tre
nomi fra i tanti di quegli eroici quanto fortunati ragazzi che, una volta
ritornati, col lavoro quotidiano, nel proprio studio di commercialista o di
avvocato, hanno fatto grande il loro Paese.
“Nikolajevka – scriverà don Bevilacqua – è il sole del tuo
animo che ha dimostrato quanta tenacia alberga nell’anima italiana. È l’ora
della tua libertà, perché è veramente libero solo chi è nudo, e mai foste come
allora nudi e somiglianti al grande nudo della Croce”. Forse adesso il lettore
comprenderà perché la memoria Nikolajewka è un patrimonio storico
imprescindibile se l’Italia vuole continuare a sapere che cosa è e di cosa sono
capaci gli italiani.
estratti dagli antichi documenti di Logge di oltremare e di quelle di Inghilterra, Scozia e Irlanda,
per l’uso della Logge di Londra: da
leggersi quando si fanno nuovi Fratelli o quando il Maestro lo ordini.
I TITOLI GENERALI, ossia
I Di Dio e della
Religione.
II Del Magistrato
civile supremo e subordinato.
III Delle Logge.
IV Dei Maestri, Sorveglianti, Compagni e Apprendisti.
V Della condotta
dell’Arte nel lavoro.
VI Del comportamento, ossia
1. Nella Loggia
allorché costituita.
2. Dopo che
la Loggia é chiusa e i Fratelli non sono
usciti.
3. Quando i
Fratelli si incontrano senza estranei, ma non in una Loggia.
4. In presenza di
estranei non Massoni.
5. In casa e
nelle vicinanze.
6. Verso un
Fratello straniero.
I. CONCERNENTE DI0
E LA RELIGIONE
Un Muratore é tenuto, per la sua condizione, ad obbedire
alla morale; e se egli intende rettamente l’ Arte non sarà mai un ateo stupido
ne un libertino irreligioso. Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero
obbligali in ogni Paese ad essere della Religione di tale Paese o Nazione,
quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a
quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono, lasciando ad essi le
loro particolari opinioni; ossia, essere uomini buoni e sinceri o uomini di
onore e di onestà, quali che siano le denominazioni o Ie persuasioni che li
possono distinguere; per cui la Muratoria diviene il Centro di Unione, e il
mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente
distanti.
II. DEL MAGISTRATO CIVILE SUPREMO
SUBORDINATO
Un Muratore e un pacifico suddito dei Poteri Civili, ovunque
egli risieda o lavori e non deve essere mai coinvolto in complotti e
cospirazioni contro la pace e il benessere della Nazione, ne condursi
indebitamente verso i Magistrati inferiori; poiché la Muratoria é stata sempre
danneggiata da guerre, massacri e disordini, cosi gli antichi Re e Principi
sono stati assai disposti ad incoraggiare gli uomini dell’Arte, a causa della
loro tranquillità e lealtà; per cui essi praticamente risposero ai cavilli dei
loro avversari e promossero l’ onore della Fraternità, che sempre fiori nei
tempi di pace. Cosicché se un Fratello divenisse un ribelle contro lo Stato,
egli non deve essere favoreggiato nella sua ribellione, ma piuttosto compianto
come uomo infelice; e, non convinto di altro delitto, sebbene la leale Fratellanza
possa e debba sconfessare la sua ribellione e non dare ombra o base per la
gelosia politica del Governo in essere, egli non può venire espulso dalla
Loggia e il suo vincolo rimane irrevocabile.
lll. DELLE LOGGE
Una loggia é un luogo dove i Muratori si raccolgono ed
operano per cui tale assemblea, o debitamente organizzata società di Muratori,
é chiamata una loggia, ed ogni Fratello deve appartenere ad una ed essere soggetto
alle sue norme ed ai regolamenti generali. Essa è particolare o generalo e ciò
si comprenderà meglio frequentandola e mediante i regolamenti inerenti della
Loggia Generei o Gran Loggia. Nei Tempi antichi ne Maestro ne Compagno poteva
esservi assente, specialmente quanto convocato ad apparirvi, senza
incorrere in una severa censura, salvo che non risultasse al Maestro e ai sorveglianti
che forza maggiore lo aveva impedito
Le persone ammesse
come membri di una Loggia devono essere uomini buoni e sinceri, nati liberi e
di età matura e discreta, non schiavi, non donne, non uomini immorali o
scandalosi, ma di buona reputazione.
IV DEI MAESTRI,
SORVEGLIANTI, COMPAGNI E APPRENDISTI
Tutte le preferenze fra i Muratori sono fondate soltanto sul
valore reale e sul merito personale che cosi i committenti siano serviti bene,
che i Fratelli non debbano vergognarsi ne che l’Arte Reale venga disprezzata
Perciò nessun Maestro o Sorvegliante sia scelto per anzianità, ma per il suo
merito E’ impossibile descrivere tali cose per iscritto ed ogni Fratello deve
stare al suo posto ed addestrarsi in una via peculiare a questa Fraternità. I
Candidali possono sapere soltanto che nessun Maestro può assumere un
Apprendista se non ha bastevole occupazione per lui, se non é un giovane
perfetto, non avente nel suo corpo mutilazioni o difetti che lo possano rendere
incapace di apprendere l’Arte, di servire il committente del Maestro e di
essere creato Fratello e poi a tempo debito Compagno d’Arte, quando egli abbia servito un termine di anni quale
comporta il costume del Paese; e che egli discenda da genitori onesti; che
cosi, se altrimenti qualificato, egli possa accedere all’onore di essere il
Sorvegliante e poi il Maestro della Loggia, il Gran Sorvegliante ed anche il
Gran Maestro di tutte le Logge, secondo il suo merito. Nessun Fratello può
essere Sorvegliante se non ha svolto il ruolo di Compagno d’Arte, ne Maestro se
non ha funzionato da Sorvegliante, ne Grande Sorvegliante se non é stato
Maestro di una Loggia , ne Gran Maestro se non e stato Compagno d’Arte prima
della sua e1ezione, essendo anche di nobile nascita o gentiluomo delle più elevate
maniere o eminente studioso od originale architetto o altro artista,
discendente da genitori onesti e che sia di merito singolarmente grande nella
opinione delle Logge. E per il migliore, più agevole e più onorevole
adempimento di tale ufficio, il Gran Maestro ha il potere di scegliere il suo
proprio Deputato Gran Maestro che deve essere, o essere stato precedentemente,
il Maestro di una Loggia particolare ed ha il privilegio di agire come può
agire il Gran Maestro, suo principale, a meno che il detto Principale sia
presente o interponga la sua autorità con una lettera. Questi Ordinatori o
Governatori, supremi e subordinati, dell’antica Loggia, debbono essere obbediti
nei loro rispettivi ambiti da tutti i Fratelli, secondo gli antichi doveri e
regolamenti, con tutta umiltà, reverenza, amore e alacrità.
DELLA CONDOTTA DELL’ARTE NEL LAVORO
Tutti i Muratori devono lavorare onestamente nei giorni di
lavoro, onde possano vivere decorosamente nei giorni di festa; e il tempo
stabilito dalla Legge del Paese, o confermato dal costume, deve essere
osservato. ll più esperto dei Compagni d’Arte deve essere scelto o nominato
Maestro, o sovraintendente del lavoro del committente; deve essere chiamato
Maestro da coloro che lavorano sotto di lui.
Gli uomini dell’Arte devono evitare ogni cattivo linguaggio
e non chiamarsi fra loro con alcun nome spregevole ma Fratello o Compagno; ed
essere cortesi fra loro sia dentro che fuori dalla Loggia. Il Maestro, conscio
della sua abilità, condurrà il lavoro del committente nel modo più ragionevole
e lealmente impiegherà le sostanze di questi come se fossero le sue proprie;
non darà ad alcun Fratello o Apprendista un salario superiore a quanto
realmente merita Sia il Maestro che i Muratori riceventi il loro giusto salario
devono essere fedeli al committente ed onestamente compiere il suo lavoro, sia
a misura che a giornata; non debbono lavorare a misura quando é ancora usanza
lavorare a giornata.
Nessuno deve manifestare invidia per la prosperità di un
Fratello, ne soppiantarlo o fargli togliere il suo lavoro se egli é capace di
compierlo; nessuno può finire il lavoro di un altro per l’utile del
committente, se non ha piena coscienza
dei progetti e dei disegni di colui che lo ha cominciato. Quando un Compagno
dell’Arte é scelto come Sorvegliante del lavoro sotto il Mastro, egli deve
essere leale sia col Maestro che coi Compagni, deve accuratamente sorvegliare
il lavoro nell’assenza del Maestro a beneficio del committente; ed i Fratelli
devono obbedirgli .
Tutti i Muratori impiegati riceveranno il loro salario
docilmente, senza mormorazioni e senza ribellioni, e non lasciare il Maestro
fino a che il lavoro sia compiuto. Un Fratello più giovane deve venire istruito
nel lavoro per impedire che sprechi materiale per inesperienza e perché si
ingrandisca e si mantenga nell’amore fraterno. Tutti gli arnesi usati per
il lavoro devono essere approvati dalla
Gran Loggia. Nessun lavorante deve essere adibito a lavori propri della
Muratoria, nei Liberi Muratori potranno mai lavorare con coloro che sono non
liberi senza una urgente necessità; ne essi possono insegnare ai lavoranti e ai
Muratori non accettati, come devono insegnare a un Fratello o Compagno.
VI. DEL
COMPORTAMENTO, ossia
1. Nella Loggia allorché costituita.
Non dovete formare comitati particolari o separate
conversazioni senza l’assenso del Maestro, non trattare di alcuna cosa
inopportuna o sconveniente, non interrompere il Maestro o i Sorveglianti, o
alcun Fratello che parla col Maestro. Non occuparvi di cose ridicole o
scherzose mentre la Loggia é impegnata in altre cose serie e solenni; non usare
alcun linguaggio sconveniente sotto alcun pretesto; ma rivolgere la dovuta
riverenza al vostro Maestro, ai Sorveglianti, ai Compagni e inducendo questi al
rispetto. Se qualsiasi accusa fosse promossa, il Fratello trovato colpevole
deve accettare il giudizio e la decisione della Loggia, che é giudice idoneo e
competente di tutto queste controversie (a meno che non portiate appello alla
Gran Loggia) e davanti alla quale devono essere portate, a meno che un lavoro
del committente non debba venire
interrotto, nel qual caso ci si dovrà regolare opportunamente; ma non dovete
andare in giudizio per quanto concerne la Muratoria, senza assoluta necessità
riconosciuta dalla Loggia.
2. Comportamento quando la Loggia é chiusa ed i Fratelli non
sono usciti.
Potete divertirvi con innocente allegria, trattandovi l’un
l’altro a vostro talento, ma evitando ogni eccesso, o di spingere alcun
Fratello a mangiare o bere oltre la sua inclinazione o di impedirgli di andare
quando le circostanze lo chiamano, o di fare o dire cose offensive e che
possono impedire una facile e libera conversazione; poiché questo turberebbe la
nostra armonia e vanificherebbe i nostri lodevoli propositi. Perciò ne ripicche
o questioni personali possono essere introdotte entro la porta della Loggia, ancor
meno qualsiasi questione inerente la Religione a le Nazioni o la politica dello
Stato, noi essendo soltanto, come Muratori, della summenzionata Religione
Universale; noi siamo inoltre di tutte Ie Nazioni, Lingue, Discendenze e Idiomi
e siamo avversi a tutte le politiche, come a quanto non ha mai portato al
benessere della Loggia ne potrebbe portarlo mai. Questo dovere e stato sempre
strettamente posseduto e osservato; ma specialmente dal tempo della Riforma in
Britannia, o il dissenso e la secessione di tali nazioni dalla Comunione di
Roma.
3. Compattamento quando i Fratelli si incontrano senza
estranei ma non in una loggia costituita.
Vi dovete salutare l’un l’altro in modo cortese, come siete
stati istruiti chiamandovi Pratello l’un l’altro, liberamente fornendovi
scambievoli istruzioni che possano essere utili, senza essere visti o uditi e
senza prevalere l’un sull’altro o venendo meno al rispetto dovuto ad ogni
Fratello, come se non fosse Muratore. Per quanto tutti i Muratori siano, come Pratelli allo stesso livello,
pure la Muratoria non toglie ad un uomo quell’onore di cui godeva prima;
piuttosto aumenta tale onore, specialmente se egli avrà bene meritato della
Fratellanza si deve onore a colui cui é dovuto, ed evitare le cattive maniere.
4. Comportamento in presenza di estranei non Massoni
Sarete cauti nelle vostre parole e nel vostro portamento
affinché l’estraneo più accorto non possa scoprire o trovare quanto non e
conveniente che apprenda; e talvolta dovrete sviare un discorso e rnanipolarlo
prudentemente per l’onore della rispettabile Fratellanza
5. Comportamento in casa
e nelle vicinanze.
Dovete agire come si conviene a uomo morale e saggio; particolarmente non
lasciate che la vostra famiglia, amici e vicini conoscano quanto riguarda la
Loggia, ccc. ma saggiamente tutelate l’onore vostro e quello dell’antica
Fratellanza, per ragioni da non menzionare qui. Voi dovete anche tutelare la
vostra salute non intrattenendovi troppo a lungo o troppo lontano da casa, dopo
che le ore di Loggia sono passate; ed evitando la ghiottoneria e l’ubriachezza,
affinché le vostre famiglie non siano trascurate od offcse, ne voi inabilitati
a lavorare.
6. Comportamento verso un Fratello straniero.
Lo esaminerete cautamente, conducendovi secondo un metodo di
prudenza affinché non siate ingannati da un ignorante falso Pretendente, che
dovrete respingere con disprezzo e derisione, guardandovi dal fargli alcun
segno di riconoscimento
Ma se accertate che egli é un vero e genuino Fratello,
dovete rispettarlo di conseguenza; e se egli é in bisogno, dovete aiutarlo se
potete, oppure indirizzarlo dove possa essere aiutato. Dovete occuparlo per
qualche giornata di lavoro oppure raccomandato perché venga occupato
Ma non siete obbligato a fare oltre la vostra possibilità,
soltanto a preferire un Fratello povero, che é un uomo buono e sincero, prima
di gualdesi altra persona povera nelle stesse circostanze.
Finalmente, tutti questi doveri voi dovete osservare ed
anche quelli che vi saranno comunicati per altra via; coltivando l’amore
fraterno, la pietra di fondazione e di volta, il cemento e la gloria di questa
antica Fratellanza, evitando tutte le dispute e questioni, tutte le maldicenze
e calunnie, non consentendo agli altri di diffamare qualsiasi onesto Fratello,
ma difendendo il suo carattere e dedicatogli i migliori uffici per quanto
consentito dal vostro onore e sicurezza e non oltre
E se qualcuno vi fa ingiuria, dovete rivolgervi alla vostra
o alla sua Loggia e, dopo, appellarvi alla Gran Loggia nelle assemblee trimestrali
e quindi alla Gran Loggia annuale, come é stato l’antico lodevole costante dei
nostri antenati in ogni Nazione; non dovete intraprendere un processo legale a
meno che il caso non possa venire risolto in altro modo e pazientemente
affidatevi all’onesto e amichevole consiglio del Maestro e dei Compagni
allorché essi si vogliono evitare che voi compariate in giudizio contro
estranei e vi esortano ad accelerare il corso della giustizia, che cosi farete
meglio l’interesse della Muratoria con migliore alacrità e successo; ma,
rispetto a Compagni o Fratelli in giudizio, il Marstro e i Fratelli dovranno
gentilmente offrire la loro mediazione, che a loro deve essere con riconoscenza
affidata dai Fratelli contendenti; e se tale sottomissione e impraticabile,
questi potranno condurre il loro processo o causa, senza animosità e senza
collera (non nel modo comune), facendo od omettendo quanto possa compromettere
l’amore fraterno, e buoni uffici devono essere rinnovati e continuati; che
tutti possano vedere la benefica influenza
della Muratoria, come tutti i veri Muratori hanno fatto dal principio del mondo
e faranno fino alla fine del tempo.
La storia
gloriosa di questo importantissimo Ordine Religioso Militare Cavalleresco, è in
parte avvolta dal mistero e dalla leggenda. Ogni scrittore e storico che abbia
dedicato il suo tempo ad analizzate I’Ordine, è sempre rimasto affascinato
dalle loro impareggiabili gesta eroiche a difesa della Fede in Cristo e nella
Madonna, a difesa di tutta la Chiesa Cristiana.
È con questi saldi principi che migliaia
di Cavalieri Templari hanno immolato la loro giovane vita nel corso delle varie
Crociate, divenendo così il simbolo della vera Cavalleria Cristiana.
I primi Cavalieri
Templari ebbero la loro sede sull’area della Moschea di AL-AQSA, nella spianata
del Tempio di Salomone, dal quale presero per l’appunto il nome (Cavalieri del
Tempio o Templari).
L’incarico che
venne loro assegnato, dal punto di vista militare, era inizialmente quello di
polizia, per difendere i Pellegrini che si recavano alla Città Santa dagli
attacchi di briganti e bande di Musulmani che spesso si avvicinavano alla città.
Ma da studi
fatti, risalenti a tempi non recenti, si ha ragione di credere che il compito
loro assegnato, non fosse solo quello militare, bensì fosse stato attribuito ai
Cavalieri dell’Ordine dei Templari un
incarico molto più importante, e per capirlo dobbiamo percorrere a ritroso i
secoli, fino alla morte di Gesù sulla croce.
Pietro,
discepolo di Gesù, proseguì nel portare avanti la sua parola e quella di Dio,
ma non era molto gradito agli occhi dei Saggi del Sinedrio, tanto che fu
costretto a lasciare Gerusalemme e raggiungere Roma dove costituì la sua
Chiesa.
Giacomo, anch’egli discepolo ed Apostolo
di Gesù, continuò a portare avanti la parola di Dio e di Gesù in Oriente ,
tanto che fu posto poi alla testa della Chiesa di Gerusalemme.
Dopo qualche
anno, anche Giacomo non fu più ascoltato
e come era d’uso all’epoca nei costumi degli Ebrei, venne lapidato ed il suo
corpo gettato dalle mura del Tempio.
Ovviamente i
seguaci di Giacomo fuggirono e, coloro che furono definiti i vincitori, presero
materialmente possesso del Tempio di Salomone, dove elessero il loro domicilio
religioso.
Molti anni dopo,
intorno al 70 d.c. l’esercito romano, sotto il regno di Tito, assaltò il Tempio
di Salomone, saccheggiandolo, uccidendo tutti coloro che si trovavano
all’interno, portando via il tesoro ivi custodito; ma alcuni sacerdoti, avvisati
per tempo dell’attacco da parte dei romani, nascosero quello che per il popolo
ebraico rappresentava il tesoro più sacro, nei sotterranei del Tempio, pieni di
trappole e quasi inaccessibili.
Secondo le
documentazioni, infatti, Re Salomone aveva commissionato la realizzazione del Tempio
Sacro a colui che all’epoca rappresentava il massimo degli Architetti, proprio
per la sua capacità ed ingegno. Questo Architetto e grande maestro di
ingegneria, era HIRAM ABIF.
Nel tempio, in
una stanza segretissima denominata ” SANCTA SANCTORUM”, erano conservate quelle
che per Re Salomone ed il popolo ebraico, rappresentavano le cose più preziose:
il Tesoro, l’Arca dell’Alleanza, le Leggi di Mosè.
Molti anni prima
i Sacerdoti avevano inventariato tutto, in modo da consentire nel futuro, alle generazioni
successive di ritrovare i tesori, ivi celati.
Alcuni di questi sacerdoti , custodi
della Sancta Santorum, nascosti nei
sotterranei, riuscirono a salvarsi dalla strage fatta dai romani, ma, non
potendo più rimanere in Palestina fugirono in Europa, sparpagliandosi nel
nostro continente.
Costoro formarono dei nuclei familiari, i quali
tramandavano da padre a figlio quello che era definito “Il Segreto del Tempio
“.
Come veniva
tramandato questo segreto? In ogni famiglia e solamente ad ogni figlio
primogenito, veniva rivelato questo segreto.
Tutte queste
famiglie di origine ebraica, con il passare degli anni e dei secoli, si
cristianizzarono, creando successivamente una Confraternita definita REX DEUS; esisteva un patto preciso e segretissimo
fra loro che era quello di tornare nella Città Santa per recuperare quello che
i Sacerdoti e progenitori, avevano lasciato sotto le rovine del Tempio di Re
Salomone, nei labirinti e sotterranei della Sancta Sanctorum.
Nel corso della
prima crociata, nel 1099, Goffredo di Buglione, ritenuto un membro della Confraternita
dei REX DEUS , riconquistò la città Santa. Il recupero di questi tesori,
avrebbe dovuto essere effettuato nel più grande segreto.
Ecco allora che i REX DEUS , fondarono
un Ordine Monastico Militare, unico del suo genere: L’ORDINE DEI CAVALIERI
TEMPLARI.
Con gli auspici
di San Bernardo di Chiaravalle, parente stretto di Ugo dei Pagani, questo
Ordine Cavalleresco ebbe il Placet
Papale e l’autorizzazione ad insediarsi come comando proprio nella spianata del
Tempio .
I Templari,
quindi, costituirono non solo un esercito al quale erano stati affidati compiti
di polizia, ma questa struttura militare e cavalleresca era anche costituita da architetti,
ricercatori ed archeologi, adibiti specificatamente
al recupero dei reperti archeologici religiosi di tutto il Medioevo.
Con grande
spirito di sacrificio, riuscirono a raggiungere la Sancta Sanctorum, ad una
profondità di 20 metri sotto le rovine del tempio di Salomone ed arrivare in
tal modo al famoso tesoro,compreso l’Arca dell’Alleanza e le Tavole delle Leggi
di Mose. Oltre a questo, essi trovarono molti documenti sepolti e nascosti dai
Sacerdoti, la cui copia era stata portata dagli stessi Sacerdoti a QUNRAM,
situato a 50 Km di distanza da Gerusalemme, sulle rive del Mar Morto.
Proprio in questa zona, nel 1947 , a
seguito di scavi archeologici ordinati dal Governo Israeliano, furono ritrovati
all’interno di vasi di terracotta i famosi ROTOLI di rame, definiti anche
ROTOLI DEL MAR MORTO.
All’epoca la
cittadina di QUMRAN era la capitale degli ESSENI, che in lingua arcaica voleva significare
“SANTO”.
Questo ritrovamento
archeologico, portò alla conclusione quindi che gli ESSEM, prima della distruzione del Tempio
di Salomone da parte dei Romani, riuscirono a fuggire portando con se molti
documenti, celati poi dentro i vasi di terracotta e sotterrati.
Proprio
attraverso i Rotoli del Mar Morto, si capisce anche della esistenza di un gruppo,
costituitosi dopo la morte di Giacomo, definito ” I figli di Zadoc “.
Zadoc in lingua arcaica significa appunto Giacomo. In questo modo si intuisce
come gli ESSENI, all’epoca, costituivano certamente il popolo più cristiano di tutta I’area
meridionale della Palestina, i quali furono in senso proprio i continuatori della
parola di Dio e della Cristianità.
Possiamo dire,
quindi , che i Templari si impossessarono di segreti, che nessuno mai, prima di
allora aveva mai conosciuto.
E’ stato anche detto che i Templari erano
in possesso di Segreti Esoterici, Alchimia ed altro.
Certo è che i
Templari fecero della conoscenza e della gnosi ( penetrazione dei misteri ), uno
dei loro scopi, poiché certamente non rifuggivano dalla scienza e dalla
conoscenza.
Essi conoscevano
molto bene le Scienze Astronomiche e Chimiche, l’utilizzo dell’astrolabio, divenuto
oggi il nostro moderno Sestante. A questo si aggiunsero anche varie alte
strumentazioni.
Tra il 1200 ed
il 1250 in tutta la Francia sorsero in
brevissimo tempo delle grandi cattedrali di stile gotico. Una dopo l’alta furono
costruite la Cattedrali di EVREUX ROUEN, REIMS”AMIENS, BAYEUX PARIGI,
CHARTRES. Uno stile incredibile dove una tecnica particolare ed innovativa sfidava
la legge di gravità.
Un altro particolare affascinante è che tutte le Cattedrali sono dedicate a Notre
Dame, vale a dire alla Vergine Maria, della quale i Templari erano
profondamente credenti ed ammirati.
Un’altra cosa
che affascina è che queste cattedrali, disposte sulla
carta geografica, vanno a
costituire la rappresentazione della Costellazione della Vergine.
Rimangono fuori
da detta configurazione astronomica, solamente la Cattedrale di LAON e quella
di NOTRE DAME dedicata appunto alla Madonna. Da antichi documenti e da rilievi
effettuati a CHARTRES, in particolare si nota che nulla è lasciato al caso: tutte
le. cattedrali hanno la stessa disposizione, con l’abside e I’altare maggiore
ad EST,mentre I’entrata principale è ad OVEST .I due transetti delle navate
sono : uno a NORD e l’altro a SUD.
Questa
simbologia è particolare, poiché ad EST sorge il SOLE, quindi la LUCE ed il Pellegrino
che entra da OVEST, deve andare verso la fonte di Luce che viene dalla parte
opposta.
Per i TEMPLARI, l’EST
significa PALESTINA, LA TERRA SANTA, IL CRISTO.
Il NORD è invece il punto cardinale più
freddo, dove la luce non arriva mai, la parte più buia . E’ proprio nel
transetto del Nord che di solito venivano poste le scene o sculture che
ricordano ciò che è contro la Luce, ciò che circonda la Tenebra.
Questo si nota
anche nella Cattedrale di AMIENS, dove nel transetto del NORD è inserito il PENTALFA,
cioè una stella a cinque punte rovesciata, oggi simbolo di sette sataniche.
Questa
simbologia, ovviamente non è messa li per richiamare forze demoniache o
quant’alto, anzi tutto il contrario.
Infatti, la
Stella a cinque punte, denominata anche Pentagramma non è affatto un simbolo
del Male. Rappresenta invece una simbologia Esorcizatoria in quanto le cinque punte
stanno ad indicare le cinque ferite di Gesù, mentre nelle sette sataniche il
Pentalfa è rappresentato con le duepunte verso l’alto a richiamo delle coma del
diavolo, ed al rovesciamento delle cose, tipica manifestazione demoniaca.
Tutto questo ovviamente
non ha nulla a che vedere con i
Templari. Rimane il concetto più generale che tutte queste cattedrali sono come
dei libri di pietra, nei quali sono
nascosti i segreti della sapienza e della conoscenza che gli antichi Templari
hanno tramandato a noi.
Essi davano
particolari significati criptati alle parole: per esempio Baphonet, che ci
appare come una figura inquietante degli inferi, in effetti decriptata la
parola significa SOPHIA , che secondo le antiche dottrine vuol dire SAPIENZA.
La domanda che
molti possono porsi è : ma che fine ha fatto il Tesoro dei Templari? Il mistero rimane sempre, ma sta di fatto che il 13 Ottobre 1307, quando il Re Filippo il
Bello dette
inizio alla caccia dei Cavalieri dell’ordine dei Templari, egli trovò ben poco,
poiché tre giorni prima dell’attacco, una lunga carovana, scortata dalla
Cavalleria Templare, lasciò la sede del Comando di Parigi ( Le Temple ) , per
destinazione ignota, dividendosi poi in tre colonne, che presero tredirezioni
diverse :
la prima verso la Rochelle, sede della
Flotta Templare
la seconda verso Tolosa a Sud di Parigi
la terza verso I’Italia attraverso la Francigena.
In ogni caso,
fatti tutti questi riferimenti storici, la data di costituzione dell’Ordine dei
Templari è stata fissata per convenzione nell’ A.D. 1118, ma dai documenti
storici relativi al concilio di Troyez, redatti dal Monaco JEAN MICHAEL, si
indica con precisione che ciò avvenne nel A.D. 1119.
A partire dal
XVIII secolo, in coincidenza con la diffusione dell’Illuminismo, sono sorti di
nuovo in Europa variegati gruppi richiamandosi a valori religiosi cristiani e
caritativi, rifacendosi alla tradizione degli antichi Cavalieri templari,
rivendicandone, talvolta, anche una qualche forma di derivazione diretta
dall’Ordine stesso, costituendo un fenomeno moderno che, nel suo complesso, va
sotto il nome di templarismo o neotemplarismo.
Non è ancora
stata provata, sulla base di documentazioni storiche, la sopravvivenza
dell’Ordine templare originale dopo il 1314, anche in relazione alla
possibilità di tracciare una qualche forma di discendenza storicamente valida,
dopo quasi sette secoli dall’abolizione dell’ordine religioso da parte del papa
Clemente V con la bolla Vox clamantis
in excelso ,emessa durante il
Concilio di Vienna del 1312, con la quale sopprimeva I’Ordine del Tempio; egli
aveva espressamente proibito qualsiasi forma di ricostituzione dell’ordine
stesso (compreso I’uso della regola, dell’abito e del nome), con provvedimento
irrevocabile, pena I’automatica scomunica ( atto legale della chiesa cristiana
che implica vari gradi di esclusione di un suo membro dalla comunità dei fedeli
a causa di gravi e ostinate infrazioni alla morale e/o alla dottrina
riconosciuta).
Appartenere
all’Ordine dei Cavalieri Templari, significa oggi far risorgere e procrastinare
nel tempo quella elevata opera fondata sulla dedizione di un’ Ordine e delle
persone che lo costituiscono verso il bene comune , il bene di tutti coloro che
ne abbisognano; significa donare il nostro amore al prossimo, aiutando i poveri
ed i più deboli, in prirnis i bambini
che rappresentano il futuro del genere
umano e quelle popolazioni, ancor oggi
sofferenti e indigenti,le quali, nonostante secoli di storia e di progresso,
sono state soltanto sfiorate da un benessere che avrebbe dovuto avvolgerle
nello spirito e nel segno della cristianità; significa operare verso gli
ammalati con tutto I’aiuto spirituale e materiale per tentare di migliorare le
condizioni di vita delle persone sofferenti, spesso loro malgrado, a causa di guerre
ingiustificabili o, cosa ancor più deprecabile, a causa di un’indifferenza che
caratterizza molto spesso i “Paesi più evoluti”; significa giungere a
trovate dentro se stessi quella forza interiore che ci deve aiutare ad amare
gli altri e I’umanità tutta della quale ci sentiamo parte integrante e guida
per un mondo migliore.
Essere Templare
oggi, vuol dite impegnare se stessi a seguire quelle Regole, mai estinte e
ancor più rinnovabili nello spirito e nei comportamenti del Cavaliere Templare
che porge la sua umiltà e nobiltà d’animo al servizio di ciascun povero,
affamato, peccatore, ai quali portare una parola di conforto e sostegno.
La spada che ci
unisce, così come nel passato rappresentava simbolicamente il connubio tra
l’alto spirito cavalleresco e il monaco guerriero e “l’uccisione di un
nemico della fede da parte di un soldato di Cristo non, rappresentava un
omicidio ma un “malicidio”,
ossia I’uccisione dell’incarnazione del male” così come professata dalla
Regola per cui, secondo Bernardo, “l’uccisione di un infedele, di un eretico
o di un pagano non è da considerarsi come un atto criminoso”: nihil habeat crirninis (non c’è crimine),
così oggi, la stessa spada non serve per colpire i nemici e alimentare nuove
guerre bensì come simbolo per recidere il Male e le tentazioni che inducono il
genere umano a cadere ulteriormente nel peccato, secondo modalità differenti e
non paragonabili a quel tempo, ma tali da spronare ancor più oggi il Cavaliere
a diffondere la forza di quella luce, presente nel nostro stendardo, che ci
consentirà un giorno di essere vicini al Grande Architetto dell’Universo. Non
più guerre, quindi, ma portatori di pace, serenità e comprensione oltre che di
rispetto verso la diversità del genere umano e delle altre religioni, comuni
nel loro credo, considerandoci tutti fratelli e figli di un solo Dio.
In conclusione,
la storia dei Templari ed il mito dell’Ordine, da qualsivoglia punto di vista
venga esaminato, ha tramandato fino ai nostri giorni gesta eroiche storicamente documentate e
inquietanti leggende che, nel loro complesso, hanno reso per tutti questi
secoli le figure dei Poveri Cavalieri di Cristo sempre più misteriose,
alimentando tutti i quesiti, gran parte dei quali ancor oggi irrisolti.
Esiste,
tuttavia, un aspetto storicamente provato che, a parer di molti studiosi di cui
ne condividiamo appieno il contenuto, pone i Templari su un piano elitario,
completamente diverso da tutti gli altri Ordini cavallereschi, e che ha
rappresentato un forte elemento di rottura per la società medievale costituendo,
a parer nostro, la maggior “colpa” determinante della loro condanna,
persecuzione e
sterminio da parte del re Filippo il
Bello e del Papa Clemente V, ancor più della forte crisi economica del tempo.
I Templari
furono un Ordine assolutamente rivoluzionario, sia per il periodo in cui
agirono e sia per il pensiero che perseguirono, poiché se è vero che si avvalsero
della loro autonomia spirituale di cui godevano per diffondere il cristianesimo
è altrettanto vero che, unici nella storia e ciò valse l’irritazione di
regnanti e della Chiesa, si confrontarono nell’Outremer (Terrasanta) (come storicamente documentato e riportato da
molti autori) con le altre religioni, diventando dei veri e propri
interlocutori privilegiati dei Musulmani e dei Cristiani d’Oriente.
Esser Templare oggi significa proseguire nella rivoluzione introdotta dai padri dell’Ordine . Consideriamo che la nostra epoca è profondamente segnata da guerre religiose che coinvolgono le principali dottrine monoteistiche (cristianesimo-ebraismo-islam), in un tentativo di supremazia militare per “controllare” le altre “fazioni” religiose ,le quali si distinguono in rivoli di credo religioso intriso di un numero ormai imprecisato di persone che hanno, anche loro malgrado, donato la loro vita per un’imprecisata bramosia di pace in una Terra che, ancor oggi, raffigura l’Outremer; furono proprio quei Crociati d’Elite che, in virtù del modello di fede templare, intuirono, molti secoli prima, la via per una possibile soluzione alle controversie ancora esistenti: il dialogo e il reciproco rispetto culturale e religioso.
L’Illuminismo
è un movimento di pensiero che si estende a caratterizzare una vera e propria epoca della cultura europea,
storicamente coincidente con il declino dell’assolutismo e l’affermazione, nel
corso del 18° secolo, dei principi costituzionali.
Il
fenomeno, il cui nome è indicativo di un
processo di rischiaramento razionale nei
confronti del precedente oscurantismo, ha indubbiamente influito sul pensiero e
sui principi della Libera Muratoria.
L’Illuminismo
ha le sue prime origini in Inghilterra,
ma trova in Francia il suo sviluppo, e di lì si diffonde come un vento
impetuoso su tutta l’Europa investendo e trasformando idee, costumi, forme politiche,
letteratura e ogni aspetto della società.
Se
guardiamo nel suo complesso l’età dell’Illuminismo,ci colpisce anzitutto la
generale indifferenza per i problemi metafisici. Le insistenti ricerche dei
secoli precedenti sulle origini dell’uomo, il suo destino, gli attributi di Dio
e le leggi da Lui poste alla vita morale e alla storia, l’affannosa lotta di
tanti spiriti per costruire una piena armonia tra la vita terrena e gli
ammonimenti del cielo, sono ormai definitivamente abbandonati. Si pensa che l’uomo
non può né potrà mai conoscere ciò che è
al di fuori del suo mondo, oltre i limiti della sua natura e ogni suo tentativo
in questo campo non può essere che una
costruzione della sua fantasia. Anche l’uomo più dotto non può conoscere che il
mondo terreno, quello che cade sotto i
suoi sensi e su cui soltanto può esercitare la sua ragione.
L’attenzione deve essere rivolta alla terra,
a conoscere meglio l’uomo e la
sua struttura, gli elementi che lo circondano, la realtà in cui vive.
Quindi
esiste una sola facoltà con cui farsi luce in questa ricerca. Essa è la
“Ragione”, di cui sono forniti tutti gli uomini e che è una forza immutabile, la
sola che possa conquistare e costruire la verità e renderci certi della
conquista.
Solo
se ci si libera dalle passioni, dalle mutabili opinioni, dagli egoismi e si
sottopone alla pura ragione ogni aspetto della vita é possibile raggiungere la
certezza e la verità.
Bisogna
ragionare con metodo, con la limpidezza analitica degli scienziati, scomponendo
ogni problema nei suoi elementi,
movendo dai più semplici, meditando su di essi, allontanandone tutte le
fantasie e le superstiziosi fino a cogliere le leggi da cui sono dominate le varie
manifestazioni di vita del nostro mondo.
L’Illuminismo
perciò esalta la “Ragione” e la solleva sulla società del tempo come la
bandiera di una nuova crociata per il rinnovamento del mondo e la felicità
degli uomini.
La ragione sottopone l’uomo alla sua indagine,
lo spoglia di tutte le incrostazioni che
gli errori e le passioni hanno accumulato su di esso lungo i secoli e riafferma
la certezza che non vi sonoverità
anteriori alla conoscenza che l’uomo acquista nella sua esperienza di vita, che
non vi é nulla, nel pensiero e nella realtà umana, che non sia generato dall’uomo.
Dappertuttosi attende fiduciosi
il sorgere di un’età nuova, di felicità, di giustizio, di benessere, in cui
tutti torneranno fratelli e uguali come li aveva fatti la natura e ognuno si sentirà,
per questo illuministico cosmopolitismo, cittadino del mondo.
Crolla
ogni verità soprannaturale, ogni principio di autorità, le leggi, le
istituzioni, la società, la religione, le dottrine filosofiche, ogni credenza e
ogni pensiero appaiono costruzioni umane, si liberano da ogni tradizionale
origine di una realtà soprannaturale.
Ma
se tutto ciò é vero, si chiede l’Illuminismo,
perché l’uomo non é felice? Come si può spiegare quel senso di dolorosa
insoddisfazione che pervade l’essere umano? Gli illuministi troveranno le risposte
nella storia dell’umanità. L’infelicità dell’uomo apparirà dovuta alle forme di
vita che lungo i secoli sono state create in un graduale allontanamento da ciò
di cui la natura umana ha bisogno. Tutte le istituzioni, le credenze, le leggi,
le superstizioni che irretiscono l’umanità, la vita irrazionale e innaturale in
cui l’uomo si dibatte,hanno reso infelice l’essere umano nato per la gioia.
Eliminati
gli errori, ricostruita la concordia tra la società e la natura umana, tornerà
sulla terra un’umanità felice.
Per
intendere ancora la posizione illuministica, basterà pensare alla soluzione del
problema della morte quale era implicita nel pensiero degli enciclopedici: la
Morte non era più l’inizio di una nuova esistenza, un ritorno dell’uomo a Dio, come era stato
nella fede tradizionale: l’uomo scompariva invece totalmente, senza nessun residuo
di consapevolezza, nell’immenso crogiuolo della
materia.
Contro questo totale annullamento
insorge la spiritualità romantica con un affannato ritorno alle indagini sul destino dell’uomo, sulla sua origine, sul
perché della vita in una rinnovata ansia di infinito e di eterno, nell’aspirazione
di sollevare l’uomo al di là della breve parabola della sua esistenza, di
riconquistargli un valore eterno, una sopravvivenza perenne.
Il pensiero romantico è animato da questo sentimento,
da quest’ansia di riattingere un valore universale che superi la limitatezza in cui l’Illuminismo
aveva chiuso la realtà umana. In sostanza questa é un’ansia religiosa che
domina tutta l’età romantica.
Il
Romanticismo non sorse improvviso, ma quasi nella “pienezza dei tempi”, nell’ultima
decade del 18° secolo. La sua patria d’origine fu la Germania e questo Stato fu
per il Romanticismo ciò che la Francia era stata per l’Illuminismo.
Il
Romanticismo, nelle sue espressioni più evidenti, si manifesta anzitutto come
opposizione all’Illuminismo, anche se in sostanza ne fu uno sviluppo e conservò
molte delle conquiste ideali realizzate dagli Enciclopedisti.
L’uomo
singolo non vuole essere riassorbito nel complesso della “massa”, confondere le
linee della sua personalità con quelle comuni a tutti i suoi simili. Per
questo motivo nell’età romantica l’attenzione sarà rivolta al sentimento più
che alla ragione, perché i sentimenti appariranno un personalissimo possesso,
capace di sollevare la nostra inconfondibile individualità sulla comunità,
mentre la Ragione continuerà ad apparire un elemento universale e perciò comune
a tutti gli uomini.
Questa
impetuosa affermazione dei valori individuali, spiega la frequente apparizione
nell’età romantica di figure eroiche che vogliono sollevarsi al di sopra dei
limiti stessi della realtà umana. È l’epoca dei martiri degli ideali che consacrano
l’esistenza e sacrificano la loro vita alla Patria, alla Libertà, alla
Giustizia.
L’aspirazione
ad attribuire un valore sempre più alto all’individuo, ad esaltarne la grandezza e la bellezza spirituale, trova dinanzi a sé, come limite, una concezione
illuministica che sembrava volesse annullare ogni conato di libera affermazione
della individualità. L’Illuminismo aveva finito con il considerare l’uomo come
uno degli elementi della natura, chiuso da un complesso il leggi meccaniche che
non gli era concesso di superare.
L’uomo
aveva perduto l’antica fede nella propria origine e nella propria meta divina,
nasceva e moriva come una pianta sciolto da ogni vincolo della trascendenza, privo
da ogni speranza di una successiva vita immortale.
Tornando
al Romanticismo, questo periodo deve essere considerato come uno dei più
fecondi della storia umana. Non soltanto ha creato una nuova ricchissima
letteratura, sulla quale si innalzano alcune grandissime figura di poeti, ma ha
sollevato i popoli europei verso forze più alte di vita politica e sociale in
nome della coscienza nazionale, della Libertà e della Giustizia.
È
da queste aspirazioni a durare oltre la breve parabola della propria vita, che
il Romanticismo cerca di crearsi una sopravvivenza nella realtà terrena, in
sostituzione della eternità dei cieli promessa dalla tradizione cristiana e ne
deriva quindi il sentimento nazionale e la nuova concezione della storia.
L’uomo
prova il bisogno di essere sicuro che i suoi sentimenti, gli affanni e le speranze,
le lotte e le tristezze della sua breve giornata non cadranno nel nulla, non si
spengeranno con lui, che non sarà stato vano il suo passaggio sulla terra.
Perciò egli vede nella comunione dei sentimenti che lega fra loro gli uomini di
una stessa terra, la base indistruttibile di un valore che non può tramontare e
che vivrà perennemente, come un sacro dono, con le generazioni successive.
Sorge così la religione della Patria,l’immortalità
della gloria col sacrificio anche della propria vita.
Esaltazione dell’individualità ed
esigenza religiosa sono dunque i due complessi elementi che dominano le
spiritualità romantica nello sforzo di superare i limiti in cui il pensiero del
settecento aveva chiuso la
visione del mondo.
Inoltre,
l’ansia religiosa che pervade tutta l’età romantica, chiarisce l’intimo significato
delle molteplici soluzioni a cui giunge il pensiero umano, l’arte, la letteratura
di quell’epoca; l’individualismo da cui muoveva la spiritualità romantica si
espresse soprattutto in questo anelito religioso verso l’eterno e l’infinito,
in questo sforzo di superare la morte e l’oscurità.
E
proprio la morte torna continuamente, come motivo centrale, nel pensiero e
nell’arte, ora nel tentativo di allontanarne la potenza distruttrice e superare
l’annullamento eterno, ora nel desiderio di trovarvi pace e riposo ai propri
affanni.
Questi
brevi cenni sulle due teorie di pensiero forse un poco ci riguardano. A noi il
compito di valutare l’influenza che le stesse hanno esercitato sullo sviluppo
delle nostre idee e del nostro modo di vivere e di proporsi nella società
civile, con lo scopo di tendere sempre e comunque ai principi di Libertà, di
Uguaglianza e di Fratellanza.
Nadir – Il nadir è l’intersezione della perpendicolare all’orizzonte passante
per l’osservatore con l’emisfero celeste invisibile. Il punto diametralmente
opposto è detto zenit (vedi).
Neferhotep – Architetto vissuto nella metà del XVI secolo in Egitto che
venne ucciso da
tre collaboratori che volevano carpirgli i segreti della sua arte. (cfr mito di
Hiram)
Neofita – Il termine neofita ha il significato di “nuovo nato” e
rappresenta la condizione della sorella o del fratello nel periodo
immediatamente successivo alla sua iniziazione.
Nemrod (Nimrod) – Personaggio biblico, secondo la Genesi 10,8-12, era
figlio di Kus (Cush) o Etiopia, figlio di Cam, figlio di Noè: costruttore
mitico della Torre di Babele riproduce la vicenda dell’uomo in
continua ricerca senza principio e senza fine ma, forse, unico scopo e senso
della vita.
Nigredo (o opera al nero) – Primo dei tre stadi fondamentali
della “materia prima” (vedi Albedo e Rubedo) nel processo
alchemico della trasmutazione: in questo stadio la materia si dissolve,
putrefacendosi. E’ simbolicamente rappresentato dal Corvo.
Noachita – Riferito al mito di Noach (Noe’) come “Hiramita” è
riferito al mito di Hiram ed “Osirideo”, è riferito al mito di
Osiride .
Nodo – Il nodo (di Salomone) rappresenta l’unione tra il divino e l’uomo e
simboleggia il principio ermetico che recita “ciò che sta in alto è
come ciò che sta in basso”: all’interno del tempio massonico il nodo
rappresenta, peraltro, l’uomo idealmente collegato – dalla corda-ad
altri uomini nella realizzazione di quei principi etici e morali che ne
costituiscono l’effettiva forza.
Nodo d’amore – Termine massonico riferito al nodo applicato al Cordone
che è collocato nel Tempio per tutta la lunghezza delle sue quattro
pareti all’altezza prossima al soffitto rappresentato dalla Volta Celeste. I
Nodi d’Amore sono complessivamente sette e sono rappresentati comunemente
come c.d. “nodi savoia”.
Nomogramma (Stella di David o stella a 6 punte) – Detta anche
anche “sigillo di Salomone” è una figura che nasce dall’unione
di due triangoli equilateri: in tal modo la sovrapposizione del 3 sul 3
comporta la rappresentazione del Sacro.
Novus Ordo Seclorum – Frase tratta dalla Bucolica IV di
Virgilio, nella quale, al verso 5, leggiamo “Magnus ab integro
seclorum nascitur ordo”, cfrase che può essere tradotta come “nasce
di nuovo il grande ordine dei secoli” oppure “riprende daccapo
il grande ciclo dei secoli”, oppure ancora, “nasce
daccapo un grande ciclo di ère”. La parola “seclorum” non
è un errore ma un espediente per mantenere i termini della frase nel numero di
diciassette.
Obbedienza – Termine con il quale si indica un organismo massonico a
livello nazionale indipendente e sovrano: con questa espressione mutuata dal
monachesimo non si richiama l’ obbligo di “obbedire” bensì
la necessità di osservare le “regole” della comunione
latomistica. In sostanza “obbediente” è colui che ascolta la
parola e sceglie di sottomettersi ad essa in un esercizio che non è certo di
sottomissione bensì di libertà e di scelta.
Occhio – L’occhio compare nella iconografia standard dei massoni nel
1797, con la pubblicazione del Freemasons Monitor di Thomas Smith Webb.
L’occhio “onniveggente” è “l’occhio di Dio” a
simboleggiare che ogni pensiero e azione di un massone sono osservati dal
Grande Architetto dell’Universo. L’occhio, all’interno del Tempio, è posto al
di sopra dello scranno del Maestro Venerabile, al centro tra Sole e Luna a
rappresentare la “guida” e l’“equilibrio” prerogative
necessarie nel Maestro Venerabile.
Occidente – A ovest, designa simbolicamente la parte del tempio dalla quale
si entra nella loggia, tra le due colonne J e B. è sotto la vigilanza del
Guardiano Tempio. Vi officiano il Primo e il Secondo Sorvegliante e il
Copritore.
Occultismo – Termine utilizzato per la prima vola nel XVI secolo nel
significato che indicava ciò che non è afferrabile dalla nostra mente in quanto
supera la comprensione e la conoscenza ordinaria
Officina – Sinonimo di loggia.
Old Charges – Sono i c.d. “Antichi Doveri”,
manoscritti medievali posti alla base della tradizione e delle regole della
massoneria moderna. Tra di essi annoveriamo il Manoscritto regio (Manoscritto
Halliwell o Poema regius) e il Manoscritto Cooke.
Oratore – Il F.llo Oratore rappresenta la conoscenza all’interno della
Loggia: egli vigila affinchè tutto, nello svolgimento della tornata risponda ai
canoni muratori e che sia raggiunto l’equilibrio armonico della Loggia stessa.
Egli è, inoltre, il depositario della Legge, cioè della Costituzione,
delle Leggi dell’Ordine e dei Regolamenti di Loggia la cui osservanza è
espressa alla fine dei lavori quando si esprime sul risultato
del lavoro svolto.
Ordine – 1- “Ordine”: Denominato Massoneria Azzurra, l’Ordine
ha essenzialmente compiti di testimonianza operativa. L’’Ordine è rappresentato
dai primi tre gradi della piramide iniziatica – Apprendista, Compagno e Maestro
– ed è il modello centrale di tutta la Massoneria. 2- “stare all’ordine”:
gesto rituale di rispetto nei confronti di una autorità o in occasione di una
specifica occasione
Oriente – 1) Parte del tempio situata ad est e luogo simbolico
in cui il venerabile officia insieme all’Oratore ed al Segretario e dove
dove siedono gli illustri ospiti. 2) Luogo dove opera una loggia
(es. Oriente di Jesi, Firenze, Torino, Roma etc.).
Oriente eterno – Termine che indica l’“al di là” ed è
generalmente utilizzato in occasione della dipartita di un
massone quando si dice che l’estinto è passato “all’oriente
eterno”.
Osiride – Anticamente
considerato dio dell’agricoltura (quale espressione della potenza della
vegetazione), Osiride viene successivamente identificato con il Sole che, nelle
sue fasi notturne, rappresenta emblematicamente il processo di nascita e
rinascita. Ucciso, mutilato e smembrato dal fratello Seth viene resuscitato,
dopo una ricerca che vede impegnata la sorella e moglie Iside e che
simbolicamente rappresenta la ricerca che deve compiere il Massone, dall’alito
della stessa Iside e di Neftis.
Osiridea – Maestranza che, a differenza di quella “Hiramita” e “Noachita”,
si riferisce al mito di Osiride .
Ospitaliere – E’ il responsabile della “salute” dei FF.
della Loggia con ciò intendendosi sia la salute fisica sia quella interiore.
Quindi il F.llo Ospitaliere ha tra i suoi compiti quello di occuparsi sia
di ricette e di ricoveri, sia di “curare” i Fratelli con
la medicina occulta della sua saggezza e del suo esempio di
vita assistendoli nel loro travaglio interiore sul piano “fisico” e “spirituale” verso
la conquista dell’Armonia .
Palazzo Vitelleschi – Sede attuale della Gran Loggia
d’Italia il cui riferimento, unito a quello della sede storica,
contribuisce alla identificazione dell’Obbedienza.
Pavimento a mosaico – Il pavimento del Tempio deve essere costituito da
scacchi, generalmente bianchi e neri: esso rappresenta la vita umana, una
scacchiera dove bene e male si combattono di continuo. In senso più ampio
rappresenta ogni dualità oggetto di studio per gli adepti (Bene e Male, Vero e
Falso, Io e l’Altro, Spirito e Materia, ecc…).
Parole sacre e di passo – Parole convenzionali che vengono pronunciate nel
corso delle tornate rituali.
Pellicano – Bianco uccello al quale viene attribuito un importante
significato allegorico. Infatti, i pellicani adulti curvano il becco
verso il petto per dare da mangiare ai loro piccoli i pesci che trasportano
nella sacca, e ciò ha indotto all’errata credenza che i pellicani si lacerino
il torace per nutrire i loro piccoli col proprio sangue. Ciò ha fatto divenire
il Pellicano un “emblema di carità” (O. Wirth) e
di abnegazione. E’ il simbolo del 18° grado massonico del Rito
Scozzese Antico ed Accettato “Sovrano Principe Rosa-Croce o Cavaliere
dell’Aquila e del Pellicano”.
Pentacolo – La stella a cinque punte rappresenta l’unione di macrocosmo e
microcosmo: le cinque punte ricalcano i cinque elementi (quattro più lo
spirito). La stella a cinque punte è anche il simbolo dello stesso uomo,
quattro braccia più la testa, spiritualità e razionalità: essa, associata al
pianeta Venere, rimanda al termine latino “Lucifer”–“che dà la
luce”, con valore positivo di conoscenza e verità. La stella fiammeggiante
è anche simbolo del genio umano, acceso dalla luce divina; risultante
dall’unione di due triangoli rimanda anche al Delta.
Pentalfa – Vocabolo introdotto da Pitagora, per il quale il simbolo
era composto da cinque lettere Alfa (Α) intersecate fra loro: rappresenta i
cinque punti della fratellanza. Nella cabala è considerato l’equivalente
della stella di David.
Perfetto – Colui che
è Perfetto è colui che è terminato, compiuto: dal latino “perfectus”, compiuto,
completo, perfetto, eccellente
Peridrome – (vedi Circumambulazione).
Perpendicolare – (vedi Filo a piombo) .
Piazza del Gesù – Sede storica della Gran Loggia d’Italia il
cui riferimento, unito a quello della sede attuale, contribuisce alla
identificazione dell’Obbedienza.
Piè di lista – Elenco dei membri di una loggia.
Pietra – La pietra nelle sue manifestazioni di “pietra grezza” e “pietra
levigata” è, probabilmente, uno dei più forti simboli massonici. La
pietra identifica il massone stesso rappresentando il lavoro che si deve
compiere su se stessi per passare da uno stato imperfetto – la pietra grezza
-ad uno più elevato – la pietra levigata: l’uomo che lavora “al bene e
al progresso dell’umanità” prima di tutto deve tendere al migliorando
continuo e assiduo di sé stesso nella ricerca di un perfezionamento che, in
realtà, non ha mai fine.
Pietra piramidale – Talvolta la pietra cubica si presenta sormontata da una
piramide quadrangolare: in questo caso, alla simbologia del miglioramento
personale si aggiunge la simbologia della reazione d ella Vita. Infatti, la
Piramide è il simbolo della manifestazione divina del Ternario Creatore: nel
solido geometrico dal punto (vertice), simbolo della Creazione e dell’Infinito,
attraverso le quattro linee che uniscono le facce, si discende al
quadrato (base) simbolo dell’opera realizzata.
Piramide – Simbolo della manifestazione divina del Ternario Creatore:
nel solido geometrico dal punto (vertice), simbolo della Creazione e
dell’Infinito, attraverso le quattro linee che uniscono le facce,
si discende al quadrato (base) simbolo dell’opera realizzata.
Postura – Atteggiamento da tenersi nel corso delle tornate per il quale i
presenti siedono senza rigidità muscolare, in posizione eretta, con le
palme delle mani appoggiate sulle cosce ed i piedi leggermente distanziati e
paralleli (c.d. postura del Faraone).
Potentissimo – Presidente di camera di perfezione. E’ indicato come
Potente o Potentissimo colui al quale è riconosciuta la forza e la capacità di
compiere una trasmutazione, un cambiamento, che lo elevi culturalmente e
spiritualmente.
Primo grado – Grado di apprendista.
Profano – Soggetto non “iniziato”.
Quadro di loggia – Fisicamente è la descrizione del Rituale del grado
mediante immagini rappresentate su su stoffa, carta o, all’occorrenza,
tracciate su terra o sabbia: i segni rappresentano le forme simboliche basilari
legate al grado su cui si sta lavorando. Simbolicamente è la Loggia – e i suoi
simboli- che si conformano al quadro e non è il quadro che raffigura la Loggia.
Quaternario –
Numero 4. Indica la realtà sensibile nei suoi quattro elementi
Fuoco, Aria, Acqua, Terra che imprigiona lo Spirito. Simbolo del
Quaternario è il cerchio diviso in quattro parti uguali da una croce
formata da due diametri ortogonali.
Recipiendario – Profano che sta per essere iniziato.
Regolo – Strumento che simboleggia la rettitudine al quale bisogna
tuttavia accostare lo strumento della misura: infatti, sappiamo
che gli eccessi possono trasformare le virtù in vizi.
Retorica – Scienza liberale tradizionalmente intesa come l’arte del “dire”,
del “parlare”, e più specificatamente del “persuadere” con
le parole.
Riconoscimento – Instaurazione di regolari rapporti diplomatici tra
obbedienze massoniche.
Rispettabile- Rispettabilissimo- Titolo assegnato a colui che è degno
di “rispetto” (dal latino “respecuts”, respicĕre ‘guardare indietro con
rispetto’) e che, quindi, è consapevole del riconoscimento della dignità
propria e di quella altrui. Tutte le azioni del Rispettabile si conformeranno
al riconoscimento del rispetto
Rito – Organismo massonico che amministra i gradi superiori al terzo.
Rituale – Complesso di norme che regolano le cerimonie all’interno di un
tempio massonico. Nei primi tre gradi massonici abbiamo il rito d’iniziazione,
il rito di passaggio di grado (promozione dal grado di Apprendista a quello di
Compagno d’arte), e di elevazione a Maestro (passaggio da Compagno d’arte a
Maestro, terzo e ultimo grado della massoneria simbolica).
R.·.L.·. – Rispettabile Loggia
R.·.S.·.A.·.A.·. – Rito Scozzese Antico ed Accettato
Rubedo (o opera al rosso) – Terzo dei tre stadi fondamentali
della “materia prima” (vedi Nigredo e Albedo) nel processo
alchemico della trasmutazione: in questo stadio la materia si ricompone,
fissandosi. E’ simbolicamente rappresentato dalla Fenice.
S.G.C.G.M. – Acronimo di “Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro”, figura
di vertice della Gran Loggia d’Italia degli A.·.L.·.A.·.M.·. che riunisce
nella tessa persona la direzione del Rito (il “Sovrano Gran
Commendatore”) ed la direzione dell’Ordine (il “Gran Maestro”).
Sr. – Sorella.
S.S.- Sanctum Sanctorum, Santo dei Santi. Il Santo dei Santi o Sancta
Sanctorum era l’area più sacra del tabernacolo prima, e del Tempio di Salomone
dopo, nei quali era custodita l’arca dell’alleanza affidata alla custodia di
Adhoniram e di sei maestri vincolati dal segreto (i Maestri Segreti).
SSr. – Sorelle.
Sacco delle proposizioni – Sacco di tela che nel corso della tornata si fa
circolare tra le colonne al fine di raccogliere, tra le sorelle ed i fratelli,
proposte e richieste d’aiuto.
Sacro Collegio – Collegio del Rito Scozzese Antico ed Accettato nel quale i
Sovrani Gran Commendatori Onorari ed i Luogotenenti Sovrani Gran Commendatori
Onorari, partecipano di diritto con voto personale e non trasferibile.
Saggezza – Virtù incarnata dal Maestro Venerabile (al pari della Forza
rappresentata dal II Sorvegliante e dalla Bellezza rappresentata dal I
Sorvegliante) e simbolicamente rappresentata dalla dea Atena: con
l’esercizio di questa virtù il Maestro è in grado di valutare in modo
corretto, prudente ed equilibrato le varie opportunità, scegliendo di
volta in volta per quella più proficua secondo la ragione e l’esperienza.
Sala dei passi perduti – Locale esterno al tempio, del quale costituisce
anticamera, dove si tengono le riunioni di loggia.
Sale – Principio del Ternario Alchemico neutro risultante dalla azione
dello Zolfo (interiore) e dalla reazione del Mercurio (esteriore),
simboleggiato dal cubo quale tipo della forma cristallina e simbolo della
stabilità.
Scozzese (Rito) – In quanto legato alla dinastia Stuart. La
peculiarità della Massoneria di rito scozzese può essere di seguito riassunta:
è di impronta cattolica, è legata alla dinastia degli Stuart (da cui
il titolo “scozzese”, luogo di provenienza degli Stuart, e il
titolo “giacobita” delle Logge con riferimento a Giacomo II
Stuart, detronizzato nel 1688), è aristocratica (trovò infatti
terreno fertile presso l’aristocrazia e l’alto clero, è articolata negli
Alti Gradi, successivi a quelli di Apprendista, Compagno e Maestro (Alti Gradi
detti “Scozzesi” perché sarebbero derivati dall’antica Loggia
Herodom di Kilwinning di Edimburgo), è di origine cavalleresca,
legata alle crociate ed ai Cavalieri templari, è romantica o preromantica
ed, infine, è spiritualista, dedita alla ricerca filosofica, al perfezionamento
spirituale, ad un “esoterismo” di matrice cristiana (Cfr con
“Rito Inglese”).
Sciarpa – Nastro in tessuto lavorato ed ornato dai colori corrispondenti ai
diversi gradi della gerarchia massonica: la diversa fattura della sciarpa ed i
diversi colori ed ornamenti in essa presenti indicano il grado di chi
la indossa. Va da una spalla, destra o sinistra, al fianco del lato opposto.
Sciarpa azzurra – Portata a tracolla dalla spalla destra al fianco
sinistro, ricorda il sostegno della spada. In pratica è un ornamento con cui
s’intende unire la tradizione cavalleresca con quella dei muratori costruttori
di piramidi o di cattedrali
Scozzese – Nella accezione attuale (la precisazione è d’obbligo per i
molteplici significati che il termine ha assunto nel tempo), riferita
ovviamente alla attività latomistica, il termine “scozzese” come
il termine “scozzesismo”, deve essere riferito ad indicare
l’insieme degli alti gradi dal 4 al 33.
Scozzesismo – Vedi “scozzese”
Secondo grado – Grado di Compagno.
Sefirot – Parola che deriva da “sefer” (scrittura), “sefar” (computo)
e “sippur” (discorso) (vedi il Sefer Yetzirah), termini
che hanno tutti la stessa radice SFR. Il significato basilare viene reso come
“emanazioni”. Le Sefirot nella Cabala ebraica costituiscono le dieci
modalità o gli “strumenti” di Dio (la “Luce Senza
Limiti”) attraverso cui l’Ein Sof (l’Infinito) si rivela e crea
continuativamente sia il reame fisico che la Catena dei Reami metafisici
superiori.
Segni rituali – Gesti utilizzati dagli iniziati sia durante le sedute
rituali, sia nel mondo profano e che variano secondo il grado raggiunto.
Segretario – Dignitario di loggia, che oltre e redigere le tavole e tener
nota di quanto avviene nel corso dei lavori e nelle vita della Loggia, funge da
filtro a livello intuitivo e spirituale. Infatti, nello stendere la tavola
architettonica della tornata, egli deve ricostruire non solo il filo dei
discorsi e la loro cronologica, ma deve dare anche il tenore
dell’indissolubilità della catena che si è formata, sforzandosi di ricostruire
l’atmosfera e gli stati di coscienza acquisiti dai Fratelli.
Sephirot – Parola di origine ebraica presente anche nelle varianti
Sephiroth, Sefiroth o Sefirot (il cui singolare è Sephirah, o anche Sefirah) il
cui significato principale è indicato come “emanazioni”: le Sephirot nella
Cabala ebraica sono le dieci modalità attraverso cui Dio si rivela e crea senza
soluzione di continuità sia il mondo fisico sia i mondi metafisici
superiori .
Serenissimo – Titolo attribuito all’iniziato che avendo raggiunto una
elevata consapevolezza interiore mostra tranquillità nel volto, segno che
distingueva gli Dei dell’Olimpo.
Settentrione – Parte nord di un tempio.
Simbolismo – Complessa rete di segni, simboli (vedi), ai quali sono
riconducibili significati ricollegabili a rappresentazioni non
necessariamente ancorate alla realtà
Simbolo – Oggetto concreto, animale o persona che, attraverso un
procedimento intuitivo, consente di stabilire un rapporto necessario e
organico, istantaneo e alogico, comunque soggettivo, tra lo stesso oggetto ed
il suo “altro” significato (cfr l’“Allegoria”).
Solidarietà – Atteggiamento spontaneo, oppure ispirato, volto ad una
convergenza o identità di interessi, idee, sentimenti tra diverse
persone. Dagli Statuti Generali emerge che la Massoneria è una “libera
associazione di uomini indipendenti (…) che s’impegnano a praticare un ideale
di Pace, d’Amore e di Fratellanza; ha per scopo il perfezionamento morale
dell’Umanità, e per mezzo la propaganda di una vera Filantropia, con l’impiego
di usi e forme simboliche”. Più avanti, nello stesso preambolo, si ricorda
che “un Libero Muratore deve senza posa aiutare e proteggere i suoi Fratelli“.
Sonno – E’ in “sonno” il Massone che non partecipa più ai
lavori di loggia. Durante “il sonno” il massone perde i suoi
diritti però mantiene la sua qualità di iniziato e può richiedere in seguito di
essere riammesso.
Sorveglianti – Il Primo e il Secondo Sorvegliante sono entrambi dignitari
di loggia ed hanno la funzione è di coadiuvare il Maestro Venerabile nei lavori
di Loggia vigilando sulle loro rispettive colonne (vedi Colonne 2).
Soteriologia – (dal greco soteria= salvezza e logos=parola, ragionamento) è
lo studio della salvezza nel senso di liberazione da uno stato o da una
condizione non desiderata.
Sovrano Gran Commendatore – Rappresenta il vertice della Piramide Rituale
Scozzese e costituisce l’ organo esecutivo del Supremo Consiglio (la
Gran Loggia d’Italia unisce in una stessa persona, il Sovrano Gran Commendatore
e Gran Maestro, l’organo esecutivo del Supremo Consiglio e della Gran Loggia) .
Sovrano Tribunale Nazionale – Camera rituale del 31mo grado del R.S.A.A.
alla quale è affidato il compito di “gestire la giustizia massonica
rituale” e di “vigilare sull’osservanza dei doveri propri di
ogni Grado”: esso è presieduto dal Gran Priore ed ha sede in Roma presso la
sede centrale del RSAA .
Spada – E’ l’arma che tutti, ad eccezione del Copritore che è il difensore
del tempio, devono brandire, all’occorrenza nelle occasioni in cui ciò è
richiesto.
Spada fiammeggiante – Spada con lama sinusoidale che rappresenta il simbolo
del potere iniziatico del Maestro Venerabile. Viene utilizzata durante le
iniziazioni e nei passaggi di grado.
Spiga di grano – Simbolo di abbondanza e proficuità, la spiga fa
crescere il grano al suo interno ed il peso di questo inclina lo stelo verso
terra in un gesto di fecondazione e, quindi, di simbolico ritorno all’origine .
Squadra – Attrezzo, di origine muratoria, che, incrociata con il compasso,
forma il simbolo massonico. Simbolicamente rappresenta equilibrio e
rettitudine.
Statuti di Bologna – Lo “Statuta et ordinamenta societatis
magistrorum muri et lignarii”, più noto con il titolo distintivo di “Carta
di Bologna 1248”, è un documento redatto in latino da un notaio bolognese
in data 8 agosto 1248, per ordine del Podestà Bonifacii De Cario, ed è oggi
considerato il più antico atto normativo sulla libera muratoria operativa,
primato precedentemente detenuto dal “Poema Regius” (vedi). Lo
studioso spagnolo Padre Josè Ferrerr Benimeli nel suo commento alla Carta di
Bologna del 1248 scrisse: “Tanto per l’aspetto giuridico, quanto per
quello simbolico e rappresentativo, lo statuto di Bologna del 1248, ed il suo
contorno, ci pone in contatto con una esperienza costruttiva che non era stata
conosciuta e che interessa la moderna storiografia internazionale, soprattutto
della Massoneria, perché lo situa, per la sua cronologia ed importanza, prima
d’ora non conosciuta, all’altezza del manoscritto britannico “Poema Regius”,
del quale è in ogni caso, molto anteriore, e che prima d’ora era considerata
l’opera più antica ed importante”. (Il testo integrale degli statuti sono
riportati in Media, Documenti)
Statuto di Strasburgo – Lo Statuto di Strasburgo -approvato dal
capitolo di Ratisbona del 25 aprile 1459- appare essere un vero e proprio
Statuto di Massoni Operativi. Nel 1488, fu confermato dal Re Carlo V d’Asburgo
(1500-1556), figlio di Massimiliano I. E’ composto da “paragrafi” corrispondenti
alle lettere dell’alfabeto (escluse la “j” che non
appare, la “v” assimilata alla “ue” la “w” che
non appare ) per un totale di 23 regole. All’interno dello Statuto rinveniamo
un “Ordinamento della Gente” ed uno “Statuto
degli Apprendisti”, detti anche Diener, nella nomenclatura
anglosassone, particolarmente attuali.
Stella esagonale – Detta anche stella o scudo di Davide essa simboleggia la
Divina Provvidenza. E’ formata da due triangoli opposti tra loro e
interlacciati .
Stella fiammeggiante – Simbolo
fondamentale del grado di compagno fa la sua prima
apparizione nei rituali massonici con il
manoscritto Sloane intorno al 1650. La stella fiammeggiante
deriva dal pentagramma pitagorico (il Sigillo di Salomone anche se talvolta
questa denominazione viene riservata all’esagono stellato o “scudo di
davide”) . La stella fiammeggiante a cinque punte rappresenta la
manifestazione centrale della luce , del fuoco in un universo in espansione.
Stendardo – Insegna che richiama il segno del comando, dell’adunata attorno
ad un capo. Lo stendardo risulta essere un simbolo rappresentativo che cela, in
se, il richiamo all’azione spirituale: lo stendardo è collegato all’elemento
aria che ne determina la mobilità.
Sublime – E’ Sublime (dal latino “sub” sotto e “limes” porta,
ingresso, posto sotto alla porta col significato di “collocato in alto”), colui
che nella sua crescita iniziatica ha acquisito la capacità di risvegliare
valori etici e di trasmetterli agli altri.
Sublime Gran Concistoro Nazionale – Organismo costituito da tutti i
Fratelli della giurisdizione italiana insigniti del 32° grado: esso è
presieduto dal Luogotenente Sovrano Gran Commendatore ed ha sede in Roma presso
la sede centrale del RSAA.
Supremo Consiglio – Camera rituale del 33mo ed ultimo grado del R.S.A.A.
che rappresenta l’organo volitivo, cioè “la massima autorità del Rito”.
Supremo Maglietto – Sinonimo di Gran Maestro.
T.F.A. – Triplice Fraterno Abbraccio
Tavola – Termine che derivava dalla “tavola da disegno” sulla
quale venivano scritte le formule per costruire le cattedrali. Nella massoneria
speculativa indica il testo di un intervento o il verbale di una riunione di
loggia (tavola architettonica).
Tavola d’accusa – Denuncia al tribunale massonico.
Tavola di smeraldo o smeraldina (“tabula smaragdina”) – Testo
sapienziale inciso su una lastra di smeraldo che secondo la leggenda sarebbe
stato ritrovato (da Sara, moglie di Abramo oppure da Apollonio di Tiana o,
ancora, da Alessandro il Grande) in Egitto, prima dell’era cristiana. Il
testo, attribuito ad Ermete Trismegisto, sarebbe stato tradotto dall’arabo al
latino nel 1250, pubblicato nel “De Alchemia” di
Johannes Patricius nel 1541 e rappresenta il documento
più significativo degli scritti ermetici.
Tegolatura – Azione con la quale la Loggia esamina ogni Fratello
visitatore che intende partecipare come ospite ai suoi Lavori. La tegolatura
merita particolare attenzione quando ad essere esaminato è un
profano postulante che ha bussato alla porta del Tempio.
Tempio – Locale dove vengono svolte le cerimonie rituali massoniche.
Tempo – Nella sospensione temporale che si verifica nei lavori rituali di
loggia (vedi “Mezzogiorno”) l’iniziato diviene padrone dell’essenza
del Tempo che è tempo diverso da quello finito, limitato e misurabile
della fisica profana e si mostra come un Tempo infinito nella sua
accezione di “non finito”, che non termina mai, e che è parte
integrante dell’Essere.
Tenuta – Abbigliamento rituale con paramenti indossati nel corso di una
tornata. Se la riunione è “bianca”, quindi aperta ai profani, i
membri della loggia non indossano nessun paramento massonico.
Ternario alchemico – Composto da Zolfo, del Mercurio e del Sale
(vedi) i quali ovviamente non corrispondono alle sostanze chimiche che hanno
gli stessi nomi (o a corpi di qualsiasi altra natura), ma costituiscono
dei principii. Lo Zolfo è considerato ed il Mercurio, non è meno vero che il
primo è costantemente considerato come un principio attivo o maschile, mentre
il Mercurio è considerato come un principio passivo o femminile. Il Sale,
invece, risulta essere neutro.
Ternario divino – Numero 3. Rappresenta i tre aspetti di Dio ed è
espressione e manifestazione della potenza di Dio e della sua misericordia. La
Trinità che opera nel Mondo Divino, nell’universo, nell’uomo.
Terra – Elemento del quaternario considerato, nei suoi tre
regni minerale, vegetale ed animale, il più sacro e divino tra gli Elementi, in
quanto simbolo della materia primordiale. La Terra rappresenta simbolicamente
il grembo materno che accoglie la vita e la nutre, e suggerisce le virtù di
costanza, della pazienza e della forza. E’ simbolo femminile per
eccellenza rappresentando la Grande Madre. L’elemento Terra ha come simbolo il
Triangolo equilatero con vertice verso il basso e sbarrato orizzontalmente:
questo simbolo non costituisce un elemento dinamico e la sua staticità
è ben rappresentata da altro simbolo che solitamente è associato nella
rappresentazione dell’elemento “Terra”: il quadrato. La terra è stata
utilizzata per rappresentare la virtù della riflessione e della prudenza, ed,
associata all’uomo, indica la predisposizione dell’individuo ad essere
pronto e docile a ricevere tutto ciò che è necessario all’illuminazione.
Terzo grado – Grado di Maestro.
Teschio – Il teschio rappresenta la mente, la ragione: abbinato alle
ossa, il teschio viene contrapposto alla sfera corporale e fisica. Il teschio
si può associare al tema della resurrezione, allo spirito che sopravvive al
corpo e lo sovrasta. Il simbolo funge da “memento mori” in
un contesto in cui la coscienza di un limite alla vita può e deve
costituire un sprone a comprenderla ed a viverla al meglio. Per questa sua
funzione il teschio è collocato nella “camera di riflessione”.
Tesoriere – Dignitario responsabile delle finanze di una loggia autorizzato
a raccogliere le capitazioni.
Testamento – Scritto con il quale il recipiendario, all’interno del
Gabinetto di Riflessione, risponde alle tre domande su quali siano i Suoi
doveri verso Dio, verso gli uomini e verso la Società: il testamento sarà
esaminato dalla Loggia alla quale si è bussato e solo successivamente si potrà
procedere alla iniziazione del profano.
Tetraktis – Serie dei primi quattro numeri naturali la cui somma è uguale a
dieci: essa riveste carattere sacro e viene assimilata da Pitagora all’Oracolo
di Delfo. E’ il numero perfetto che da la conoscenza di sé e del mondo
iniziando con l’unità pura per raggiungere successivamente il quatto sacro e
pervenire al dieci sacro che detiene la chiave di tutte le cose (Gieseler J.).
Toccamento – E’ un segno di riconoscimento che varia secondo dei riti
e del grado. Si ricordano a) il toccamento dell’Apprendista il quale l
momento di stringere la mano all’interlocutore preme tre volte il pollice
destro sull’indice di quest’ultimo; b) il toccamento del Compagno il quale
preme cinque volte il medio; c) il toccamento del maestro il quale stringe la
mano ad “artiglio” con l’indice e il medio (simboli della
religione e della filosofia) che premono il polso nel punto in cui, secondo gli
antichi greci, si trovano le linee della salute, delta fortuna e della felicità
Tornata – Riunione rituale di una loggia che si svolge all’interno di un
Tempio massonico.
Tracciato – Resoconto scritto di una tornata redatto dal
Segretario
Triangolo – 1) Piccolo gruppo di massoni, riconosciuti da un’obbedienza,
che agiscono per costituirsi in loggia una volta raggiunto il numero di sette
sorelle e fratelli, pratica questa, normalmente utilizzata per costituire una
loggia nei piccoli centri di provincia. 2) Figura rappresentata dalla lettera
greca Δ (delta). Ogni triangolo equivarrebbe a un elemento: così, al
triangolo equilatero corrisponderebbe la “terra”, il triangolo
rettangolo corrisponderebbe all’ “acqua”, il triangolo
scaleno corrisponderebbe all’“aria”, il triangolo isoscele
corrisponderebbe al “fuoco”. Il triangolo massonico la cui
espressione principale la troviamo nel “delta luminoso” (triangolo
isoscele dalla base più larga dei lati con 108° al vertice e 36° per ciascun
angolo alla base), rappresenta alla sua base la Durata e, ai lati,
rispettivamente le Tenebre e la Luce a comporre, nell’insieme, il “ternario
cosmico”
Tronco della vedova – Sacco che viene fatto circolare tra le colonne al
termine di una tornata rituale e serve per raccogliere offerte in denaro da
destinare in beneficenza.
Tubalcain – Parola di passo nel grado di Maestro. Il nome è derivato dalla
mitologia biblica: nella Genesi 4:22 si dice che “Tsillah a sua volta
partorì Tubal-cain, l’artefice di ogni sorta di strumenti di bronzo e di ferro”.
Il riferimento biblico potrebbe indicare che Tubalcain fu un fabbro, ma
l’esegesi biblica fa intuire che egli abbia avuto una reale maestria
primigenia nella lavorazione dei metalli.
Tuileur – Tegolatore
Ufficiali di loggia- Nella gerarchia della Loggia al M.V. ed ai Dignitari
seguono gli Ufficiali di Loggia (Copritore interno ed esterno, Maestro
delle cerimonie, Primo e Secondo Diacono, Elemosiniere, Fratello Terribile,
ecc.): essi contribuiscono alla conduzione della Loggia secondo
il loro ufficio o il loro servizio.
Uguaglianza – Principio per cui tutti gli uomini sono uguali tra loro
dinnanzi alla legge ma, in special modo, innanzi a Dio. L’Uguaglianza
presuppone il superamento dei bisogni materiali condizione che consente
l’effettiva (e non formale) parità tra soggetti.
Ulam – Prima parte del tempio di Salomone. L’edificio era diviso in
tre ambienti: il portico (ulam), il Santo (hekal) e il Santo dei Santi (debir).
Ulivo – Simbolo di carità, mansuetudine ed unione civile tra le genti,
l’Ulivo è un elemento di riconciliazione tra Dio e gli Uomini (vedi Pasqua)
. La sua capacità non solo di superare le difficoltà unita a quella di rinascere
dopo essere stato abbattuto ne fanno il simbolo della vita e della capacità di
sconfiggere le avversità e la morte stessa.
Umiltà – Virtù fondamentale alla base dell’uomo di buoni costumi: il
concetto di umiltà indirizza a un’intrinseca stima di se stessi.
Universale – Concetto generale ed astratto nella sua idea di massima
comprensione ed estensione .
Uzza! o Houzzè! o Houzzà! – Acclamazione utilizzata internazionalmente
dalle associazioni massoniche. Di origine incerta potrebbe derivare da “Oza”,
“Forza, Vita”, oppure da “Houza, Houzze” dall’olandese “Hou
zee” (grido di gioia dei marinai prima di prendere il largo e che
significava “Tiene il mare”), oppure da “Hozè”, che
significherebbe “Benediciamo il Signore”, oppure da “Houza” che
è il nome di Dio in arabo.
Valle – Area geografica in cui, originariamente, si suddivideva
amministrativamente un’obbedienza massonica (es. l’entità geografica ove è sita
Jesi è denominata Valle dell’Esino). La scelta del termine “Valle”
è un segno di umiltà e di onestà dell’Ordine: si definisce così, infatti, per
il livello necessariamente inferiore dell’iniziazione all’Ordine rispetto
all’alta iniziazione degli Alti Gradi.
Vedova – Termine che designa simbolicamente la Massoneria: i Massoni sono
infatti chiamati “Figli della Vedova” al pari di Hiram
anch’egli figlio di madre vedova. Per altro verso l’appellativo può riferirsi
al mito di Iside ed Osiride nel quale la prima, vedova del secondo – quindi
della Luce-, parte alla ricerca delle membra disperse del coniuge. La
ricerca di Iside richiama la ricerca che deve effettuare il Massone
identificato con Horus: quest’ultimo, figlio di Iside riceve con l’abbraccio
della madre la trasmissione del potere della conoscenza, della
consapevolezza e della trasformazione.
Venerabile – Abbreviazione di Maestro Venerabile. Dal latino “venerari” da “venia”,
indulgenza, favore, perdono è derivato “venerabilem” composto
da “venerari”, venerare, ed il suffisso “bilem” che
indica potenzialità: titolo è, quindi, assegnato a colui che ha manifestato la
potenzialità di chi è degno di venerazione in quanto portatore di un modello
ideale di vita o di pensiero.
Venere – Nome romano della divinità greca rispondente al nome di Afrodite,
simbolo di bellezza e di armonia la cui statua, della triade del simbolismo
delle Luci, è posta in prossimità dello scranno del Primo
Sorvegliante.
Verbale – Nel corso della tornata il Segretario redige un verbale
riassuntivo ad attestare e ricordare ciò di cui si è trattato durante i
lavori: di esso deve essere data lettura o al termine della tornata, per
conferma da parte dei fratelli e delle sorelle, oppure all’apertura della
tornata successiva per ulteriore verifica. .
Virtù – Virtutem, accusativo di virtus, indica valentia, valore, forza
V.I.T.R.I.O.L. – Acronimo della frase di origine alchemica “Visita
Interiora Terra Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem”. Campeggia nella
Camera di riflessione.
Vizio – alcuni vogliono derivante da “evitare”, “schivare” e
altri dal tema “viet”, dal sanscrito “vyath-ate”, dal
significato di “vacillare”.
V.L. o Vera Luce – Datazione massonica che parte dalla
creazione nel mondo (anno di Vera luce = V:.L:.). Tale creazione viene
ipotizzata avvenuta 4000 anni prima della nascita di Cristo all’era del bronzo
periodo in cui l’Umanità ha creato un metallo non esistente in natura. Alla
data attuale dell’Era Volgare (E:.V:.), vanno aggiunti quindi 4000 anni. Es:
l’anno 2016 dell’Era Volgare, corrisponde al 6016 Anno di Vera Luce
Volta stellata – Soffitto di un tempio massonico che riproduce il cielo nel
giorno del Solstizio d’estate. Simbolicamente rappresenta la costruzione del
Tempio non ancora finita, a simboleggiare che i lavori del Tempio interiore per
un massone non finiscono mai.
Volta d’acciaio – Omaggio reso nel tempio in occasione dell’insediamento
del MV oppure a un visitatore illustre: nell’occasione i membri della loggia,
allineati su due file, incrociano le spade e formano una volta sotto la quale
passa il MV insediante oppure il visitatore.
Xerofagi – Poichè nel 1838 papa Clemente pubblicò la bolla “In
eminenti apostolatus specula” con la quale condannò la massoneria e
comminò la scomunica ai Massoni, questi ultimi, tra l’altro ed al fine di non
essere scoperti, presero ad appellarsi come “xerofagi” cioè
mangiatori di cibo secco, con riferimento al fatto che nelle loro riunioni
avevano bandito l’uso di ogni bevanda alcolica.
Zenit – Punto del cielo situato sulla perpendicolare rispetto
all’osservatore e raggiunto dal Sole nel suo meridiano. L’opposto è il Nadir
(Vedi).
Zodiaco – Sistema simbolico che rappresenta un percorso di conoscenza
iniziatica: al contrario di quello astrologico per i massoni non ha valore
divinatorio.
Zolfo – Elemento chimico che si mostra di colore giallo chiaro e che brucia
con luce azzurrognola: si tratta di un metallo simbolico ottenuto
dall’interazione tra il Fuoco e l’Aria: lo zolfo (sulfur) è il simbolo
dello spirito, fuoco rivelatore racchiuso all’interno di ciascun uomo.