Uno dei passi del rituale che maggiormente attira la mia
attenzione (e non da oggi) e sul quale vorrei tentare qualche riflessione è
quello che indica gli scopi per i quali una loggia si riunisce e lavora insieme.
Il passo è noto se non altro perché lo
sentiamo ogni giovedì sera:
M. Ven.: Fratello Primo Sorvegliante a
quale scopo ci riuniamo?
1 0 Sorvegliante: Per
edificare templi alla virtù, scavare oscure e profonde prigioni al vizio e
lavorare al bene ed al progresso dell’umanità.
Il rituale scandisce quindi in modo netto e senza perifrasi
quale debba essere l’obiettivo che ogni singolo fratello e la Loggia nel suo
insieme debba porsi nel suo modo di pensare, di agire di porsi nei confronti
degli altri.
In questi ultimi tempi discutendo del malessere (non
uso più la parola “crisi”) più o meno diffuso che l’officina sta
vivendo qualcuno ha pensato di intravedere nella mancanza di un obiettivo e di
un metodo una delle possibili cause di tale malessere.
Per quanto concerne l’obiettivo quindi non credo si
possa sostenere che esso non sia chiaramente esplicitato e soprattutto ci viene
dalla fonte più autorevole cui ci si possa ispirare e cioè dal rituale.
La difficoltà nasce come sempre quando dal piano dei principi
e dell’enunciazione teorica si scende all ‘interpretazione diciamo cosi
“operativa” del messaggio.
E cioè cosa esattamente vuol dire quella frase e cosa
sul piano pratico è necessario fare per rispettarne il dettato?
Si riapre cosi inevitabilmente ed inesorabilmente la
consueta dicotomia fra Massoneria speculativa e Massoneria operativa con tutti
gli equivoci che una tale distinzione porta con se.
Equivoci, si badi bene, che sono il frutto, a mio
modo di vedere, dell’incapacità della Massoneria moderna di darsi una chiara
fisionomia sballottata com’è fra il desiderio di uscire all’esterno ed equipararsi
alla miriade di associazioni esistenti nel mondo con più o meno declamati scopi
sociali, e venire quindi assimilata e riconosciuta dal mondo profano, e l’antica
vocazione al segreto, alla riservatezza, al voler essere un qualcosa di diverso
e distaccato da quello che la civiltà moderna propone nel suo inarrestabile
continuo e confuso cambiamento.
Tradizione e modernismo, riservatezza e trasparenza
questi gli inconciliabili opposti che si vorrebbero realizzare dimenticandosi
che l’ambiguità non fa che accrescere la confusione e rendere agli occhi esterni
sempre più opaca la nostra immagine.
Probabilmente ben diversa era la posizione dei
nostri antichi fratelli per i quali il viaggio verso la costruzione di una
nuova cattedrale trovava immediato riflesso nel viaggio interiore verso la
purificazione del proprio spirito e della propria mente.
L’operatività cioè era il più evidente riflesso del lavoro
speculativo e la bellezza esteriore dell’opera rimandava alla bellezza
interiore dell’anima e tanto più bello era il manufatto tanto più esso
dimostrava anche il percorso interiore compiuto da chi lo aveva eseguito.
Credo che al termine della costruzione della Cattedrale di
Chartres i componenti delle logge che vi avevano lavorato si siano sentiti più
vicini al Grande Architetto dell ‘Universo e nel contempo potevano con fierezza
affermare di aver lavorato al bene ed al progresso dell’umanità. Sempre che si
sia d’accordo nel ritenere che, l’edificazione di una cattedrale, contribuisca
all’idea di lavorare al bene ed al progresso dell ‘Umanità.
Non sono del tutto sicuro che tutti
condividano quest’affermazione.
Anche tra la fine del settecento e per tutto il secolo scorso
la Massoneria ha trovato, nella ricerca di libertà uguaglianza e fratellanza,
un modo per lavorare al bene ed al progresso dell’umanità. Forse questo
progetto non è altrettanto ben riuscito rispetto ai precedenti tuttavia questo
ha permesso ai fratelli di avere un obiettivo ed un progetto comune su cui
lavorare e su cui impegnarsi.
È quindi necessario prendere spunto e fare tesoro delle
esperienze del passato per trovare un ruolo ed uno scopo anche alla Massoneria
del 2000.
Non vi è dubbio che nel mondo moderno i principi di
libertà fratellanza ed uguaglianza siano ancora dei semplici sogni ed anche il
desiderio di una ricerca interiore che porti a dare qualche barlume di risposta
alle eterne domande che ieri come oggi l’uomo si pone sono lontanissimi, forse
ancora più lontani, che in passato.
E che il problema sia sentito lo dimostra il continuo
nascere di nuove tendenze pseudo religiose e pseudo iniziatiche.
Lo stesso cosiddetto “popolo di Seattle” è la
conferma di un’umanità in confusione che cerca disperatamente di staccarsi
dagli stereotipi della civiltà dei consumi della crescita senza fine e della
globalizzazione che sa tanto di “grande fratello”.
Ho la sensazione che molti, fra gli assertori della bontà
della globalizzazione, sentano, comunque, qualcosa di stonato in questo mondo
che corre sempre più veloce verso non si sa bene quale futuro.
Ho in mente l’immagine di un corpo celeste che penetrando
nell’atmosfera corre sempre e sempre più forte ed inarrestabile verso la
disintegrazione.
La nostra Istituzione può rappresentare e rappresenta (noi
lo sappiamo bene) un’oasi di non conformismo e di non assimilazione sul fronte
della ricerca di un equilibrio di un’equidistanza fra le tensioni e le
pressioni d’ogni tipo cui questa civiltà ci sottopone.
Proprio le diverse opinioni ed il continuo confronto ci
costringono a riflettere, a non dare nulla per scontato ed a ritenere giuste e
corrette le varie visioni del mondo che ciascuno di noi si è faticosamente
costruito ma che.ha certamente smussato e modificato grazie all’opera corrosiva
dei fratelli e delle “loro” visioni del mondo.
E se questo non è avvenuto allora vuol dire che si è
capito poco dell’Istituzione perché il rimanere attaccati alle proprie visioni
del mondo senza accette quelle degli altri ed in qualche modo cercare di
comprenderle rappresenta il contrario dello scavare oscure e profonde prigioni
al vizio.
Questo rallenta certamente il cammino ma non dev’essere la
fretta l’ispiratrice del nostro crescere quanto una ponderata convinzione
verificata e riverificata dal confronto con gli altri.
Ora il punto è che noi non siamo in grado di trasmettere
all’esterno questa enorme ricchezza
Non ho le idee chiare sul perché di questa nostra
incapacità; posso solo costatarla e formulare qualche ipotesi ma è Certo che
tutti i tentativi sin qui fatti per farci conoscere sono stati dei mezzi
fallimenti quando non sono stati addirittura ridicolizzati (mi riferisco a
certe trasmissioni televisive in cui o ci siamo dati la zappa sui piedi da soli
o l’ironia e la prevenzione degli intervistatori ha contribuito a rendere
praticamente nullo qualsiasi tentativo di trasmettere messaggi).
E poi eravamo e siamo sempre, a torto od a ragione, sul
banco degli imputati e questo certamente non aiuta.
Qualcuno dirà, ed io sono parzialmente d’accordo, che
questo è il segno dei tempi e che non vi è nulla da fare verso l’inarrestabile
decadenza ma vi ricordo, cari fratelli, che uno dei compiti più importanti che
abbiamo è quello di trasmettere il nostro messaggio ad altri che a loro volta
continueranno a trasmetterlo ad altri perpetuando quell’ininterrotta catena che
parla di tradizioni, di simbolismi, di tolleranza, di desiderio di conoscenza,
di voglia di non assimilazione.
Siamo fra i pochi, credo, che può, se non arrestare almeno
ritardare, la marcia del Grande Fratello.
Anche se il nostro cammino verso la luce, ormai ce ne siamo
resi conto quasi tutti, è un’utopia tuttavia noi abbiamo il dovere di
permettere ad altri di poterlo percorrere e magari anche di arrivarci e quindi
il nostro compito è ugualmente importante.
Se non possiamo arrivare all ‘uva facciamo almeno in modo
che la pianta non secchi !
Ecco allora l’importanza di trovare degli strumenti in
grado di far conoscere tutte le opportunità che sono a disposizione di coloro
che si trovano nella condizione intellettuale di rifiutare I ‘omologazione.
Noi non dobbiamo gettare i semi confidando in quelli che,
cadendo nel fertile terreno, daranno frutto perché, questo, equivale a sparare
nel mucchio e abbiamo visto che non funziona, noi dobbiamo andare alla ricerca
della pecorella smarrita e compito di tutti noi deve essere quello di vigilare
per individuarla.
Quanto agli strumenti poi ho la sensazione che essi
esistano già e copiosi e sono la storia che abbiamo alle spalle che ci parla e
ci indica il percorso, abbiamo l’esperienza maturata da tanti validi fratelli
oggi come nel passato, abbiamo i simboli
ed i rituali
fonti inesauribili di insegnamenti da decodificare per essere meglio
assimilati.
E questo è il compito della Massoneria in generale e di
ogni officina in particolare qualora possegga i requisiti e la convinzione che
questa possa essere una giusta strada da percorre.
Ed ecco quindi affiorare, in tutta la sua semplicità, il
significato di quella frase del rituale.
Lavorare al bene ed al progresso dell ‘umanità non
significa altro che adoperarsi affinché il nostro messaggio possa essere
trasmesso a quanti, con la nostra sagacia, sapremo portare fra noi accettando
le sfide del mondo profano ma combattendole a nostro modo: con determinazione
ma senza far rumore.
La Massoneria
si basa, a mio parere, su tre cardini principali: lo studio dei simboli,
l’ascolto dei fratelli e la partecipazione attiva al rito.
In questa tavola ho cercato di
approfondire il significato del rito e del motivo per cui lo riteniamo cosi
importante.
In situazioni di tipo conviviale
udiamo sovente frasi come, “il brindisi di rito” , “i saluti di
rito”, fanno parte del linguaggio ordinario. Il “di rito” indica
un qualcosa di dovuto, un po’ noioso, che si deve fare possibilmente in fretta,
per passare alle cose più importanti (spesso sedersi a tavola).
Per noi dovrebbe essere diverso.
Noi amiamo affermare che il lato
fondamentale del nostro lavoro è la perfetta esecuzione del rito di apertura e
chiusura dei lavori; il resto, le tavole, gli interventi, le proposte sono
tutte cose in più che potrebbero anche non esserci. Non so se ciò sia vero, è
comunque indicativo del valore attribuito.
Per il vocabolario italiano il
termine Rito indica: “L’insieme di azioni, preghiere e formule che,
disposte secondo una successione prestabilita, sono necessarie per stabilire il
rapporto con la divinità”.
Nel glossario di vocaboli di
significato speciale, a cura della R:.L:. Pedemontana, il Rito viene definito :
“Cerimonia simbolica, conforme all’Ordine universale e perciò simbolo di
questo. E un simbolo agito ed ha un’efficacia diretta sulla natura dell’essere
che lo compie o comunque vi partecipa, anche se non ne ha coscienza
attuale”.
Rito deriva dal latino ritum che
originerebbe dalla parola sanscrita r-tà; oltre al significato di
“cerimonia, consuetudine, modo, costume tradizionale”, le si deve
attribuire un concetto ben più interessante e profondo ovvero di “armonia
ordinata”5 Il rito è dunque legato al
concetto di armonia.
Una sera un signore libero e di
buoni costumi si reca in Piazza Vittorio, resta un certo periodo di tempo in
una stanzetta cieca, in seguito, dopo l’esecuzione del rituale di Iniziazione,
quel signore è diventato a tutti gli effetti e per sempre un Iniziato, un
Massone.
E ancora, ogni giovedì sera
entriamo in una stanza assolutamente normale, la “arrediamo”,
eseguiamo un rituale d’apertura e da quel momento quella stanza, qualunque essa
sia, diventa un Tempio. Al termine, essa ritorna ad essere una stanza qualsiasi.
Pubblicazioni ad interesse storico
o antropologico trattano di riti magici, riti religiosi ed altri, così come nei
vari Dizionari Massonici o nei libri sulla Massoneria vi sono lunghe
disquisizioni sui vari possibili riti (Rito Scozzese Antico ed Accettato, Arco
Reale, ecc.), ma su che cosa sia realmente un rito, come e perché agisca e a
cosa serva, le notizie sono molto scarse.
A. Panaino:
“Riflessioni inattuali intorno ai concetti di Rito e Ritualità”.
Hiram 2/2000 pag. 51.
AI fondo di
questa tavola ho raccolto alcune definizioni di Rito e Rituale tratte proprio
da dizionari massonici. Vi prego di notare come, in qualche caso, siano copiate
una dalle altre.
Il rito ed il rituale massonico
presentano una serie di significati molto complessi.
Il primo e più evidente è rappresentato dall ‘ordine.
In questo ambito riconosco
l’ingresso in tempio: i fratelli incedono lentamente secondo un criterio
preciso, in silenzio, al suono di una musica.
Anche lo svolgimento degli
interventi rientra nella medesima sfera d’azione: la parola viene data ad un
fratello per volta, ci si rivolge sempre e solo al Maestro Venerabile e non si
assiste a discussioni tra fratelli.
Lo sviluppo ordinato della tornata è fondamentale ai
fini della concentrazione.
Nuovamente l’ingresso in tempio
e la nostra posizione d’ordine sono molto evocativi di questo secondo
significato. La capacità di lasciare fuori dalla porta i nostri pensieri,
futili o gravi che siano, è essenziale al fine di una reale efficacia delle
nostre riunioni.
Vi è ovviamente di più. Il mettersi
all’ordine rappresenta un momento importante per realizzare chi siamo e dove
siamo in ‘quel preciso istante. Alcune situazioni come l’accensione delle tre
luci ed il tracciamento della tavola sono sicuramente dei momenti topici del
nostro rito. Scagli la famosa prima pietra il fratello che riesce sempre a
mantenersi concentrato in tali momenti.
E ciò è purtroppo grave.
Talora mi chiedo come sarà possibile
avere la consapevolezza di essere un Massone in ogni momento della mia vita, se
non riesco a restare concentrato neppure nei pochi minuti dello svolgimento del
rituale di apertura.
“Tutta la forza della dottrina del
Buddha consiste nel dominio della mente. Se domini la mente avrai il controllo
sul corpo e la parola. La padronanza della mente si raggiunge essendo sempre
consapevoli di tutti i propri pensieri e delle proprie azioni. Se resti sempre
consapevole praticando la tranquillità e l’introspezione prima o poi sarai in
grado di riconoscere la saggezza anche in mezzo alle attività ed alle
distrazioni di tutti i giorni.
Poiché la consapevolezza è la
soluzione e la cura di tutte le afflizioni del samsara”.
DLGO
w-1YENTSE RIMPOCE (Viaggio l’illuminazione).
“La vita è quella cosa che
ci accade mentre siamo occupati a pensare ad altro”.
JOHN LEÈ•OJON citata da Anthony De Mello.
Che cosa sto facendo e perché? Penso
che questa sia una domanda che dovrei pormi più sovente. In tempio e fuori.
Restando in ambito Buddhista potrebbe essere un buon Mantra.
Il rito ed il rituale, con la
loro straordinaria ricchezza di simboli, rappresentano inoltre un fondamentale
mezzo di comunicazione.
I rituali sono messaggi che ci giungono dal passato.
Noi usiamo sovente il termine Tradizione
per indicare i mittenti di tali messaggi, sulla definizione di questo termine
in Pedemontana si potrebbe parlare per ore.
Il nostro primo dovere è di
trasmettere intatto questo insegnamento alle generazioni di fratelli che ci
seguiranno, anche se non capiamo assolutamente nulla di ciò che significa.
Un altro aspetto della
comunicazione è rappresentato dalla “curiosità” ed interesse che ci
suscitano i contenuti di questo insegnamento.
Perché apriamo a mezzogiorno, e chiudiamo a
mezzanotte?
Perché tutto il rituale d’apprendista è diviso per
tre?
Perché si accende il testimone?
Perché in grazia dell’ora e dell ‘età? E così
all’infinito.
Il terzo e più importante livello
di comunicazione è legato all’azione che il rito dovrebbe avere direttamente
sui partecipanti. È difficile definire in che termini; questo dipende dalle
nostre personalissime convinzioni, tuttavia credo che tutti noi in qualche
particolare momento “sentiamo” qualcosa di diverso, di più profondo
rispetto a quello che semplicemente “udiamo” .
E suggestione? E l’azione del rito? Il
rito ed i simboli ci comunicano qualcosa? E noi sentiamo? O ascoltiamo
semplicemente delle formule lette su un libro.
Ammesso che l’azione del rito sia reale, noi siamo
recettori inerti?
Gli attori del rito siamo noi;
allora sarà probabile che l’azione sia più efficace se è presente una consapevolezza,
una concentrazione, un ordine.
Mi sembra ovvio che la
differenza tra un disegnino infantile su una lavagna ed “il Tracciamento
della Tavola” non dipenda dal disegno in sé, ma, evidentemente, dalla
situazione e dalla nostra personale capacità di intuizione.
Si parla infatti di partecipare al rito e non di
assistere.
Nel rito massonico, ed in
particolare nella Catena d’Unione, si riconosce anche un importante aspetto di
legame, di coesione tra i fratelli.
L’azione della Catena d’Unione è
definita dal fratello Adriano come: “La necessità, da un lato, di porre la
massima cura a non consentire l’insorgere nel proprio animo di
“resistenze” indebite onde non danneggiare se stessi o gli altri Fratelli
con un ‘azione tecnicamente destabilizzante e, dall’altro, di mantenere
costante un legame armonico con i Fratelli onde non ostacolare il flusso
regolare delle energie e, conseguentemente, sminuire, se non annullare, I
‘efficacia del rito”?.
Ritroviamo dunque quel concetto
d’armonia ordinata che corrisponde alla etimologia sanscrita della parola rito.
Non solo nella Catena d’Unione ma in tutti i riti, come vedremo anche
successivamente, la distrazione o deconcentrazione di qualche fratello, non
rappresenta solo un problema per il medesimo massone, bensì rende meno efficace
l’azione rituale.
In quest’ambito entra il discorso
del ritualismo. Ovvero la degenerazione del contatto tra l’essere ed il fare.
L’esecuzione di gesti verbali e non, senza un coinvolgimento interiore.
L’ossessione del rituale fine a se
stesso, senza chiederci dove siamo, come e perché. È l’ipocrisia in senso
etimologico. In Grecia l’attore che indossava una maschera veniva chiamato
ipocrita. Che letteralmente significa “sotto la maschera” . Di qui il
fastidio che tutti noi proviamo quando assistiamo, durante le riunioni formali,
a tipiche scenette “profano/massoniche”, come baci e triplici
abbracci, dichiarazioni di fratellanza ben sapendo che si tratta di forme
“di rito” come dicevamo all’inizio.
E non basta, esiste anche
l’esecuzione, magari concentrata, di forme “pseudorituali”, o di
rituali fasulli. Un rituale per definizione deve essere semplice e puro; con un
significato simbolico preciso per ogni atto eseguito. Quando i partecipanti,
che ignorano del tutto o in parte tale significato, aggiungono forme
7 Tavola: “Alcune riflessioni sul Rito della Catena
d’Unione”, 1999 Fratello A. O.
esteriori, anche belle, ma prive di un contenuto
simbolico reale, si ottiene una “intossicazione” del rito, con il
grave rischio di non sapere più riconoscere il reale dal formale.
Per contro, ogni volta che una
tornata è particolarmente riuscita, o quando un’iniziazione eseguita in maniera
corretta, permette, in qualche misura, di vivificare il ricordo della nostra,
si crea davvero un forte legame che ci unisce, che non credo dipenda solo da
una manifestazione di tipo emozionale.
In qualche particolare situazione
ci rendiamo conto di non essere solo temporanei compagni di viaggio, ma di
essere Fratelli, nel senso autentico. Di vivere insieme, di cercare insieme,
che è poi una delle fondamentali funzioni della Loggia massonica.
Il rito è dunque un comportamento
individuale e comune nello stesso tempo che coinvolge il Fratello e la Loggia
cui appartiene. La Loggia, con l’azione del rito, permette di risvegliare in
ogni massone la possibilità di una crescita interiore.
Resta l’ultimo e più profondo
significato del rito. La capacità, eseguendo correttamente il rituale, con la
giusta concentrazione e disponibilità, di metterci in contatto con il Sacro.
L’azione teurgica del rito. Così
l’aveva definita il Fratello Lino in una tavola del 19948 .
Qui il parlare diviene difficile.
Se pensiamo che esista una realtà
sovrarazionale, e che tale realtà sia in qualche modo avvicinabile dall ‘essere
umano, allora questa azione è vagamente comprensibile.
Non so in che modo, ma è l’niziazione a rendere per noi
accessibile questa sfera.
In Massoneria la presenza di un
rito in tutte le riunioni esprime una certa concezione del mondo e dell’uomo.
Noi non parliamo di religione, tuttavia attraverso il rito stabiliamo una
relazione con quell’entità assolutamente misteriosa che definiamo Grande
Architetto dell ‘Universo.
Il rito massonico, come abbiamo
visto, è in grado di trasformare una stanza in tempio, un profano in iniziato,
di cambiare lo spazio ed il tempo, permettendo l’ingresso in uno spazio e in un
tempo radicalmente diverso da quello della nostra vita quotidiana.
La loggia va da occidente ad
oriente, da settentrione a meridione, dallo zenit al nadir. Si apre a
mezzogiorno e si chiude a mezzanotte. In punto.
Tutto questo grazie al rito.
Perché tutto ciò accada si richiede che tutti i
presenti siano iniziati.
“LE Parole Sacre che la
Tradizione orale ci tramanda non possono avere l’unico compito di riprodurre in
suoni i contenuti di simboli o di segni grafici: quelle Parole devono essere Parole
di Vita, cioè far si che la vita che in esse è contenuta si riproduca nelle
nostre vite e le animi dall’interno”[1].
Questa frase tratta da una
tavola del Fratello Fabrizio ci aiuta a capire meglio questo tipo di azione. La
partecipazione al rito consente all’Iniziato di vivificare quella particella di
Divino, in lui contenuta, non in modo automatico o passivo, ma fomendogli la
“linfa vitale” che gli permetterà di far crescere ed elaborare il
tutto nel suo intimo.
Tavola: “Rito”, 1994 Fratello R. S.
Come e in che misura avvenga
tutto ciò mi è purtroppo ignoto e va molto al di là delle mie scarse capacità.
La trasformazione
(trasmutazione?) del nostro Io disordinato e multiforme in un essere armonico
ed ordinato rappresenta, per noi, un obiettivo primario.
Durante il rito ci è offerta la
possibilità sia singolarmente, sia come Loggia di “armonizzarsi”, di
“sintonizzarsi” con i disegni del Grande Architetto dell ‘Universo.
Peccato che noi ce ne rendiamo conto solo per brevi
attimi. Sovente ci capita di pensare ad altro.
S. Cinn,
RITO
Termine di incerta etimologia: secondo alcuni deriverebbe
dal sanscrito “ria” che significa “ordine”, indica un
insieme di norme e di azioni, in gran parte simboliche, che vanno applicate
fedelmente sul piano religioso, per realizzare la comunicazione tra il singolo
(o un gruppo) e la Divinità. Tra i riti più importanti sono: il Sacrificio (v.)
e la Preghiera (v.).
“Riti e rituali nella storia dell’uomo”, osserva
G. Capruzzi, “sono stati sempre innumerevoli e di varia natura e di varia
origine. Ma nelle più svariate manifestazioni di ritualità, troveremo sempre un
costante rapporto fra l’uomo e certe forme esteriori. Così possiamo incontrare,
nello studio della materia, le più impensabili classificazioni di riti;
classificazioni che, tra l’altro, possono essere anche oggetto di esame da vari
punti di vista. . . . La Scuola Sociologa francese (E. Durkheim) divide ad
esempio i riti in positivi e negativi, i primi sarebbero quelli che esaltano il
principio unificato della vita sociale (riti sacrificali, riti mimetici, di
espiazione); i secondi, invece, sarebbero quelli che impediscono il contatto
(nocivo) dei profano con il sacro : questi sarebbe, per esempio, il calendario
– ritualmente inteso – come espressione della discriminazione dei giorni
festivi (sacri) da quelli comuni (profani); sarebbero anche le iniziazioni in
genere – dal punto di vista sociologico – che si sostanzierebbero in riti di
separazione di alcuni uomini da altri; le pratiche ascetiche che sarebbero
separative (tra l’individuo singolo, di fronte al resto del gruppo ecc.)”.
(da R. M. 1. 9, nov. 1974).
Scrive A. Corona (Hiram n. 6, giugno 1986):
“Per quanto riguarda la Comunione Massonica Italiana essa considera i Riti
come Corpi Massonici deputati ad accrescere la sapienza iniziatica dei Fratelli
ed afferma, nella certezza di essere nel vero, che i primi tre gradi
costituiscono la parte essenziale della Massoneria. Basterebbe osservare che,
mentre in tutto il mondo esiste la Massoneria, la stessa cosa non può dirsi per
i Riti. Comunque anche laddove i Riti esistono, essi si trovano in modo altemo:
ora l’uno ora l’altro, mentre la Massoneria è la “conditio sine qua
non” perché esistano i Riti. E, tuttavia, è doveroso riconoscere che se i
Riti adempissero al propri compiti sarebbero utilissimi, perché è naturale che
molti Fratelli Massoni, arrivati al Terzo Grado, maturino particolari vocazioni:
vi sono quelli che vogliono approfondire i temi ritualistici, vi sono quelli
che affrontano i temi filosofici, quelli che preferiscono i temi etici e, così
via, per le vane inclinazioni di ogni Fratello. Dunque il compito dei Riti è
tutt’altro che secondario e tutt’altro che inutile”.
Bisogna evitare però che i Riti si rivelino scatole vuote
e cioè, che anziché arricchire la filosofia sapienziale dei Fratelli, si
limitino a funzioni burocratiche quali la raccolta di ulteriori capitazioni o
alla consegna di medaglie e medagliette, di sciarpe, feluche, cilindri e
nastrini di decorazioni e di altre cose molto importanti nel mondo profano. Se
nel mondo profano ad un simbolo non corrisponde un significato e un contenuto
la cosa non è particolarmente grave.
In Massoneria, invece, ogni cosa, ogni simbolo deve
avere il suo significato, deve avere la pienezza di un contenuto.
In Massoneria è l’insieme delle dichiarazioni, degli
atteggiamenti e dei movimenti simbolici risalenti alle origini di quello
spiritualismo occidentale da cui nacquero la Misteriosofia, la tragedia greca
ed alcune scuole filosofiche, tra cui quella di Pitagora scrive C. H. Claudy
(Introduzione alla Massoneria, Edizioni Bastogi, Foggia 1983): “11 Rituale
il filo che ci unisce ai nostri predecessori i quali, con i loro Rituali si
collegavano a tradizioni anteriori. Allo stesso modo i rituali che affidiamo al
nostri fratelli saranno il legame che li unirà a noi, e attraverso di noi, ai
Massoni delle origini. Più noi ci allontaniamo nel tempo dalle nostre origini e
più attenzione dobbiamo prestare nel trasmettere alla posterità i Rituali come
li abbiamo ricevuti. Alterare questa catena di unione significa indurre in
errore coloro che vengono dopo di noi e a nulla varrà invocare da parte nostra
l’errore di chi ci ha preceduto o i nostri vuoti di memoria”.
“I Rituali detti iniziatici” scrive M.
Eliade (La nascita mistica, Morcelliana, 1974) “denotano, spesso, una
deplorevole povertà spirituale. Il fatto che gli adepti abbiano potuto vedervi
dei mezzi infallibili per accedere alla gnosi suprema prova a che punto l’uomo
moderno ha perso il senso dell’iniziazione tradizionale. Ma il successo di
questi tentativi prova pure il bisogno profondo di essere “iniziato”,
cioè di essere rigenerato, di partecipare alla vita dello spirito.
Da un certo punto di vista, le sette e i gruppi
pseudo-iniziatici svolgono una funzione positiva, poiché aiutano l’uomo moderno
a trovare un senso spirituale alla sua esistenza drasticamente
desacralizzata”.
Cerimonia simbolica, conforme all’Ordine universale
(Sanscrito: rita) e perciò simbolo di questo. E un simbolo agito ed ha
un’efficacia diretta sulla natura dell’essere che lo compie o comunque vi
partecipa, anche se non ne ha coscienza attuale.
L’efficacia di un Rito e subordinata al ricevimento
dell’autorizzazione a compierlo validamente ed al perfetto svolgimento di esso
secondo le tecniche e le regole tradizionali previste. Non deve essere confuso
con la semplice Cerimonia che, priva dei sopraddetti requisiti di simbolicità,
di legittimità e di rigorosa esecuzione, rappresenta solo qualcosa di
inessenziale. La semplice cerimonia agisce a livello psichico, mentre il Rito
agisce a livello spirituale., Dicesi anche Rito quell ‘Istituzione Massonica
che e susseguente ai primi tre Gradi, avente il fine di proseguire lo sviluppo
spirituale dei Fratelli Maestri e di coordinare e seguire con amore e fratellanza
i Lavori dei primi tre Gradi.
(Glossario di vocaboli di significato speciale, a
cura della R:. L Pedemontana).
RITUALE
Aggettivo: ciò che avviene secondo il Rito.
Sostantivo: la codificazione tradizionale delle
Cerimonie che si svolgono nelle diverse fasi e circostanze del Rito, ed il
significato simbolico di ciascuna di esse. (Glossario di vocaboli di
significato speciale, a cura della R:.L:. Pedemontana).
RITO
Complesso di norme che regolano le cerimonie, specie
di un particolare culto religioso.
Tuttavia il termine ha assunto significati
differenti, a seconda dei contesti nei quali è impiegato. Nel linguaggio
corrente, designa ogni specie di comportamento stereotipato, che non sembra
essere imposto da qualche necessità o dalla realizzazione di una finalità
secondo dei mezzi razionali. Sono considerati Riti le istituzioni desuete come
un cerimoniale sorpassato, e le manie sono spesso annoverate nella stessa
categoria. In realtà tutti questi impieghi della nozione si riferiscono a
quello che designa un comportamento sociale, collettivo, nel quale appare più
nettamente al contempo il carattere ripetitivo del Rito e soprattutto quanto lo
distingue dalle condotte razionalmente adattate ad un fine utilitario.
Quindi il rito si presenta come un’azione conforme ad
un uso collettivo, la cui efficacia è almeno in parte d’ordine extraempirico. I
Riti sono sempre in rapporto con miti religiosi o sociali, che simboleggiano e
mantengono in vita, mentre questi sostengono, spiegano e giustificano il Rito
stesso. Il mondo dei Riti è immenso, e penetra il campo della religione, delle
diverse forme di magia (v.), della divinazione (v.) e di pratiche simili, della
vita . civile, dei gruppi e delle società.
I Riti religiosi mirano, come fine primario, a rendere
omaggio alla divinità, e ad attualizzare il sentimento di fascino esercitato
dal sacro, ma comportano anche un ‘idea di efficacia talora puramente
spirituale (l’unione alla divinità), talora anche più materiale (la fecondità
femminile).
I Riti magici invertono il rapporto tra omaggio ed efficacia,
a vantaggio di quest’ultima, che è allora sempre di carattere materiale. Una
forma speciale di Rito è costituito dallo sciamanismo (v.), che consiste in un
Rito di divinazione accompagnato da fenomeni di trance. Lo sciamano diagnostica
una malattia e le sue cause, necessariamente spirituali, poi scaccia il demonio
dal cuore del paziente per apportare la guarigione. Lo studio dello sciamanismo
ha posto in rilievo una spetto interessante, in quanto in molti casi questa
pratica conferisce un’occupazione ed uno statuto sociale a persone aberranti.
I Riti totemici sono destinati a far entrare il gruppo
in rapporto con una o più specie di animali, di piante, e perfino di fenomeni
naturali, considerati come antenati del gruppo con i quali si identifica in
quel momento.
I Riti di passaggio riguardano a loro volta la
totalità delle persone, e rivestono una notevole importanza nell’integrazione
sociale. Tali Riti segnano il passaggio di una persona da uno stato ad un
altro.
I principali sono quattro: i Riti riguardanti la nascita,
l’iniziazione. Il matrimonio e la morte. Nelle società religiose ed esoteriche
l’importanza maggiore è attribuita al Rito di iniziazione, attraverso il quale
il neofita entra a far parte del gruppo. Altri Riti simboleggiano e
sottolineano la distanza sociale, come quelli praticati nel corso della visita
di un dignitario civile od ecclesiastico. La società civile, come quella
religiosa, entra in contatto con il suo sacro mediante Riti compiuti, sia nel
corso di feste (come la festa nazionale), sia durante diverse commemorazioni
(fine di un conflitto, anniversari storici. Il Rito nell’ambito della Chiesa
cattolica ricade nel campo della Liturgia (v.).
(Dizionario Esoterico-Massonico a cura di Riccardo
Chissotti)
RITUALE Termine usato per indicare i libri contenenti
l’insieme delle norme che regolano lo svolgimento dei riti (v). Nell’antica
Roma erano chiamati Libri rituales un gruppo di opere tradotte dall’etrusco (I
secolo a. C.) in cui venivano precisate le norme da seguire nelle varie
circostanze della vita sociale, come fondazioni di città o di templi, proprietà
privata e leggi militari. Nella Chiesa cattolica il Rituales romanum,
promulgato da Paolo V (1614), stabilisce le cerimonie per l’amministrazione dei
sacramenti, le formule per la benedizione e l’ordine per le esequie.
In Massoneria è l’insieme delle dichiarazioni, degli
atteggiamenti e dei movimenti simbolici risalenti alle origini dello
spiritualismo occidentale, da cui nacquero la misteriosofia, la tragedia greca
ed alcune scuole filosofiche, tra cui quella di Pitagora (v.). Secondo il
Claudy (Introduzione alla massoneria, Ed. Bastogi, 1983), “il Rito e il
filo che ci unisce ai nostri predecessori, che coi loro Riti si collegavano a
loro volta a tradizioni anteriori. Allo stesso modo i Riti che noi affidiamo ai
nostri fratelli saranno il legame che li unirà a noi e, attraverso noi, ai
Massoni delle origini. Più ci allontaniamo nel tempo dalle nostre origini, più
attenzione dobbiamo prestare nel trasmettere ai posteri i Riti come li abbiamo
ricevuti. Alterare questa catena di unione significa indurre in errore coloro
che vengono dopo di noi, ed a nulla varrà invocare l’errore di chi ci ha
preceduto od i nostri vuoti di memoria”. Secondo Eliade (La nascita
mistica, Morcelliana, 1974), “I Riti iniziatici denotano spesso una
deplorevole povertà spirituale. Il fatto che gli adepti abbiano potuto vedervi
dei mezzi infallibili per accedere alla gnosi suprema prova a che punto I ‘uomo
moderno abbia perso il senso dell ‘iniziazione tradizionale. Ma il successo di
questi tentativi prova pure il bisogno profondo di essere iniziato, cioè di
essere rigenerato, di partecipare alla vita dello spirito.
Da un certo punto di vista, le sette ed i gruppi
pseudo-iniziatici svolgono una funzione positiva, poiché aiutano l’uomo moderno
a ricercare e trovare un senso spirituale alla sua esistenza, oggi più
dissacrata che mai”. (Dizionario Esoterico-Massonico a cura di Riccardo
Chissotti).
[1]
Tavola: “La buccia e il nocciolo”, 2000 Fratello F.C.
La buccia e il nocciolo la tradizione del profondo
Caro maestro,
in quali testi trovo la nostra tradizione
per poterla conoscere e approfondire?
Quante volte ci siamo sentiti rivolgere questa domanda da
chi, entrato dopo di noi nella Istituzione, sperava che avessimo delle risposte
precise per districarsi in uno spaventoso labirinto, costituito da migliaia di
testi, che si rifanno tutti, a maggiore o minore diritto, a qualche forma
tradizionale, orientale o occidentale, alchemica, magica, yoga, taoista,
guénoniana, cristiana, buddistica.
Mi pare quasi di sentirmi chiedere una informazione
stradale “Scusi, non conosce, per caso, l’indirizzo della tradizione?”
Nella cultura del mondo moderno la domanda è più che
giustificata. Se amo la letteratura andrò in libreria e nelle biblioteche, se
sono appassionato di musica ci sono i teatri e i conservatori, se prediligo la
pittura diventerò assiduo frequentatore di musei. Ha senso affermare che la
Tradizione è completamente contenuta nei simboli presenti nei nostri templi,
nei rituali che andiamo ripetendo, nei testi fondamentali della Istituzione?
Io penso che la Tradizione sia calpestata e offesa quando
è segregata dalla vita quotidiana e ingabbiata in qualche ora alla settimana
trascorsa in tempio, quasi il suo compito fosse quello di isolare e
pietrificare il sacro e non quello di nobilitare quotidianamente la natura
umana.
Troppo sovente si ha l’impressione che la Tradizione sia
ridotta a gesti e parole ripetuti con cura maniacale, a simboli sclerotizzati
dei quali non è ben chiaro quali siano gli elementi che dovrebbero riunire,
secondo il significato etimologico di “simbolo”. Allora, alla domanda
preoccupata di coloro che sono appena entrati, fa eco, talvolta, quella
angosciata di personaggi di lunga militanza, che si chiedono quanto sono
riusciti a progredire nella ricerca.
Forse, qualche volta, si è dimenticato che la ricerca
della Tradizione implica la preesistenza di interrogativi ai quali la
Tradizione costituisce risposta, e una motivazione ansiosa di trovare quella
risposta.
Il vero problema, o meglio il primo problema, non è la
verità della risposta, mala situazione dell’individuo e il suo atteggiamento di
fronte alla vita e quindi I ‘ autenticità dell’interesse a riscoprire le
domande alle quali la Tradizione dà risposta e la disponibilità ad una faticosa
ricerca.
Rituale e insegnamento, azione e scrittura sono, senza
dubbio, due componenti fondamentali della ricerca e dell’approfondimento della
tradizione, ma ne esiste una terza, che ne è ingrediente vitale, anche se, per
la sua natura personale e indescrivibile, sfugge talvolta alla attenzione di un
possibile osservatore esterno. È quella componente che interiorizza
insegnamento, mito, rituale, simboli, senza la quale essi rimangono esteriorità
e parole, sottili ragionamenti chiusi in se stessi. E il momento personalissimo
e delicatissimo della identificazione e della compenetrazione del ricercatore,
dello studioso, con ciò che sente, con ciò che compie, con ciò che gli viene
trasmesso verbalmente o per scritto; la nostra lingua non dispone di parole
adeguate ad esprimere questi momenti di coscienza che non è dottrina, non è
operatività, ma puro stato di sapere intimo e non razionale.
Aperta la buccia del rituale e dell’insegnamento,
giungiamo al nocciolo dal quale dovrà spuntare e svilupparsi quella che siamo
soliti chiamare “realizzazione della iniziazione ricevuta”.
Questa componente misteriosa quanto potente chiamiamo
“tradizione del profondo”.
La Tradizione orale formula; la Tradizione del
profondo evoca. La Tradizione orale tratta dati di fatto permanenti e al di
fuori del tempo; la Tradizione del profondo crea momenti di vibrazione
all’unisono con quei dati di fatto, in ciascuna persona. La Tradizione orale
sussiste in modo indipendente da ciò che accade nel mondo e tende a perpetuare
se stessa, ma essa vive negli uomini nella misura con la quale essi
garantiscono il loro coinvolgimento interiore.
La Tradizione orale si rivolge a tutto un gruppo di
iniziati; la Tradizione del profondo si rivolge al singolo individuo. La
Tradizione orale si trova nelle parole dei maestri e talvolta nei libri; la
Tradizione del profondo si trova nell ‘intimo dell ‘uomo.
Le Parole Sacre che la Tradizione orale ci tramanda
non possono avere l’unico compito di riprodurre in suoni i contenuti di simboli
o di segni grafici: quelle Parole devono essere Parole di Vita, cioè far sì che
la vita che in esse è contenuta si riproduca nelle nostre vite e le animi
dall’interno.
La Tradizione del profondo è questa linfa vitale,
fatta scaturire da quella trasmessa, che compenetra e coinvolge l’uomo nei suoi
momenti di confronto con le domande fondamentali e gli procura le intuizioni decisive,
quelle per cui uno sa certe cose, all ‘improvviso, senza poterle
razionalizzare.
La Tradizione del profondo rifugge dalle
generalizzazioni, dallo spiegare realtà di per sé inspiegabili, dal forzare il
non comune negli angusti limiti del nostro “senso comune”; essa ci
mette in guardia dalle nostre sciocche sicurezze intellettuali e dalla nostra
continua volontà di “comprensione”.
Per altro verso, la Tradizione del profondo ha
necessità di comunicare l’incomunicabile, di fissare intuizioni in idee, per
avere un veicolo di trasmissione attraverso il quale provocare nuove intuizioni
in persone diverse, nel tempo. Ecco allora l’affidamento alla Tradizione orale
di quello che noi chiamiamo insegnamento orale, dottrina, credo. Essa svolge
l’importantissima funzione di cristallizzare (nel senso etimologico della
parola greca “far diventare sale dell’unzione” o “sale
dell’Unto”) le intuizioni della Tradizione del profondo affinché esse
possano svolgere la loro funzione nel tempo.
Senza i contenuti proposti dalla Tradizione orale la
pulsione interiore rischierebbe di trasformarsi in vane elucubrazioni o in
narcisismo spirituale; d’altra parte, per contro l’uomo è sovente tentato di
fare della Tradizione orale un dio da adorare senza contributi personali, perché
è più facile e più comodo, apparentemente, senza rendersi conto di confondere
la mappa con il territorio.
La possibilità di realizzazione passa attraverso la
capacità di mantenere il delicatissimo equilibrio fra i poli opposti, tra
insegnamento e intuizione, tra rituale e risposta personale, tra Istituzione e
individuo, senza mai permettere che la dimostrazione prenda il sopravvento
sulla capacità di umile ma felice compenetrazione, né I ‘ apparenza esteriore
sui contenuti, né la buccia sul nocciolo.
Raggiungere quell’equilibrio vuol dire saper rispondere
alla domanda su dove trovare la Tradizione, ma, soprattutto, significa poter
acquietare l’ansia contenuta nel secondo, più drammatico interrogativo sul
progresso effettivo nella ricerca interiore.
Sono ormai diversi anni, se contiamo il mio periodo di
assenza, che mio suocero, il fratello Beppe Ottella, ormai da tempo all
‘Oriente Eterno, ha dapprima sondato i miei interessi, poi ha valutato i miei
principi profani, ha sondato sulle mie credenze religiose e, solo dopo una
curiosa chiacchierata, mi ha aperto la possibilità di entrare a far parte di
una grande famiglia.
Era così che la chiamava, una grande famiglia di
fratelli, dove i principi di tolleranza, fratellanza libertà ed uguaglianza
erano sempre presenti, diffusi e condivisi. Fu così che nell’ormai lontano 1994
fui iniziato ed entrai anch’io a far parte di quella, questa grande famiglia.
Poi, per vicissitudini più o meno a me note, circa un anno dopo la
“Toro”, Loggia alla quale appartenevo, venne chiusa ed io,
inconsapevole delle motivazioni reali che portarono a tale decisione (mio
suocero venne richiamato all’Oriente Etemo sei mesi prima), mi misi in sonno
non conoscendo la possibilità di poter “migrare” verso altre logge e
non volendo dirigermi verso altre realtà. Ma non smisi di “essere” un
fratello: credo che una volta iniziato, se ha ben meditato nel Gabinetto di
riflessione e se ha ben vissuto il periodo da apprendista, il “vero”
fratello non può annullare il proprio status di massone; credo che dopo un anno
“di silenzio” si impara ad ascoltare meglio se stessi ed a percepire
piccoli bagliori di una luce ancora lontana, bagliori che, grazie ad un amico
divenuto con il mio inserimento nella Loggia, un fratello, e, ora, grazie a
tutti voi fratelli, hanno aumentato la loro luminosità. Tuttavia “Non
tutta la chiarezza di cui hai bisogno ti verrà insegnata, ma molta dovrai
cercarla” mi disse, ancora in vita, mio suocero: e cosi ho fatto, cercando
di comprendere meglio le simbologie, le terminologie ed i rituali, di
apprendista prima e, grazie a Te Maestro Venerabile ed a voi fratelli, di
compagno ora.
Mi vorrei soffermare, a questo punto, su alcune parole
che sono presenti nel rituale di apprendista quando il M:.V:. conclude
l’apertura dei lavori: “tutto in questo Tempio deve essere serietà, senno,
bencfizio e giubilo”.
Premetto che questa non vuole essere una tavola di
istruzione, non ne sarei in grado, ma vorrei condividere con Voi fratelli, ora
che posso, questa conoscenza di concetti a me ancora non sufficientemente
chiari, affinché io possa vedere “con un’altra ottica” la realtà che
tali concetti sono a rappresentare, scoprendo cosi un ulteriore bagliore, un
ulteriore guida verso la Luce.
Riprendiamo quindi le quattro parole prima citate (serietà,
senno, benefizio e giubilo). Da subito una riflessione: quattro sono le parole,
così come quattro sono le “tappe” dei viaggio che l’iniziando deve
effettuare per poter iniziare a “lavorare” sulla sua pietra Credo sia
importante soffermarsi sulla sequenza con la quale queste vengono riportate nel
rituale e citate: condivido infatti la convinzione degli autori che ho letto, i
quali affermano la non casualità del fatto.
Serietà, prima delle parole, sembra, rappresenti lo
stato che deriva dall’aver compiuto il primo “viaggio”
dell’iniziando: il viaggio attraverso la Terra, verso le profondità interne
dell ‘uomo, analizzando la parte intima di se, là dove sono nascoste le nostre
reali debolezze, ma anche le nostre virtù e, non per ultime, le nostre paure. La
serietà dovrebbe nascere dalla consapevolezza che i propri vizi, Iati deboli
della propria personalità, non si possono eliminare, ma devono essere
conosciuti e controllati, e che le virtù, caratteristiche in parte innate in
parte acquisite, devono, al contrario, essere sviluppate. La serietà, mi è
stato detto e ne condivido il pensiero, rappresenta Io stato d’animo con il
quale dobbiamo prepararci ad affrontare il lungo cammino verso la ricerca della
Luce.
Dopo la serietà il M.•.V.•. cita il “senno”. Il senno
si sviluppa con la conclusione del secondo viaggio iniziatico, quello dell
‘aria. Durante questo viaggio il percorso è pieno di trappole ed ostacoli, e
solo con la propria ragione, con l’aiuto di altri e con l’umiltà, la volontà e
la capacità di apprendere, si riesce ad ultimare questa seconda tappa
iniziatica. Il senno deve essere applicato in tutto il lavoro muratorio,
trasformandolo , a seconda delle situazioni, in capacità di scelta, in volontà
di apprendere, capire e oltrepassare il simbolo; è con l’uso della ragione, che
si riesce ad intravedere la molteplicità delle possibili strade o
interpretazioni della nostra ricerca, e ci si rende in tal modo consapevoli che
la nostra può essere solo una delle possibili scelte, giusta solo in quanto
inserita in un sistema strutturato ed organico, come un mattone in una parete.
La capacità di utilizzo del senno ci dovrebbe portare alla
scoperta che la singola realtà, il singolo segno, il singolo simbolo, non hanno
una, ma tante interpretazioni, che possono affiancarsi e sostituirsi l’una
all’altra a seconda del punto di vista dell’osservatore, e un punto di vista
non è migliore dell’altro.
Riporto, perché da me condivisa appieno, una frase che ho
trovato in una delle fonti successivamente riportate, “…come in un
disegno architettonico, che può essere osservato e utilizzato per ricavare
diverse prospettive di uno stesso oggetto, angolazione significa punto di
vista; e visioni apparentemente antitetiche possono essere riferite ad una
medesima rappresentazione della stessa realtà osservata da diverse angolazioni.
[ … ] E il Libero muratore comprende che la sua interpretazione, la sua
visione, non è necessariamente l’unica o la migliore, e che confrontando punti
di vista diversi si ha un reciproco arricchimento ed infine che è importante
non solo l’oggetto della discussione, o del confronto, ma anche il metodo,
l’adoperare il senno; allora tolleranza non è una dichiarazione di buoni
propositi, ma la logica conseguenza della corretta percorrenza del primo tratto
del percorso muratorio”. Attraverso il senno riusciamo a raggiungere una
calma disposizione dell ‘animo che ci permette di esprimere giudizi prudenti,
consapevoli della esistenza di angolazioni diverse della stessa realtà.
Siamo così pronti a comprendere meglio il significato della
terza delle parole che stiamo analizzando cioè “benefizio” . A tale
parola, pur non trovando nelle mie letture la diretta corrispondenza, per
logica conseguenza dovrebbe essere legato il terzo “viaggio” dell ‘iniziando,
quello attraverso l’acqua. In tale viaggio, mi hanno insegnato, l’iniziando si
purifica da ogni impurità, e durante tale purificazione deve saper resistere al
trascinamento delle correnti alle quali, nella vita profana, si abbandonano gli
spiriti volgari. E durante tale viaggio che si dovrebbe apprendere la capacità
di non farsi male influenzare delle opinioni altrui, riuscendo a discriminare
le proprie scelte. Ho letto che è durante questo terzo viaggio che si prendono
le distanze dalla sfera della ragione e ci avvicina a quella del cuore.
Tornando al nostro “benefizio”, la sua etimologia
indica non tanto un vantaggio ricevuto, quanto piuttosto il vero e proprio atto
del “far bene”; rivolto, credo, non tanto verso se stessi, ma
soprattutto verso gli altri, traendone in tal modo una propria soddisfazione
interiore.
Con tale “punto di vista”,
“benefizio” definisce non solamente una tappa fondamentale nella
nostra ricerca interiore, nel nostro percorso verso la Luce, ma rappresenta un
vero e proprio salto nel nostro cammino muratorio.
Infatti, mentre le prime due parole dovrebbero rappresentare
fasi nelle quali si impara a conoscere meglio se stessi, attraverso un percorso
di perfezionamento che riguarda prevalentemente il singolo, la propria persona,
questa terza introduce per la prima volta un esplicito rapporto con le altre
persone, siano essi fratelli o profani, rapporto costituito da attività che non
rappresentano più una semplice passiva osservazione, ma che comportano uno
stato d’animo di disponibilità verso gli altri, con tolleranza e fratellanza.
L’ultima delle nostre 4 parole che troviamo
nel rituale di apertura, è “giubilo”.
Poco, per ora, sono in grado di dire relativamente a
questo termine ed al significato che vi si nasconde dietro. Posso solo dire che
a tale termine è legata la prova del Fuoco, la quarta prova cui è sottoposto
l’iniziando. Durante tale prova quest’ultimo avanza con andatura sicura,
consapevole di aver raggiunto una parziale conoscenza dei propri limiti, di
saper resistere alle tentazioni che possono presentarsi e di essere in grado di
decidere con saggezza. Durante tale prova si raggiunge la consapevolezza di
poter resistere alle passioni (le fiamme) che ci circondano: il calore delle
passioni, ben controllato, ci fornisce l’energia per fare cose nobili e generose.
È giubilo, quindi, il raggiungimento della consapevolezza di avere
“superato” le singole tappe rappresentate dai termini che lo
precedono, di avere preso coscienza dei propri limiti, di essere una parte di
un insieme, i componenti dei quale vanno rispettati; ed è ancora giubilo la
consapevolezza di saper opporre la propria calma e serenità alla foga delle
passioni, che ci porta ad uno stato di felicità e di gioia, quello stato di
felicità e gioia che veniva preannunciato dal “Jobel” ebraico, il
corno – tromba con il quale si annunciava una festa solenne (il giubileo).
Tutto in questo Tempio deve essere
serietà, senno, beneficio e giubilo
D. Grst, I l maggio 2000 dell’e:.v.•.
(1 0 grado)
Fonti consultate: Iniziazione e
segreto massonico, Manlio Maradei; Simbologia massonica, Umberto Gorel
Porciatti; Massoneria Oggi, anno V, no l; Serietà Senno Benefizio e
Giubilo, Alberto Biggi.
Un allevatore di scimmie distribuiva ghiande alla scimmie,
dicendo loro: «vi darò tre ghiande al mattino e quattro alla sera. Che ne
pensate?». Le scimmie si mostrarono innervosite. «Ve ne darò quattro al mattino
e tre alla sera. Che ne dite?». Le scimmie ne restarono incantate.
In realtà non c’era nulla di cambiato, ma la prima proposta
aveva provocato la collera e la seconda la gioia. L’allevatore aveva saputo
adattarsi alla natura delle scimmie. Così il Santo dosa affermazione e
negazione affidandosi al corso del cielo.
27
Di tutto ciò che è al di là dell ‘universo, il Santo
ammette l’esistenza, ma non ne tratta. Tutto ciò che è all’interno
dell’universo, il Santo ne tratta, ma non lo commenta.
28
Sapere che vi sono cose che non si possono conoscere, ecco
il sommo sapere. Colui che sa che il discorso è senza parole e il Tao senza
nome, questi possiede il tesoro del cielo. Versare senza mai riempire;
attingere senza mai esaurire e questo senza saperne il perché, ecco ciò che si
chiama «nascondere la luce».
32
L’ombra dell ‘ombra interroga l’ombra. «Poco fa tu
camminavi e ora ti fermi. Poco fa tu eri seduta e ora sei in piedi. Perché tu
non hai una condotta indipendente?».
L’ombra rispose: «Non dipendo forse da qualcosa, per essere
così? Questo qualcosa non dipende a su volta da un , altra cosa? Io dipendo da
qualcosa proprio come il serpente dipende dalle sue scaglie e la cicala dalle
sue ali. Come potrei io conoscere ciò che fa sì che io ora sia così, ora
altrimenti?»
33
La vita umana è limitata; il sapere è illimitato. Colui che
consuma la propria vita limitata per inseguire l’illimitato sapere giunge
all’esaurimento; esauritosi, vuol sapere ancora e muore così di esaurimento».
46
Zi-qi (…) scorse un albero straordinariamente grande. La
sua chioma avrebbe potuto coprire mille carri tirati da quattro cavalli.
«Che albero è questo?» si chiese Zi-qi. «A che cosa potrebbe
servire? Guardandolo dal basso i suoi piccoli rami curvi e contorti non possono
venire usati per i tetti o le travi. Guardandolo dall’alto. il suo tronco
nodoso e pieno di crepe non può servire a costruire bare. Chiunque assaggi le
sue foglie ne ha la bocca ulcerata e piena di ascessi. Basta l’odore a fare
diventare pazzi e ubriachi per tre giorni consecutivi». Zi-qi concluse:
«Quest’albero è davvero inutilizzabile! Per questo ha potuto raggiungere tale
altezza. Già! L’uomo divino è anche lui null ‘altro che legno inutilizzabile».
97
L’uomo comune ama chi gli somiglia e
detesta chi è diverso da lui
1 19
Una volta il ministro Shun interrogò il sovrano Yao:
«Celeste re, come usate il vostro spirito?» Yao rispose: «Non disprezzo coloro
che non sanno difendersi, non abbandono la povera gente. soffro con coloro che
hanno dei morti; mi rallegro con coloro che hanno dei figli; ho compassione per
le donne. E’ così che uso il mio spirito».
«Tutto ciò è bello – disse Shun – ma non è
grande».
«Allora – chiese Yao – che cosa dovrei fare?» «Colui che
possiede la virtù del cielo – rispose Shun – agisce senza turbare la propria
pace.
La sua influenza cade da lui, come la luna e il
sole spandono la loro luce, come le quattro stagioni si succedono. come il
giorno e la notte tornano con regolarità, come la nube porta la pioggia».
120
(…) Dopo averlo sentito e approvato, Lao Dan gli disse:
«È troppo prolisso. vorrei conoscere l’essenziale della vostra esposizione».
«Si riassume – disse Kong-zi – nella bontà
e nella giustizia».
«Sono davvero la natura dell ‘uomo?»
chiese Lao Dan.
«Sì rispose Kong-zi – perché il saggio giunge alla
perfezione soltanto attraverso la bontà e non può vivere senza la giustizia.
Senza la bontà e la giustizia, che sono veramente la natura dell ‘uomo. che
cosa farebbe l’uomo in questo mondo?».
«Che cosa sono la bontà e la giustizia?»
chiese Lao Dan.
«Avere a cuore la felicità degli uomini e amarli tutti in
egual modo senza distinguere egoisticamente tra loro, questa è la sostanza
della bontà e della giustizia».
«Ah! – disse Lao Dan – una dottrina come questa mi
sembra costruita a cose fatte. L’amore universale è un assurdo, perché
l’altruismo è una forma di egoismo. Volete che il mondo non sia senza autorità?
Guardate dunque il cielo e la terra, le loro leggi sono costanti; il sole c la
luna hanno luce propria; le stelle e le costellazioni posseggono un ordinamento
proprio; gli uccelli e gli animali si riuniscono in branchi; gli alberi e le
erbe hanno proprie conformazioni. Si deve lasciare agire la virtù di ciascuno e
conformarsi al Tao, così si giunge alla perfezione. Perché esaltare sempre la
bontà e la giustizia. come uno che per cercare il figlio in fuga facesse
battere ilo tamburo? A questo modo, non fate altro che perturbare la natura
dell ‘uomo».
140
(…) La decadenza si accentuò ancora di più. I
sovrani Yao e Shun vollero agire sugli uomini. Inaugurarono un’amministrazione
e vollero educare il popolo. La purezza e la semplicità sparirono. Gli uomini
abbandonarono il Tao per praticare il bene».
154
Una volta che Ciuang-Tze pescava nel fiume Pu, il re di Chu
mandò due suoi dignitari a fargli queste profferte. «Il nostro principe –
dissero – vorrebbe affidawi il suo territorio».
Senza rialzare la canna da pesca, senza nemmeno girare la
testa, Ciuang-Tze disse loro : «Ho sentito dire che a Chu si trova una tartaruga
sacra, morta da tremila anni. Il vostro re ne conserva il guscio in un cesto,
avvolto in un panno, in cima al testo dei suoi antenati. Ditemi, questa
tartaruga non avrebbe preferito vivere trascinando la sua coda nel fango?».
«Avrebbe preferito vivere trascinando la sua coda nel
fango» dissero i due dignitari.
«Andatevene allora! – disse Ciuang-Tze –
Anch’io preferisco trascinare la mia coda nel fango».
213
«Quello che avete appena detto rappresenta dunque la
perfezione suprema?» chiese Nan-Rong Chu.
«Non ancora» proseguì Lao-zi . «Ho detto :riuscite a’
tornare bambino? Egli si muove senza sapere quello che fa e cammina senza
sapere dove va. Che il vostro corpo sia simile a un ramo di albero secco! Che
il vostro spirito sia simile alla cenere spenta! Così non sarete visitato né
dall ‘infelicità né dalla felicità».
233
Benché i piedi dell’uomo non occupino che un piccolo spazio
della terra, è grazie a tutto lo spazio che non occupa che l’uomo può camminare
sulla terra immensa. Benché l’intelligenza dell’uomo non penetri che una
particella della verità totale, è grazie a ciò che non penetra che I ‘uomo può
comprendere il cielo.
245
Poca Intelligenza pose questo problema: «La tesi di Ji
Zhen è che nulla agisce all ‘origine del mondo. La tesi di Jie-zi è che
qualcosa guida il tutto. Quale delle due tesi è conforme alla realtà?» Grande e
Imparziale Armonia gli rispose: «Il gallo canta e il cane abbaia, ecco ciò che
tutti sanno. Ma neppure una grande intelligenza conosce quale sia stata
l’evoluzione di questi atti, ne prevede il loro futuro. Le analisi delle cause
e delle fini inducono a pensare che la piccolezza suprema sfugga a qualsiasi
paragone e che la grandezza suprema non possa essere circoscritta».
«Qualcosa guida il tutto» e «mulla agisce all’origine del
mondo» sono due tesi che riguardano le modalità delle cose e in fin dei conti
sono false. (….)
La comparsa della vita non può essere evitata; la venuta
della morte non può essere respinta; vita e morte sono ciò che ci tocca più da
vicino, ma noi non ne vediamo la ragione. In verità, queste due tesi opposte
sono soltanto ipotesi che esprimono il dubbio. Giacche, risalendo all ‘origine
del mondo, io incontro l’infinito; cercandone la fine incontro ugualmente
l’infinito; questi due infiniti che oltrepassano l’ambito della parola riposano
sullo stesso principio che governa gli esseri. La tesi che vi sia un autore del
mondo e la tesi contraria non sono che parole la cui portata si limita all
‘ambito degli esseri».
(passi scelti
da «Zhuang-zi», IV ed., Adelphi 1990.).
I Fratelli di Loggia (e per essi tutti i fratelli del
mondo) con l’atto di ammettere un nuovo anello nella “catena” si
assumono una grande responsabilità. Il candidato non idoneo, se ammesso, sarà
sicuramente, prima o poi, uno scontento e provocherà dei turbamenti più o meno
evidenti che la nostra saggezza vorrebbe fossero evitati. Viceversa, non
ammettere il candidato fornito delle qualificazioni, per eccessive pretese,
sarebbe parimenti un grave errore: chi di noi può assumersi di negare all
‘idoneo l’iniziazione, cioè la possibilità di percorrere una via di
perfezionamento?
La valutazione che ogni fratello dà, deve essere
quindi, come e più di ogni nostro atto in Tempio, adoma di tutte le virtù di
cui sovente parliamo; ma, in sovrappiù, deve essere la più consapevole
possibile.
Il presentatore
Ma la valutazione che ogni fratello fa, al momento
della votazione, su che cosa è basata? Non, di solito, sulla conoscenza
personale, né su capacità specifica riconosciuta al Maestro presentatore (che ,
lo ricordo, deve essere sconosciuto a tutti, tranne che al M:. V:. ), a parte
il non trascurabile fatto che si deve dare fiducia la grado (maestro, appunto)
del presentatore. Egli è colui che, unico di solito,
‘conosce” il candidato e può (serenamente) testimoniare
quegli aspetti del candidato di ordine morale e storico che sono previsti nei
primi 4 punti del questionario oggi in essere e che per comodità qui riporto:
moralità,
costume e reputazione;
probità
costante nel corso della vita;
esattezza
nel disimpegno dei doveri del proprio stato;
fermezza
di carattere nei principi professati
Solo in presentatore, dicevo, può assumersi la
responsabilità di questi aspetti in quanto è abbastanza trasparente che i Tegolatori
non possono scoprirli (o perlomeno ciò è molto difficile e dispendioso).
La tegolatura: dove, come, quando, chi
Su quali dati quindi i fratelli di Loggia possono basare la
loro votazione? Su due soli: il curriculum vitae e le tre tavole di tegolatura.
Il primo è di solito pressoché irrilevante ai termini di
una valutazione, non rimangono quindi che le seconde!
I Tegolatori devono quindi investirsi della responsabilità
del loro lavoro proprio perché su questo i fratelli decideranno se annettere o
respingere il candidato che, se respinto; non potrà più essere ammesso nella
Libera Muratoria.
Occorre quindi che le tre tavole (e, raccomando, mai meni
di tre) siano le più chiare e circostanziate possibili. A questo scopo non
reputo un solo incontro, per lungo che possa essere, sufficiente a chiarire in
modo fimpido e inequivocabile la o le motivazioni che spingono il candidato a
bussare alla porte del Tempio.
Vorrei, a questo proposito, capovolgere un’opinione
purtroppo molto diffusa: non dobbiamo essere noi a cercare accoliti, bensì deve
essere il profano a bussare alla porta. Niente proselitismo, quindi, ma
orecchie aperte per “sentire” i colpi. Questo non vuole assolutamente
significare preclusione, ma richiede solo consapevolezza da parte di chi bussa!
Molte persone, specie in questo momento storico, sono
annoiate dalla loro vita e ricercano continuamente cose nuove, studi nuovi,
ecc. (si spiega così certi continui cambi di abiti, mogli, amanti, lavoro,
ecc.). Penso che nessuno tra noi voglia degradare la nostra Istituzione al
rango di oggetto di consumo! Ecco da cosa deve derivare questa posizione
passiva, di difesa.
Venendo ora alla tegolatura vera e propria, direi che, per
prima cosa, va chiarito “dove” farla.
Forse, come faceva osserva un fratello pochi giorni fa, il
luogo migliore è nell ‘habitat naturale del candidato, cioè a casa sua o, in
sub ordine, nel suo luogo di lavoro. Ciò allo scopo di poterlo vedere anche nei
suoi comportamenti con chi abitualmente lo circonda e lo conosce. Egli sarà a
suo agio, mentre i Tegolatori non dovrebbero avere problemi grazie al compito
che in quel momento svolgono. In ogni caso è d’obbligo un luogo tranquillo e
privo di orecchie indiscrete.
[n “quanti”, infine essere
presenti a tegolare il candidato?
A parte la considerazione personale che non vedrei
ostacoli al fatto che anche altri fratelli maestri contattino il candidato
(cosa d’altronde inevitabile nel caso che ci si conosca), penso che almeno uno
dei contatti avvenga a “quattr’occhi”, eliminando qualsiasi filtro o
ingerenza nel discorso che il tegolatore ritiene di dover fare con quel
candidato.
Ma, tutto sommato, che cosa deve
“scoprire” il tegolatore?
In poche parole, direi che deve accertare le
“qualificazioni”, parola che forse non ha per tutti noi il medesimo significato
e che forse non abbiamo mai chiarito sufficientemente, in questa Loggia.
La formula “libero e di buoni costumi” non da, di
per sé, la esatta misura del candidato ideale, ma deve essere integrata da
altri requisiti.
Il significato di “libero e di buoni
costumi” è una verità diversa per ciascuno di noi: essa è sempre giusta,
anche la migliore se vogliamo, ma incompleta sicuramente. Non mi addentrerò nei
vari siglificati, limitandomi a ricordare le varie tavole già tracciate
sull’argomento negli scorsi anni.
Una qualificazione per me essenziale è l’essere “uomo
di desiderio”. Ma che significa ciò?
Innanzitutto, desiderio di ricerca. Ricerca da intendersi
esclusivamente spirituale (allo scopo di divenire sempre più uomo libero).
Questo desiderio deve essere autentico, sentito, direi
“vissuto”; non vago, saltuario, velleitario: solo così saranno
superabili ostacoli e difficoltà che il mondo profano frappone alla via
iniziatica.
Le competenze da indagare in questo senso sono tre:
desiderio di ricerca;
— attitudine alla ricerca;
valore dato alla
ricerca.
Per quanto possibile, si dovrà verificare, inoltre, il
desiderio di concretizzare, vivendole, le verità che via via il neofita farà
sue: ben diverso è, infatti, voler conoscere (sul piano culturale, mentale) dal
voler divenire.
Visto così, e potendo, in linea di massima, prescindere dal
dover approfondire questioni morali, in quanto di ciò ne è garante il fratello
presentatore, il lavoro del tegolatore risulta arduo, lungo e faticoso ma
tutt’altro che impossibile! Esso sarà però ben ricompensato se, saggiando
giustamente il candidato, farà introdurre nell’athanor solo quel materiale che
si amalgamerà perfettamente con quello già in cottura.
La tavola di tegolatura
Essa sarà tanto più limpida e completa, quanto più il
colloquio sarà stato ampio, sereno e … sedimentato. Allo scopo di intervenire
sull ‘unico aspetto aperto ad interventi di terzi (non si può far nulla per la
serenità né per la sedimentazione, oltreché consigliarli) ho preparato e distribuito
una “bozza di tegolatura” che comprende i punti da toccare nel corso
dei colloqui. Mi è ben chiaro che ogni candidato è, e deve essere, una storia a
sé, non riconoscibile a nessuno schema prefissato, tuttavia ritengo che una
traccia utile ad approntare in modo simile tra loro i vari colloqui sia
auspicabile, allo scopo di rendere un po’ più impersonale la figura del
presentatore (e della tavola di tegolatura).
Diciamo quindi che si tratta di promemoria che vi chiedo di
voler considerare con benevolenza per le sue manchevolezze, che confido vorrete
aiutarmi ad eliminare.
Ma qui, piuttosto, sorge un grave problema: siamo certi che
abbiamo, noi, le stesse idee su coloro che dovrebbero entrare? A questa
domanda, volutamente, non do alcuna risposta e lascio aperto l’argomento.
A. Bgg, 22 marzo 1979 dell’e:. v (3 0 grado)
allegato
Carissimo M:. V :. ,
succede sovente in questo Tempio di sentire delle tavole
che sono, più che altro, delle enunciazioni di propositi, encomiabili sotto
ogni punto di vista, e che riscuotono il più incondizionato appoggio (a parole,
o anche per il silenzio che va interpretato senz’ altro come accordo).
Ma, domando, se siamo tutti d’accordo con questi propositi,
perché non li mettiamo in pratica?
Riconosco che molti sono allo stato di pura formulazione di
desiderio, che sono poi quasi impossibili da rendere efficaci sul piano
pratico, concreto, di tutti i giorni: ma molti altri sarebbero, a mio giudizio,
realizzabili. E certo che richiedono uno sforzo, ma non siamo forse qui per
“sforzarci a diventare migliori”? Non dobbiamo forse “elevare
Templi alla virtù? E pensiamo che ciò possa avvenire senza rinunce, senza
sacrifici, per il solo fatto che passiamo due ore alla settimana, e neppure
sempre, a parlare di cose edificanti?
Non credete invece che ci corra l’obbligo, morale verso noi
stessi, innanzitutto, di “operare” (ecco una vera operatività) una
trasformazione quella trasmutazione iniziata nel gabinetto di riflessione
allorché, semplici candidati a Liberi Muratori, dichiarammo dl voler morire
alla profanità e voler divenire “iniziati”?
Siamo solo velleitari? Se si,
dichiariamocelo apertamente.
Se invece vogliamo passare dal dire all’azione, bene,
allora chiariamoci quali sono i nostri obiettivi (ciascuno per sé o anche tutti
insieme, coralmente) e perseguiamoli.
Quando viene detto di voler improntare i nostri rapporti
col prossimo all’amore, ad esempio, è sicuramente cosa possibile, non facile ma
possibile. Ma quanti di noi lo fanno? E quanti semplicemente si sforzano di
farlo?
Vedere il lato buono di ogni individuo che viene a contatto
con noi non è affatto difficile, e comportarsi con costoro con amore può essere
più facile di quel che si possa immaginare.
Riuscire a dedicare qualche minuto del giorno, di ogni giorno,
al silenzio, e successivamente alla meditazione, anche questo non è difficilissimo,
a condizione che si voglia veramente fare qualche passo innanzi sul cammino che
ci siamo prefissi.
Per queste cose, si noti bene, non occorre assolutamente
nessun’altra cosa che la Volontà (meglio se coadiuvata dalla discriminazione)
per cui non ci sono alibi: o si ammette il proprio fallimento come Imiatl,
traendone poi le conclusioni che ognuno vorrà, o ci si incammina!
Evitiamo che i nostri lavori siano una palestra di buoni
oratori con un numero enorme di tavole che finiscono inevitabilmente per
sovrapporti ed annullarsi l’un l’altra ma cerchiamo, prendendo lo spunto da una
tavola (cioè da esperienze interiori di uno di noi raccontate e spiegate a
tutti noi) di “comprendere” e di aiutare chi espone; sfruttiamo il
tempo del rituale come un sacrificio che possa avvicinarci all’Unità, alla
Verità non fosse altro che perché dichiariamo di lavorare
Orientamento secondo le indicazioni implicite nella tavola
precedente
(n.d.r. : tavola della tornata precedente)
Ammesso che quanto è contenuto
nella Tavola citata in epigrafe forma la base universale del lavoro iniziatico,
è implicito che tutto il lavoro si debba esplicare come attuazione della
Ricerca Spirituale.
Ciò non porta all’esclusione di
attività apparentemente estranee, ma complementari al lavoro fondamentale. Se
il corpo fisico è lo strumento più grossolano, ma indispensabile per la ricerca
spirituale, occorre provvedere alle sue necessità proprio in funzione di quella
ricerca. L’errore incomincia quando si antepongono le necessità del corpo a
tutto il resto o addirittura, come generalmente accade, si dimentica lo scopo
del nostro corpo e lo si ritiene fine a se stesso, Se dal corpo fisico passiamo
all’ego, complesso formato dal senso del corpo + senso della mente, il discorso
rimane lo stesso. 11 complesso corpo fisico + corpo emozionale + mente è sempre
uno strumento da impiegare nella ricerca di quello che è fondamento e rotore di
tutto.
Analogamente le attività
collaterali al vero Lavoro di Loggia (elezioni, amministrazione, assistenza,
servizio, ecc.) sono da paragonarsi al lavoro di manutenzione degli impianti di
una fabbrica, il cui scopo ultimo è la produzione. Come codesta manutenzione si
svolge in ore diverse da quelle di produzione, sarebbe augurabile che nella
Loggia si svolgesse in riunione extra-tomata, o per il massimo possibile dai
Dignitari e Ufficiali di Loggia, senza incidere sul già scarso tempo
disponibile per il vero lavoro produttivo.
Tomando al programma che può essere enucleato dalla Tavola
citata, si potrebbe suggerire:
che in tesi generale, allo scopo di non dare a
tutta l’attività di Loggia un carattere scolare, non si articoli essa in serie
di lezioni, ma bensì che le varie contribuzioni dei Fratelli siano orientate
tutte nel senso generale indicato dalla Tavola vitata; nel quadro di una
libertà orientata nella scelta; che il lavoro in Primo Grado sia
essenzialmente quello di sensibilizzare tutti i Fratelli Apprendisti verso la
necessità unica e fondamentale della vita umana della Realizzazione di quel
Fine supremo e veramente remunerativo; che il lavoro in Secondo Grado approfondisca
quello dell’ Apprendista e lo provveda della cognizione dei metodi tradizionali
per il conseguimento della Verità e della Realizzazione della nostra vera
Realtà.
che il lavoro nella Camera di Mezzo sia la
messa in atto delle scelte personale e collettiva del metodo più congeniale ed
efficace per il Raggiungimento; e sia anche la Guida del Lavoro da svolgere e
svolgentesi ai due livelli inferiori.
In tutte le Logge del mondo si riscontra lo stesso
fenomeno: la grave sproporzione tra il numero dei Fratelli iscritti nel Pie’ di
Lista e di quelli che frequentano con buona assiduità le Tomate.
L’analisi delle presunte cause di questo fenomeno è
stata ripetutamente fatta e si è creduto di poter dividere gli assenteisti in
due grandi categorie: formata da coloro che speravano – nonostante gli
avvertimenti esplicitamente ripetuti durante l’iniziazione al Primo Grado – di
trovare dei benefici di ordine dualistico, poco importa se rozzamente materiali
o più sottili, ma sempre egoici; e quella di coloro che speravano di trovare,
in questo Ordine che si fregia del titolo di iniziatico, qualcosa che veramente
iniziatico fosse.
Ovviamente non vale la pena di occuparci della prima
categoria, palesemente simoniaca, mentre la seconda non solo è degna di tutto
il nostro rispetto, ma rappresenta un potentissimo atto d’accusa contro
l’Istituzione, e specificamente contro tutti noi adepti che, in grado crescente
con la nostra anzianità e la nostra immeritata qualifica, costituiamo l’Ordine.
Si noti che non ci sono alibi; la sovranità di ogni Loggia rende totalmente ed
unicamente responsabili tutti coloro che vi partecipano; tanto più quanto più
attivi sono e tanto più quanto meno il loro apporto nel lavoro di Loggia è
consono, sia alla Tradizione autentica, sia alla più efficace maniera di aprire
una vera Via Iniziatica.
Ci sia concesso un breve, ma pregnante, inciso: In
Via Iniziatica è quella che porta alla Realizzazione, cioè alla presa empirica
di coscienza della nostra Realtà, che è la nostra Identità con il Divino. Al di
fuori di questo, discorsi e letteratura sono pure chiacchiere, puro
divertimento culturalistico di effetto nefasto perché porta soltanto alla
gonfiatura della presunzione individuale, e quindi di quell’ego che deve invece
essere dissolto per prendere coscienza del Divino.
Ecco perché coloro che sono entrati nell’Istituzione
con la speranza di intraprendere una Via Iniziatica se ne vanno delusi perché
non hanno trovato quello che volevano. Molte volte le cause della delusione
sono inconsce perché il desiderio spirituale, sugli albori, è qualcosa di
timido e fragile, almeno in apparenza, e quindi il rigetto si può mascherare
sotto pretesti diversi. Si noti che esso nasce dalla più profonda delle nostre
esigenze vitali; anche se in modo non esplicito la mente, o meglio
l’intelletto, sa che il Vero, l’Unico Fine dell’esistenza umana sulla terra è la
presa di coscienza sperimentale della nostra Unità con l’Assoluto. Tutto il
resto è Illusione, Maya, come insegna la Filosofia Tradizionale.
Un certo numero di Fratelli, infine, continua a
seguire i Lavori di Loggia per una serie di motivazioni forse molto diverse,
che non è qui necessario analizzare perché ineffettive rispetto al presente
discorso, anche se tutte richiedono un riesame che è oggetto della pratica
personale sul cammino verso la Luce.
La questione che si pone è quindi la seguente: come
mettere in atto lafimzione iniziatica dell ‘Istituzione?
Cominciamo subito a scartare il lavoro puramente
mentale. L’insegnamento della dottrina fondamentale deve essere finalizzato
esclusivamente alla attività Iniziatica, così come è stata definita in
precedenza. Non si può, in nome della cosiddetta tolleranza, ammettere che si
dedichi alla lieschina soddisfazione di qualche ego tempo prezioso che è
destinato all’opera iniziatica; le eventuali tavole devono essere tutte
orientate e giudicate con il criterio dell’lniziaticità come è stato definito
più sopra. Gli apporti dei vari Fratelli sono necessari, ma devono essere tutti
orientati in quel senso.
Quindi la parte iniziale del lavoro deve essere
diretta alla comprensione di ciò che significa Via Iniziatica.
Viene allora la parte veramente operativa della vita
iniziatica della Loggia. Come ricavare, dai mezzi che la Tradizione Muratoria
offre, una pratica spirituale?
L’ossatura portante della Tradizione Muratoria è
formata dal suo Rituale, i cui supporti sono miti e simboli collegati con
l’arte muraria; a meno che si vogliano operare innesti innovatori, e pertanto
antitradizionali, occorre utilizzare quello che abbiamo.
Esistono strumenti di pratica spirituale molto
efficaci e impegnativi; tutti portano alla meditazione attraverso le
purificazioni, il distacco dei sensi, la concentrazione, la contemplazione; non
sono pratiche contrastanti con altri impegni anche di carattere spirituale e
ognuno le può seguire individualmente, anche perché si tratta di una ricerca interiore
che ognuno deve fare dentro di sé. Non sembra che siano attività da svolgersi
collettivamente, salvo che per qualche indicazione saltuaria e non legata
organicamente al lavoro di Loggia, e per quello che è esplicitamente detto nei
Rituali (metalli, ecc.).
Resta quindi come strumento di pratica spirituale il
Rituale Massonico. Conviene ricordare che l’antica Roma ci offre l’esempio di
una religione strettamente rituale. Tutto il culto delle Divinità è contenuto
in una serie di riti da seguire con la massima precisione – col rischio di
offendere le Forze evocate con errori o trascuratezza nell’adempimento del
Rito, prove perfino di disprezzo verso il Divino e punite financo con la morte
del sacerdote sciatto -.
Nella Tradizione Orientale il Rito ha pure il significato
di sacrificio; è un’offerta al Divino e quindi dev’essere perfetta e ricca. Uno
dei Veda tratta solo delle cerimonie rituali: l’Atharva Veda, anche se negli
altri tre la parte rituale è sempre molto importante.
Occorre quindi dare un valore veramente sacrale al
Rituale. Occorre che ogni momento, ogni atto della vita di Loggia abbia
importanza rituale; occorre che ogni cosa sia un’offerta al Grande Architetto;
ancora più su, all’Assoluto del quale il Grande Architetto è la Prima
Manifestazione, Keter, Brahma, Zeus, Ahura-Mazda.
Come si vede, si tratta di restare entro la
Tradizione Muratoria, ma di trame tutto quello che essa può dare.
Non è un’impresa facile, anche così. Noi tutti siamo
abituati a considerare il Rituale come qualcosa di ingombrante, come un
perditempo, perché scambiamo una tomata di Loggia per una riunione profana,
nella quale il lavoro concreto comincia dopo i convenevoli d’uso e finisce
prima dei saluti di commiato. Ci si deve convincere che il vero valore
muratorio sta nel Rituale e che tavole, balaustre, interventi sono solo
intromissioni accessorie, valide, tutt’al più, a confermare ed a sottolineare i
valori del Rituale.
Cominciare a credere che i riti sono un’offerta
all’Assoluto, che questo Assoluto è la nostra vera essenza e che, perciò,
l’offerta di rispetto e di devozione all ‘Assoluto non è altro che una prova di
rispetto verso noi stessi, perché l ‘ Assoluto è la nostra unica Realtà, siamo
NOI, e quindi ogni faciloneria è mancanza di riguardo, non ad una Entità
astratta e lontana, ma a ciò che ci è più vicino di tutto, al nostro vero
Essere, che si manifesta nella nostra consapevolezza e nel nostro stesso fatto
di esistere. Esistere è una manifestazione dell ‘Essere; I ‘Essere è la facoltà
di esistere che ci da, tra l’altro, vita come corpi fisici. Dato che non è
concepibile una}àcoltà senza chi ne è in possesso, la Realtà dell ‘Essere ne
viene di conseguenza. Perciò, tanto per cominciare, aderenza totale e minuziosa
al Rituale. Ogni obliterazione, ogni tagliar corto, ogni minima erosione è
un’offesa all’Essere cui il Rito viene offerto. La sera del 30 novembre u.s.
sulla cattedra del Maestro Venerabile non era acceso il Testimone ed il Maestro
delle Cerimonie ha dovuto ricorrere all’accendino. Piccola erosione del Rituale.
E’ stata proposta una semplificazione ai verbali; altra erosione. Nelle tomate
in Terzo non si aprono i lavori successivamente nei tre Gradi; ma per giungere
nella Camera di Mezzo non si devono ascendere tutti i gradini della Scala? La
sola minuziosità dell’aderenza al Rituale non è sufficiente; anzi, può
diventare anche stucchevole, se i Fratelli non sentono affettivamente che la
loro partecipazione (dico partecipazione e non assistenza) al Rito è un’offerta
al Divino, quel Divino che siamo noi stessi. Occorre quindi giungere ad amare
il Rituale come il vero cristiano ama il Vangelo ed ogni vero Indù ama i Veda.
Occorre amare il Grande Architetto dell’Universo più di ogni altra cosa al
mondo, perché Egli è noi e tutte le altre cose, e offrirgli quel poco che
possiamo, il nostro umile sacrificio di attenzione e di tempo nell ‘amore col
quale facciamo il sincero dono del nostro Rito.
E il minimo che possiamo fare, nell ‘ambito di un Lavoro veramente
Iniziatico, a
Sovente siamo come quei ragazzini
che mentre si rosicchiano le unghie, si stupiscono dei complessi degli altri.
A me dà fastidio qualcosa. A me piace
qualcosa.
In entrambi i casi si è stabilito uno scambio di parti:
l’oggetto è sopravvenuto oggetto ed il soggetto si è degradato ad oggetto.
Siamo tutti differenti. La nostra uguaglianza sta proprio
in questo: che non ci sono neppure due persone che abbiano la stessa
distribuzione tra spirito e materia. La diversità è anche uguaglianza.
Siamo sovente convinti di camminare sulle acque. Ci
rifiutiamo di vedere che appena sotto il pelo dell’acqua c’è una lastra di
pietra. Quando questa pietra finisce noi affoghiamo.
Prima di camminare sulle acque è opportuno
imparare a nuotare.
La tolleranza non deve mai essere attiva ma solo passiva.
Dobbiamo metterci in condizione tale per cui il nostro prossimo sia in grado di
sopportare, il meno peggio possibile, quegli stessi nostri difetti, che per
mancanza di amore, normalmente non tolleriamo negli altri.
Quando la tolleranza è attiva non è più
tolleranza, è amore.
Amore significa ricercare la componente spirituale che si
trova nel nostro prossimo e metterla in evidenza
Amore non può mai
essere passivo: deve essere attivo e senza ricompense.
Il mio compiacimento per una cosiddetta buona azione
svuota in parte il significato della stessa, e mi avvicina all’egoismo: mi
rende schiavo di un edonismo moralistico.
La libertà non è uno stato naturale: lo
stato naturale è la schiavitù.
La libertà è fondamentalmente un aggettivo, non un
sostantivo. Abbiamo due tipi di libertà aggettivata: libero “da” e
libero “di”.
La libertà consiste nell’essere liberi dalla
schiavitù della materia. Al limite, quando questa liberazione si è realizzata,
pur continuando ad esistere oggettivamente una alternativa, non deve esserci
più possibilità di scelta.
Entro i limiti suddetti, libertà può definirsi
possibilità di scegliere. Siamo poi certi che quello che noi giudichiamo
“possibilità di scegliere” non sia al contrario frutto di scelte
binarie ottimali “si/no” (come un elaboratore elettronico) frutto di
condizionamenti genetici legati alla tradizione, alle abitudini, alla paura,
ecc.?
Anche una scelta detta “cattiva” può in
valore assoluto essere ottimale. Ottimale perché è frutto di una scelta e,
quand’anche la scelta sia negativa (agli occhi di chi?), può essere
analogamente ottimale se vista in funzione dei parametri legati alle condizioni
ed agli obiettivi per cui è stata analizzata.
Quando si è veramente liberi “da”, non
siamo più interessati ad essere liberi “di”.
L’Essere supremo non è libero: non ha
bisogno di.
s
Forse questa è la ragione per cui si dice che il neofita è
un uomo libero: non ha neppure intravisto che l’ottimale è l’annullamento della
libertà.
Il Maestro Venerabile, avendo inserito nel programma dei
lavori del secondo semestre di quest’anno una tomata dedicata alla relazione
sulle giomate di lavoro di Maguzzano, ha voluto rendere in qualche modo
ufficiale una esperienza, ormai triennale, che un gruppo di fratelli ha voluto
e sta portando avanti nella convinzione profonda che lavorando sempre di più su
se stessi si possa contribuire ad edificare templi alla virtù, scavare oscure e
profonde prigioni al vizio e lavorare al bene ed al progresso dell’umanità.
Ora, probabilmente, io deluderò le aspettative del Maestro
Venerabile e di quei fratelli che da me si attendono una dettagliata relazione
sui lavori svolti in quei tre pesantissimi, oltreché bellissimi, giorni passati
a Maguzzano.
Dopo aver tentato, attraverso l’esercitazione della memoria e
la consultazione di appunti all’uopo predisposti, di ricostruire il senso di
quanto ci si era detto in quei giorni di lavoro ln comune nella stanza messaci
a disposizione all’interno dell’ Abbazia, o passeggiando a yuppetti nel parco,
o a tavola mentre consumavamo il frugale pasto, o a sera quando stanchi ci si
scambiava veloci pensieri nella quiete e nel silenzio; dopo aver tentato,
dicevo, di ricostruire tutto questo mi sono reso conto, oltre che delle
difficoltà intrinseche di mettere per iscritto una simile esperienza, anche
della inutilità pratica di tentare una operazione siffatta.
D’altra parte nella nostra Officina abbiamo da tempo
rinunciato a tracciare la tavola architettonica della precedente tomata in modo
analitico e completo, risultando tale lavoro praticamente impossibile.
Inoltre Maguzzano è importante non tanto e non solo per i
lavori che vi abbiamo svolto, ma, a mio modo di vedere, per il tentativo di
integrare tali lavori in una giornata vissuta insieme.
Una continuità operativa che passava da momenti
“importanti” alla semplicità di passeggiare insieme, del mangiare
insieme, del vivere insieme.
Nel mondo profano, nel mondo del lavoro questo tipo di
esperienza viene definita “full immersion” ed ha lo scopo di
stimolare, attraverso l’apporto attento, prolungato e privo di distrazioni di
tutti i partecipanti, la ricerca di soluzioni evincenti a problemi aziendali.
D’altra parte,
consentitemi la battuta, è noto a tutti come anche Gesù Cristo impose la
“full immersion” ai suoi apostoli ed il risultato è ben evidente a
tutti.
Ma questo è un argomento che riprenderò più avanti volendomi
soffermare un poco nella spiegazione di come trascorreva una nostra giornata.
Tutto ruotava intorno ai “lavori” che occupavano
gran parte della mattinata, del pomeriggio e, talvolta, anche della serata. Mi
riferisco ai lavori di “Gruppo”, molto simili ai lavori di Loggia,
per modalità di conduzione e svolgimento, ma più “liberi” in quanto
privi, naturalmente, della sacralità del Tempio. Questa maggiore libertà ha
fatto emergere, più d’una volta, tensioni ed incomprensioni che, lungi da
creare fratture tra i fratelli, hanno in definitiva contribuito a conoscerci ed
a capirci meglio. Ho la sensazione che se Maguzzano fosse nata 15 anni fa si
sarebbero potuti risparmiare
alla Pedemontana alcuni
dovuti probabilmente anche alla
mancanza di comprensione e conoscenza.
Collaterali ai lavori, anche se non meno intense,
erano le pause che venivano utilizzate o per riposarsi o per formare piccoli
yuppi che riprendevano, se possibile con più vigore, gli argomenti appena
trattati.
Il tutto, come ho già detto, nella quiete
e nel silenzio di un luogo bello, sobrio ed essenziale.
Orbene, cari fratelli, dopo questo sintetico flash sulla vita
di Maguzzano vorrei esaminare con voi alcuni punti che stanno a cuore.
Il primo è un’analisi sui partecipanti: dopo tre anni
di esperienza possiamo dire che intorno al nucleo iniziale di promotori sono
mancate completamente ulteriori aggregazioni. Come se una parte dell’Officina
rifiutasse aprioristicamente simile esperienza oppure la giudicasse non degna
di sostegno ed attenzione.
E quindi necessario parlare di motivazioni
ed obiettivi.
E naturale che io presenterò il mio punto di vista invitando
già sin d’ora tutti i fratelli ad esprimere il loro.
La prima motivazione, per il sottoscritto, è stata
quella di dedicare del tempo a se stesso, cosa sempre più difficile in questo
mondo, in un contesto il più possibile iniziatico e non profano. Ed essendo il
metodo massonico un metodo che unisce il lavoro del singolo al confronto col
gruppo,
quale migliore soluzione poteva esservi di quella di dedicarsi a se
stessi all’unisono con altri fratelli?
Questa sintesi, in realtà, si compie già il giovedì
sera, ma, a parte il fatto dell’estrema
‘importanza” dell’occasione che, tra l’altro, impedisce
un contatto più emotivo tra i fratelli, tale occasione è molto limitata
risolvendosi in tre ore al massimo di comunione.
Ecco quindi l’importanza di trovare altri spazi, in assonanza
con il nostro metodo, che aumentino le possibilità d’incontro e confronto tra i
fratelli.
Occasioni di incontro e confronto che raggiungono un secondo
importante obiettivo: CONOSCERCI MEGLIO.
Ora io sono perfettamente consapevole che la ricerca
della Luce è conquista strettamente individuale e che la tomata in Loggia ha,
tra gli altri, lo scopo di verificare, di mettere in discussioni convinzioni,
supposte conquiste fatte dal singolo fratello nel suo lavoro interiore. Quindi,
a rigore, non è affatto necessario che tra i fratelli debba esistere un
sentimento di potendosi limitare il rapporto alla semplice frequentazione
dell’Officina.
Non me la sento, però, di affermare che
questo sia giusto.
L’equilibrio, l’armonia, la forza di una Loggia
dipendono anche, a cagione soprattutto della nostra imperfezione, dal
raggiungimento di una conoscenza reciproca che possa fare da zoccolo alle molte
manchevolezze ed imperfezioni di cui tutti noi siamo purtroppo portatori.
L’amicizia aiuta a comprenderci.
Ma, noi lo sappiamo bene, questa è una nascita non
sufficiente: da sola non basta, necessita una ri-nascita. Solo così può
acquisire un vero valore ed un senso compiuto! Ciascuno di noi dev’essere antro
di se stesso per ri-generarsi esattamente come fecero Mitra e Gesù Cristo.
Ed infatti 1a nostra Iniziazione ci fa passare dalla prova
della TERRA, nel gabinetto delle riflessioni, immersi nel buio quasi totale, alla prova del FUOCO per ottenere la luce, motivo
unico e dichiarato della nostra Iniziazione.
FINE E LA FINE.
Mitra alleato del Sole garantisce la regolarità del ciclo.
Il Cristo annuncia un nuovo tempo, con nuovi cicli e nuove terre, dividendo di
fatto la storia in prima e dopo di Lui.
cicli non hanno
finalità, hanno solo un fine. Il finito è perfetto perché è compiuto, non
lascia nulla fuori di sé: con la sua fine raggiunge il suo fine.
È la morte insomma che consente la nascita del nuovo,
avendo’ distrutto la vecchia visione, ed appare qual giudice: un giudice che
non destina, bensì ribadisce come un ritorno, facendolo così durare in eterno.
In questo ciclo non c’è attesa né rimpianto, non c’è pentimento o
aspettativa, come ben possiamo immaginare. La regolarità del ciclo, dove niente
può accadere che non sia già accaduto e tutto avverrà nel modo già previsto, ci
dà la nozione del tempo: nozione per nostro uso, poiché il futuro è la
ripetizione del passato, mentre il presente è il punto di equilibrio, quasi
inesistente, che sottolinea e valorizza il passato ed il futuro. Si attende
solo ciò che DEVE tomare!
Tutto questo prima di Cristo.
D’improvviso lo scorrere del tempo ed il passaggio degli
esseri sulla terra acquista un senso diverso, nuovo. Con la nascita del Dio
fattosi uomo il tempo non può più essere un non-senso e si parla di eternità,
dando al termine il significato di fuori portata umana.
L’uomo cosi acquista una dimensione escatologica, delinea
il concetto che la fine non coincide con il fine; il tempo che scorre diventa
“la storia”.
Si può vedere il fluire del tempo come storia solo se, e in
quanto, abbiano una visione escatologica, cioè una prospettiva dove il fine
prevale sulla fine, e dando quindi al tempo, o meglio una direzione. Scrive
Milan Kundera che il tempo non va visto come un cerchio, ma come una linea
retta che ci porta in un punto ben preciso.
Alla fine si compie quello che all ‘inizio
era stato voluto! !
La fine del tempo è l’Apocalisse, che significa s-velare,
dis-occultare: l ‘ Apocalisse rivela quindi tutto il senso occulto del divenire
del tempo, facendo VEDERE la storia nella sua piena luce, mentre finora era
velata e senza un senso, per noi, comprensibile e compiuto.
RINASCITA.
Il futuro non dipende dall’uomo, ma al contrario è esso
che suggerisce ed irradia aspettative sull’Uomo. L’uomo allora vi proietta i
suoi sensi di colpa o comunque di negatività: forse per
questo motivo tutte le mitologie hanno il
bene all’inizio dei tempi e ci fanno vivere il presente come nostalgia e/o
attesa.
Nostalgia, che significa dolore (algos) del ritomo (nostos),
ma non del ritorno ciclico del tempo e della natura, bensì del ritorno “in
patria” che, solo, ci dà il senso del nostro vagabondare: viceversa c’è
solo il dolore dell’attesa.
Dicevo delle mitologie primitive che fanno iniziare il
tempo dal Paradiso Perduto, o Eden, o Età dell’oro e lo fanno terminare con il
ritorno alla salvezza, o alla felicità e al non-ritorno.
Nel tempo ciclico I ‘Uomo ottiene qualche briciola di senso,
ma con la visione escatologica pretende la TOTALITÀ DEL SENSO. Ma con esso
troviamo anche la sconfitta dell’Uomo, perché il tempo ed il suo senso sono
Dio. Ecco il significato di Apocalisse: fine del mondo, o meglio, fine del
tempo e dello spazio umano.
Da questa visione nascono utopie e rivoluzioni!
Il Cristianesimo suggerisce la Triade colpa, redenzione e
salvezza che nel “sogno” utopico vengono riformulati in passato
(malattia), presente (decisione) e futuro (salvezza e felicità).
L’utopia pensa di eliminare tutti i mali con il controllo razionale
degli effetti. La rivoluzione invece vuole semplicemente rovesciare e
distruggere il MALE, sostituendolo POI con il BENE in modo, di solito,
indefinito o molto approssimativo. Dopo ogni rivoluzione si fanno nuovi
calendari, nuovi sistemi di misurazione, e subito. A differenza dell’utopia che
ha davanti a sé tutto il tempo necessario, essendo un cambiamento PROGRESSIVO e
non ESPLOSIVO.
Entrambe, utopia e rivoluzione, sono tutto sommato figlie del
Cristianesimo e sono variazioni sul tema della salvezza. Esse sono concepibili
solo se la storia ha “un” senso, una direzione univoca di marcia e
non possono accettare un “tempo senza meta”.
L’occidente ha accettato questo modello e celebra, nel
Natale, non tanto il ri-tomo quanto la ri-nascita, ovvero quanto il futuro può
promettere.
[L NATALE CRISTIANO. DONI.
Al Cristo, nato nella grotta, i pastori portano in dono cose
materiali o, come diremmo oggi, generi di prima necessità. 1 Magi, viceversa,
portarono soprattutto beni “simbolici”.
Di tutto ciò non è rimasto ormai più nulla in quello scambio
di doni che ci facciamo ora: oggi i doni sono delle sfide all ‘apparire o delle
riparazioni o, ancora, un mercato degli affetti.
Ma, in fondo, che ciclicamente l’intera umanità, e non solo i
cristiani osservanti, non riesca a rinunciare a questo stereotipo e che si
senta ancora la necessità di questo simulacro di amore e di donare e che vi si
aggrappi come un naufrago alla zattera è positivo, vuol dire che l’esigenza di
DARE, anche senza contropartita, è ancora viva, anche se non eccessivamente
sentita. Di questo però intendo parlarvene in una prossima tavola.
LA FESTA.
Emanata dal sovrano o addirittura dagli dei, un tempo la
legge era sacra, escludendo dai propri effetti solo l’emanatore: motivo per cui
a re e dei era tutto lecito, essendo al di sopra delle leggi. Sudditi e fedeli
potevano partecipare a questa “liceità” durante la festa. Festa,
quindi, perché si permette di evitare le leggi date. Ciò valse in special modo
per la religione, che giunse persino ad introdurre il concetto di “festa
comandata”!
Come interruzione della regola, anche il Natale è festa,
intervallo, dove si celebra la *trasgressione e si infrange, in una prodigalità
senza misura, la riserva di quei beni che erano stati raccolti e prodotti nei
giomi di ciclo feriale. Oggi non è più così, a stretto rigore, ma è ancora
rintracciabile il senso di ciò così come è facile rintracciare il filo logico e
conduttore del DARE = RINUNCIA = GODIMENTO = ESPIAZIONE.
Potendo disporre di concedere la festa, l’autorità anticipa
in piccola misura il godimento ed al tempo stesso rafforza la garanzia del
futuro, possedendone i segreti e, volendo, ne spartisce i benefici: in sostanza
noi sudditi godiamo non tanto della trasgressione festiva, ma dei potere
dell’autorità; di chi, in particolari momenti, volendolo, sospende la legge e
concede trasgressioni.
La festa, col suo dispendio quasi senza limiti, dà inizio al
ciclo di produzione e sospende ed annulla il sacrificio. La festa allora non la
si paga se non nell’idea che ogni godimento si paga non solo con la fatica
necessaria ad ottenerlo, ma anche con il senso di Colpa inevitabile per
espiare. Questo concetto lo troviamo, a ben guardare, in TUTTI gli insegnamenti
(profani).
Il Tronco della Vedova è la possibilità che ci viene offerta,
ad ogni tomata, di compiere questo dare, questo sacrificio. Ricordiamocene
quando il fratello preposto passerà da noi a noi.
L’INNOCENZA.
Se vorremo distinguerci dai bambini che guardano al Natale con occhi
innocenti, togliamogli provvisorietà ed inganno, facciamolo diventare veramente
una fede universale e non solo un momento di semplicità ed innocenza!
Sappiamo bene delle difficoltà dell’uomo contemporaneo che
disperatamente tenta di uscire dalla propria solitudine, che cerca l’Amore e la
Fratellanza. Almeno per un giorno, Natale che non è certo nato per una
confezione regalo o per l’esibizione di buoni quanto effimeri sentimenti,
sforziamoci per vedere in questa festa l’Uomo, la sua storia e, perché no,
anche il chiaro simbolo delle sue possibilità iniziatiche! !
E noi che siamo già rinati trasmettiamo all ‘umanità quel
messaggio cui il singolo anela (e che smarrisce quando si trova tra i suoi
simili) e che ci viene insegnato dalla nostra tradizione.
Fratelli, stiamo celebrando il solstizio d’inverno, con il
Sole al suo momento apparentemente più negativo: con l’oscurità che predomina
sulla luce. Ma noi ben lo sappiamo, presto la luce riprenderà poco per volta il
sopravvento. E giustamente ne gioiamo! !
Diamo un senso concreto e pratico alla
nostra Iniziazione portando all’estero, come segno tangibile della nostra buona
volontà, il messaggio di cui è detentrice la nostra Istituzione e che abbiamo
la fortuna di condividere.
E per questo che dico che
“nascere non basta”. Ed il rinascere deve trovare applicazione.
Maestro Venerabile e Fratelli tutti, con questo il vostro
fratello maestro A. Bgg vi porge l’augurio di un BUON NATALE!!